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Viterbo - Marcel Romica Moraru, romeno, una vita da clochard nella città dei Papi

“Aiuto i miei figli con l’elemosina…”

di Daniele Camilli
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Marcel Romica Moraru

Marcel Romica Moraru

Viterbo - Vita da clochard

Viterbo – Vita da clochard

Viterbo - Vita da clochard

Viterbo – Vita da clochard

Marcel Romica Moraru

Marcel Romica Moraru

Viterbo - Vita da clochard

Viterbo – Vita da clochard

Viterbo - Vita da clochard

Viterbo – Vita da clochard

Viterbo – “Vado avanti con le elemosine e con quelle aiuto i miei figli in Romania”. Come tanti altri, Marcel Romica Moraru, vive così. Le sue condizioni sono disperate. Al limite della sopravvivenza. A Viterbo, lungo strada Riello. A pochi passi da porta Faul e dall’università degli studi della Tuscia.

Multimedia: La vita da clochard di Marcel Romica MoraruVideo

“Sono arrivato in Italia due anni fa e condivido casa con un mio amico che vive al piano di sopra”. Un casale occupato, abbandonato e diroccato. Circondato dalla “monnezza” che ogni giorno tanta “gente per bene” butta dalla macchina lungo la via. “Li vedo passare ogni giorno – dice Moraru -. Si fermano, aprono il cofano e buttano le cose che gli servono più”. Frigoriferi, televisori, rottami di ogni genere e tanto altro ancora.

Marcel Romica Moraru ha 36 anni, 5 figli (3 maschi e 2 femmine), il più grande ha 14 anni. Separato dalla moglie, ha deciso di venire in Italia “perché nel mio paese non c’è lavoro e la vita è veramente difficile. Peggio di quella che faccio ora” spiega.

Figlio di un autista di pulmann e di una casalinga ai tempi del dittatore Nicolae Ceaușescu, in Romania faceva tutti i lavori che gli capitavano, dal manovale al bracciante, guadagnando 10 euro al giorno. “Ora con le elemosine ne porto a casa tra i 15 e i 20, tutti i giorni, dalle 7 di mattina a mezzogiorno. E una volta a settimana mando 30-40 euro ai miei figli”.



Una vita di stenti, in una casa senza luce elettrica, finestre, acqua, riscaldamento. Non c’è niente, solo miseria. “Ho provato a cercare lavoro, ma non ci sono riuscito – afferma Moraru -. Anche in Italia la situazione è difficile e in qualche modo mi devo adattare. Sono comunque disponibile a fare qualsiasi lavoro mi venga offerto”. Drammatiche le condizioni igienico-sanitarie. Dal soffitto pendono due strisce gialle dove fanno bella mostra di se decine di mosche appiccicate alla colla. Tutt’attorno vestiti, piatti, padelle. Una discarica. “Come mi lavo? Al Bulicame. Almeno lì l’acqua è calda”, dice.

“Fortunatamente non ho mai avuto bisogno di andare in ospedale – spiega – anche se adesso ho un mal di denti molto forte e mi curo da solo prendendo alcune medicine che sono riuscito a trovare”.

“Ho trovato lenzuola, coperte e tutte le altre cose che vedi nel secchio dell’immondizia – racconta Moraru -, poi, ogni tanto, alcune persone mi regalano qualcosa. Vestiti, scarpe, biancheria. Per mangiare vado invece alla caritas. La domenica passo davanti alla chiesa ortodossa di via Saffi dove c’è sempre un mio connazionale che mi dà qualche euro. Le suore mi aiutano tanto, ogni volta che mi vedono. I preti un po’ meno. Una volta uno di loro mi ha detto ‘perché non vai in Germania a lavorare?’. Come faccio, gli ho risposto, se non ho soldi nemmeno per comprare il biglietto del treno perché quasi tutto quello che riesco a raccogliere lo mando ai miei figli? A piedi, mi ha detto”.

Daniele Camilli


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11 settembre, 2017

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