Bracciano – (d.c.) – Lago di Bracciano a corto d’acqua, il movimento Ecoitaliasolidale in sciopero della sete. “L’emergenza siccità di questi giorni – dichiara il presidente del movimento ecologista, Piergiorgio Benvenuti – rappresenta una delle grandi criticità sottovalutate che sta facendo morire di ‘sete’ il Lago di Bracciano. Per questo ho deciso di fare lo sciopero della sete per chiedere di bloccare immediatamente la captazione delle acque del lago”.
Lo sciopero è iniziato sei giorni fa. Inizia Benvenuti e a seguire toccherà a tutti i dirigenti di Ecoitaliasolidale. Una staffetta che durerà alcuni giorni.
“Vogliamo accendere una riflessione sulle tematiche inerenti la dispersione delle risorse idriche”, aggiunge. La causa dell’emergenza, “la captazione delle acque per servire la Capitale e 74 Comuni della Provincia di Roma di oltre 1.500 litri al secondo. Un intervento che non si blocca”, ma che anzi “potrebbe ampliarsi e raggiungere i 3000 litri al secondo. In questo modo si farebbe definitivamente morire il lago di Bracciano. Per questo ho deciso personalmente di intervenire con una iniziativa simbolica come quella dello sciopero della sete, sino a quando non vi saranno interventi adeguati per la salvaguardia del valore ecosistemico e delle bellezze ambientali e paesaggistiche del lago di Bracciano. Il tutto affinchè finalmente si prenda atto dei gravi ritardi nella prevenzione del territorio e la tutela ambientale venga messa al primo posto e considerata solamente di fronte all’ennesima emergenza”.
Lo scorso anno Eurispes stimava una dispersione di acqua potabile in Italia pari al 37% rispetto a quella erogata. Ciò significa che per utilizzare 100 litri d’acqua è necessario erogarne almeno 160. Per migliorare le infrastrutture idriche nazionali e renderle moderne sarebbero necessari 65 miliardi di euro entro il 2035.
Il Blue Book 2017 della fondazione Utilitatis di Roma, che ha condotto un’analisi su 54 gestori e una popolazione di 31 milioni di abitanti, ha invece evidenziato che il 60% degli acquedotti italiani è stato realizzato oltre 30 anni fa. Una percentuale che sale al 70% nei grandi centri urbani. Le perdite delle reti hanno percentuali differenziate. Al nord il dato si attesta attorno al 26%, 46 per cento al centro e 45 al sud. In media il 28% dei tubi degli acquedotti è costituito da acciaio-ferro, il 24% da ghisa, il 33% da materiale plastico, il 12% da materiale cementizio. Tutti gli altri materiali sono presenti in misura residuale. C’è poi il tema della depurazione delle acque reflue. Tant’è vero che l’11% dei cittadini non è ancora raggiunto dal servizio di depurazione. Cosa che ha messo l’Italia in contrasto con l’Unione europea per i ritardi nell’applicazione delle regole sul trattamento delle acque. I contenziosi avviati dalla Commissione Ue sono tre, di cui due sono condanne della Corte di Giustizia Europea.
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