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Scontro di civiltà o incontro di civiltà - Islam e stato di diritto - Le sfide aperte della convivenza e dei valori condivisi in una società aperta

Vanno combattuti i demoni del terrorismo e dell’ignoranza

di David Crescenzi
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Il ricercatore David Crescenzi

Il ricercatore David Crescenzi

Viterbo – Islam e Occidente siano uniti nel combattere i demoni del terrorismo e dell’ignoranza.

Il discorso sulla democrazia può giocare un ruolo chiave nell’avvicinare Islam e Occidente, contribuendo a sconfiggere il terrorismo e a ricordarci perché i valori su cui si fonda la nostra società dovrebbero renderci orgogliosi di chi siamo. O di chi dovremmo essere.

Ma occorre prima mettere a fuoco alcuni nodi che, rileva Emma Bonino, dipendono dall’esistenza di “modi diversi di praticare e mettere in atto la democrazia”. Prendiamo ad esempio il problema di chi compone il corpo elettorale. Nelle democrazie liberali, si tratta dei cittadini della nazione che, prima del suffragio universale, erano solo quelli maschi e proprietari. Nel califfato islamico nato dopo la morte di Maometto, da non confondere con quello dell’Isis, si trattava della shura, un consiglio di notabili musulmani maschi che eleggeva e consigliava il califfo della umma, la comunità dei fedeli.

Da ciò vediamo che una qualche forma di democrazia, in senso procedurale, esisteva anche nell’Islam delle origini. Però, le analogie con il modello occidentale sembrano finire qui. Infatti, l’islamista Massimo Campanini ci ricorda che, nelle due esperienze, diverso è il fondamento del potere. Nella democrazia occidentale, il popolo. In quella islamica, Allah, che pure, in sostanza, governa tramite la mediazione degli uomini. Non si tratta di un aspetto da poco perché, come asseriva uno dei padri del liberalismo, John Stuart Mill, quando una maggioranza ha un “sentimento religioso genuino e intenso”, la “pretesa” di quel sentimento di “essere ubbidito” può difficilmente essere “mitigata”. E, almeno per il califfato classico, non poteva essere altrimenti visto che sia gli elettori che l’eletto dovevano essere musulmani. D’altro canto, questo era vero anche nelle democrazie occidentali dei secoli passati, dominate da maggioranze cristiane disposte al massimo a “tollerare” le altre confessioni, ma senza riconoscere loro piena eguaglianza di diritti.

E quale fu la soluzione a questo problema nello stato democratico occidente? Come ricorda il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, l’incontro di tutte le diverse anime popolari nella elaborazione di una costituzione dove fossero posti una serie di valori, o meglio “metavalori” assoluti, concepiti per riconoscere a tutti alcune garanzie comuni, indipendentemente dal credo di appartenenza. Insomma, un patto sociale, munito di forza giuridica superiore alla legge, per cui chiunque avesse perse le lezioni avrebbe obbedito alla maggioranza sul presupposto che quest’ultima, dal canto suo, non avrebbe conculcato le garanzie fondamentali riconosciute a tutti ed espresse, giustappunto, da quei metavalori. Chiaramente, per dirla con il filosofo Karl Popper, questi metavalori avrebbero dovuto essere prioritariamente tutti quelli necessari a permettere allo stato democratico di continuare ad esistere come stato democratico.

Ed è questo il caso del pluralismo che, per dirla con Mill, intanto, assurge a principale ricchezza di una società, sull’assunto che solo il confronto dialettico tra visioni e identità diverse possa accrescere il grado di conoscenza e di progresso della comunità. Però, il pluralismo è appunto molto di più. È il sale della democrazia occidentale che, per poter esistere, non si limita a richiedere che i media facciano corretta informazione al pubblico affinché quest’ultimo conosca adeguatamente tutti i punti di vista. Il pluralismo richiede che le opinioni di tutti abbiano eguale accesso al pubblico dibattito e tutti coloro che le esprimano pari dignità sociale e, dunque, eguali diritti. Il che, giocoforza, esclude che lo Stato possa essere confessionale, ossia adottare ufficialmente uno di quei punti di vista, compreso quello di una certa religione, e riservarsi il potere di bandire a sua discrezione gli altri. Tutti devono rimanere liberi di essere ciò che sono, di credere in ciò che vogliono. Quindi, bene che tutti si riconoscano in una loro verità, ma senza imporla agli altri ove dovessero giungere al governo, ossia salvando il pluralismo e l’eguale dignità sociale di tutti gli altri, perché è sul presupposto che nessuno violi tale patto che si regge la pacifica convivenza.

Però, mentre a questo approdo il mondo occidentale è giunto dopo aver lentamente imparato a separare Stato e Chiesa, secondo lo spirito evangelico del “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, guardando al mondo islamico si ha l’impressione che a questa forma di democrazia si siano avvicinati solo i paesi capaci di distanziarsi dalla shari’a. Infatti, se la democrazia islamica è fondata sulla sovranità del Dio dei musulmani, ci si chiede se essa possa garantire la laicità e l’effettiva uguaglianza tra musulmani e non musulmani. Pertanto, se anche un autentico califfato non dovesse più vedere la luce, eventuali altre forme di democrazia islamica rischiano comunque di risentire di tale elemento confessionale, spesso in accezioni ben più teocratiche del califfato, come in Iran.

Del resto, sembra deporre in questo senso il fatto che l’Islam sia una religione la cui visione è rimasta cristallizzata in un medioevo dove, per usare un’espressione di Campanini, la politica era “teocentrica”. Infatti, in un momento imprecisato attorno all’anno Mille, si pensò che fosse finito il tempo dello “sforzo interpretativo” (ijitihad) teso ad adeguare la legge divina al mondo che cambiava. Questo perché, ritenendo che quella legge, la shari’a, fosse ormai perfetta così come era, si decise di continuare ad applicarla alle epoche successive solo per “imitazione” (taqlid). Si trattò della “chiusura della porta dell’interpretazione”.

Intendiamoci, già a quel tempo l’Islam, pur avendo le sue guerre, non era una religione di morte. Quindi, bene che ce lo ricordino quei musulmani che denunciano i terroristi, come i siriani che a Lipsia hanno consentito l’arresto del terrorista Jaber Albakr. Bene che molti di loro abbiano preso posizione contro la follia dell’Isis, come i dottori della legge che in tutto il mondo hanno scagliato fatwe sul Califfato nero, raccolte nel libro “Contro l’Isis” di Marisa Iannucci, oppure i partecipi alle marce di protesta di Kerbala in Iraq, raccontate da The Independent lo scorso anno.

Tuttavia, per dirla con lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, oggi non basta più condannare. Infatti, osserva Latifa Lakhdar, storica ed ex ministro della cultura in Tunisia, se si vuole combattere efficacemente l’integralismo, inteso come “espressione contemporanea, politicamente e ideologicamente offensiva, contestataria e demodernizzante, dell’ortodossia”, occorre che proprio l’ortodossia, sunnita e sciita, sappia profondersi in una “rivoluzione critica” dell’Islam, aggiornandolo e rendendolo compatibile, dove occorra, con le sfide della modernità. Comprese quelle democratiche. Questo perché il terrorismo trae la sua legittimazione proprio dalla possibilità di brandire, come alternativa totalitaria alla modernità, un diritto sharaitico vecchio di secoli.

Terzani rimproverava alla Fallaci di voler sostituire ai necessari “campi di comprensione” tra le culture dei “campi di battaglia”. E aveva ragione laddove stigmatizzava le semplificazioni che alimentano il sospetto e l’odio viscerali tra i popoli. Tuttavia, per smentire definitivamente le cassandre dello scontro di civiltà, l’Islam dovrà trovare in sé la forza di guardare dentro i suoi mostri e sconfiggerli. Del resto, a consentire futuri cambiamenti fu proprio Maometto: “Dio invierà ogni cento anni alla comunità musulmana colui che rinnoverà la religione”. Tra i musulmani, in molti lo stanno già facendo. Non dobbiamo lasciarli soli e, per parte nostra, questo significa combattere anche contro i nostri demoni. A partire da quelli del pregiudizio e dell’ignoranza, che dobbiamo imparare a riconoscere come i primi veri nemici del pluralismo e della libertà, cioè i pilastri su cui si fonda la democrazia. Proprio quella democrazia che sempre diciamo di volere difendere. 

David Crescenzi
dottore di ricerca in scienze giuridiche


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7 settembre, 2017

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