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Truffa carosello hi-tech - Per lui la procura di Velletri aveva chiesto il carcere - Tra i personaggi di spicco, un quarantenne di Montalto di Castro

Reclutatore dei prestanome un sessantenne di Oriolo Romano

La guardia di finanza in azione

In azione la guardia di finanza

Viterbo – Truffa carosello milionaria, sette viterbesi su nove sono ai domiciliari, due sono indagati a piede libero.

Fanno parte dei ventuno indagati in totale – sedici dei quali ai domiciliari e cinque a piede libero – per la frode fiscale dei tablet, i-pad, console di gioco venduti a prezzi low cost, tramite un sistema in totale evasione delle imposte in territorio italiano mediante l’utilizzo di società cartiere. 

Quattro dei nove viterbesi indagati dalla guardia di finanza di Frascati, coordinata dalla procura di Velletri, sono di Oriolo Romano, tra cui due donne; tre sono di Tarquinia; poi ci sono un quarantenne di Montalto di Castro e un cinquantenne di Viterbo. 

Sono indagati a piede libero un uomo di Tarquinia e una delle due donne di Oriolo Romano. Ai domiciliari anche un sessantenne di Oriolo Romano per cui era stato chiesto il carcere, essendo per l’accusa ai vertici dell’organizzazione nelle vesti di “reclutatore” di prestanome. Personaggio di spicco anche il quarantenne di Montalto di Castro, che avrebbe invece gestito i pagamenti dei prestanome. 

Gli altri sono: quattro persone di Civitavecchia; tre di Roma; uno di Ladispoli; infine altre quattro donne: due di Modena e Reggio Emilia, una romena e un’argentina. Uno dei civitavecchiesi – un 37enne detto “capo”, “imperatore” o “ammiraglio” – sarebbe stato la mente, il dominus della “stanza dei giocattoli”,come chiamavano  l’appartamento di Civitavecchia da dove venivano gestite le cartiere. Anche per lui e altri tre soggetti, come per l’oriolese, il pm aveva chiesto il carcere.

Il quarantenne di Montalto di Castro sarebbe stato il punto di riferimento per i pagamenti dei prestanome. Emblematica una telefonata in cui l’uomo, grande appassionato di moto, riferisce al sessantenne di Oriolo Romano, che lo chiama sempre per chiedergli soldi, di trovarsi sulla pista del Mugello. “Hai ragione tì ho trascurato – gli dice – lo sai do sto adesso? Al Mugello… dovrei riuscì a passà per Roma, ti chiamo, se vedemo ar volo, così t’ha lascio doppia in caso, vabbuò?”. 

Il sessantenne di Oriolo Romano avrebbe sempre chiesto soldi al complice di Montalto di Castro, in quanto sarebbe stato in continua ricerca di nuovi prestanome, provvedendo anche agli alloggi, agli stipendi, occupandosi delle trasferte all’estero, della gestione dei conti bancari e delle pratiche burocratiche relative alle società. 

Ai domiciliari anche i prestanome, tra cui diversi viterbesi, che, secondo l’accusa, avrebbero “consapevolmente fornito le proprie credenziali”, “pienamente consapevoli degli illeciti compiuti”. Qualcuno ufficialmente nullatenente, come si legge nell’ordinanza: “Non risulta avere presentato alcuna dichiarazione fiscale dal 2011, né avere mai percepito redditi”. Tuttavia “a disposizione dei reali gestori, cui dà piena disponibilità alla commissione degli illeciti”. Saputo dell’intenzione di chiudere e spostare all’estero la società che amministra – “perché comincia a diventà scottante la situazione” – uno di loro, intercettato a sua insaputa, chiede di poter avere qualche altro incarico all’interlocutore. “Sto discorso continua?”, dice al telefono. Per la cronaca, la risposta è “no, no, no, no, no”. I guai erano appena cominciati.

Per tre dei sette viterbesi ai domiciliari, l’altro ieri è stato il giorno del Riesame. Il tribunale ha accolto solo un ricorso,  quello presentato dal difensore Franco Taurchini per il viterbese cinquantenne arrestato in quanto prestanome. Nella tarda serata dell’altro ieri è stato rimesso in libertà. Gli altri due arrestati, invece, sempre della provincia di Viterbo, restano ai domiciliari. Degli altri, al momento, nulla è dato sapere.

Silvana Cortignani

13 agosto, 2017

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