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Viterbo - La vicesindaca Ciambella pronta a farne un centro diurno per i poveri, appello ai privati: "Dateci una mano"

La casa in piazza Dante strappata alle mafie e vuota da anni…

di Stefania Moretti
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Viterbo - Il bene confiscato in piazza Dante

Viterbo – Il bene confiscato in piazza Dante

Viterbo - Il bene confiscato in piazza Dante

Viterbo – Il bene confiscato in piazza Dante

Viterbo - Il bene confiscato in piazza Dante

Viterbo – Il bene confiscato in piazza Dante

Viterbo - Il bene confiscato in piazza Dante

Viterbo – Il bene confiscato in piazza Dante

Viterbo - Il bene confiscato in piazza Dante

Viterbo – Il bene confiscato in piazza Dante

Viterbo – Doveva diventare alloggio di servizio della questura, poi sede della forestale: alla fine è rimasto vuoto. 

A due passi dal liceo Ruffini e dalla Caritas c’è un bene confiscato alla criminalità. Appartamento a due piani più garage: 121 metri quadri di totale abbandono, almeno per ora.

La porta è sprangata col lucchetto ma la finestra al primo piano è aperta. Qualcuno l’ha forzata ed è entrato? 


La storia

Era casa di Matilde Ciarlante, 64enne romana, moglie del pentito di camorra Giuseppe “Pino” Cillari. Apparentemente lontana dall’angelo del focolare che lascia al marito la gestione degli affari. Lui è morto anni fa in ospedale da uomo libero, malato e cieco. Lei è latitante, con almeno una condanna definitiva da scontare. 

Figura trasversale, Matilde Ciarlante incrocia più cartelli criminali. Dalle conoscenze romane nella banda della Magliana ai contatti col clan Scarci di Taranto, documentati dalla Cassazione, come anche la vicinanza ai Galasso di Poggiomarino (Napoli). Un cognome noto anche per altre ragioni, qui in città: Martino Galasso, prima killer efferato poi collaboratore di giustizia, si impiccò a Viterbo il 3 ottobre 2011.

Per conto dei Galasso, Ciarlante e il marito avvicinavano magistrati per corromperli. Secondo la Suprema Corte erano addetti allo strappare alle toghe sconti di pena per gli amici in carcere.

Non solo. Avevano anche compiti di “controllo di attività economiche”. La Cassazione le elenca tutte: “movimento terra, cave, calcestruzzo, costruzioni, reinvestimento in attività turistico-alberghiere, concessioni, autorizzazioni, appalti, servizi pubblici”. Ma anche immobili. Nel ’98, il tribunale di Roma gli sequestra un impero di 40 miliardi. Anni dopo, altre confische, compresa quella – nel 2000 – dell’appartamento viterbese, che è solo una goccia nel mare delle proprietà di Ciarlante. Tanto per citarne alcune: una sfilza di case a Monterotondo, l’ex Cinema Aquila di Roma e anche l’appartamento al quartiere Prati, oggi sede dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità. 

Colletti bianchi ante litteram, insomma. “I cassieri della mala”, li definì un vecchio articolo di Repubblica. Più avvezzi a maneggiare capitali che a sporcarsi di sangue. Tant’è che uscirono assolti dall’omicidio di Vincenzo Casillo, fatto saltare in aria in macchina negli anni Ottanta. Era l’uomo che, per alcuni pentiti (tra cui Pasquale Galasso, fratello di Martino), avrebbe ucciso il banchiere Roberto Calvi per fare un favore al “cassiere di Cosa Nostra” Pippo Calò. 

Su Matilde Ciarlante le rivelazioni dei collaboratori di giustizia pesano come macigni. Di lei parlano gli ex vertici del clan Carmine Alfieri e Pasquale Galasso. Ed è tanto più importante, spiega la Corte, perché, da capi, “erano ben a conoscenza dell’organigramma”. Impressionante il primato che Matilde Ciarlante vantava, secondo Alfieri: “Mai a nessuna donna, prima di lei, era stato consentito di prendere parte” alle riunioni operative della cosca. 


L’immobile

L’appartamento con garage a piazza Dante è vuoto da anni. Colpa anche di procedure troppo lunghe e complesse. 

La confisca è del 2000 e diventa definitiva nel 2002. Il decreto di destinazione dell’appartamento alla questura viterbese è del 2008: si parla di alloggi di servizio ma non se ne fa niente.

Solo nel 2014 il bene è assegnato alla forestale per farlo diventare sede del comando stazione di Viterbo. Ora il passaggio al comune, non ancora ultimato.

“Non avendo avuto bisogno dell’immobile, la forestale si era rivolta a noi per cercare una soluzione” spiega la vicesindaca Luisa Ciambella. “Naturalmente andrà trovata nei tempi e nel rispetto dell’iter normativo”, puntualizza. Ma per quel bene abbandonato, un’idea Ciambella ce l’ha. “Ci piacerebbe farne un centro diurno a disposizione di Caritas e parrocchie. Potrebbe diventare un alloggio temporaneo per persone in difficoltà. Riceviamo decine di segnalazioni dai sacerdoti di gente che dorme in macchina perché non ha un posto dove stare. La Caritas, tra ottobre e dicembre, ha triplicato i pasti somministrati nella prima parte dell’anno”. 

Proprio per la Caritas, il comune ha approntato un fondo viveri. “Servirà per comprare cibo per i poveri. Il centro diurno nel bene confiscato completerebbe questo progetto, perché potremmo dare una mano al di là della mensa. L’esigenza di un punto di appoggio è molto sentita. Spesso le parrocchie sono costrette a pagare bed & breakfast o alberghi, ma non sempre possono permetterselo”. 

Nonostante i dieci anni e più di abbandono, l’appartamento non è mal messo. “Venticinquemila euro potrebbero bastare per rimetterlo a nuovo”, spiega Ciambella. E lancia un appello ai privati, ai quali chiede di farsi avanti: “Con l’aiuto di qualche benefattore potremmo finalmente usare quello spazio e dare una mano a tante persone in difficoltà”. 

Stefania Moretti


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15 agosto, 2017

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