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Scontro di civiltà o incontro di civiltà - Lo stato di diritto nel tempo del terrorismo islamico

Nessuno tocchi la società aperta…

di Carlo Galeotti

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Pericle

Pericle

Viterbo – Nessuno tocchi le nostre libertà. Individuali e collettive. Nessuno tocchi lo stato di diritto. Nessuno tocchi la nostra società aperta. Nessuno tocchi i diritti individuali. Nessuno tocchi diritti faticosamente acquisiti dall’altra metà del cielo. Dalle donne. Nessuno tocchi i diritti dei cittadini omosessuali. Nessuno tocchi lo stato laico.

Ecco questi sono alcuni valori non negoziabili. Su queste questioni non siamo disponibili a fare neanche mezzo millimetro indietro.

Questi sono metavalori non negoziabili. Né ora né in futuro. Il terrorismo di matrice islamica e anche certo islam radicale può mettere in forse questi valori. E anche un islam moderato, ma non riformato, lo può fare. Ebbene. Va detto che non siamo disponibili a negoziare. Ad arretrare. A mediare. 

E lo diciamo, appunto, in nome della società aperta che ha al suo centro ogni singola persona con i suoi diritti.

Nessuno potrà farci tornare indietro di un secolo. Al pensiero totalitario del secolo scorso, abbiamo già dato un tributo di vite umane e di libertà negate.

Chi non si riconosce in questi valori di libertà e tolleranza non può far parte delle nostre società. Pena il risorgere di sistemi totalitari.

E nell’Islam, come in quasi tutte le religioni e i sistemi di pensiero che ritengono di aver in mano la verità, il pericolo è proprio questo. Ovviamente però non si può regalare al terrorismo islamico, tutto il mondo islamico.

Bisogna puntare, proprio come si fece con il terrorismo negli anni Settanta in Italia, a togliere l’acqua in cui nuota l’estremismo islamico. 

Bisogna spingere la parte migliore degli uomini e donne islamiche a una riforma come è accaduto per la religione cattolica. A una presa d’atto che ogni ideologia – religione che pensi di possedere la verità è pericolosa. Perché come ci ha spiegato Popper e come ha sintetizzato il filosofo Dario Antiseri: “Siamo liberi perché fallibili”.

La comunità islamica, proprio come è accaduto per il terrorismo in Italia nella sinistra in pieno sequestro Moro, deve fare i conti con la propria storia totalitaria e violenta. Ci deve essere una Rossana Rossanda islamica, che scriva sulla falsa riga dell’articolo “Il discorso sulla Dc” che i terroristi fanno parte dell'”album di famiglia”  dell’islam. Questa sì deve essere una vera operazione verità. O meglio di onestà intellettuale e morale.

La comunità islamica deve poi iniziare, in realtà talvolta l’ha già fatto, a denunciare i terroristi. Non deve essere più l’acqua apparentemente neutra in cui nuotano.

Servono dei Guido Rossa…

Quando la sinistra prese le distanze dal terrorismo, fu la fine del terrorismo. La stessa cosa può e deve accadere nel mondo islamico che, va ricordato, è la prima e più massiva vittima del terrorismo.

Questo del terrorismo islamico è uno snodo centrale della politica. Della storia contemporanea. E proprio per questo abbiamo deciso di sviluppare un dibattito su quello che può essere uno scontro di civiltà o un incontro di civiltà.

Si occuperà del dibattito David Crescenzidottore di ricerca in scienze giuridiche, una garanzia di lucidità intellettuale e certamente di minore faziosità rispetto al sottoscritto.

Un dibattito che partirà da tre nomi per molti versi significativi: la scrittrice Dacia Maraini, il filosofo della scienza Giulio Giorello e lo storico Franco Cardini. Ma poi ci saranno magistrati, costituzionalisti, scrittori, personalità religiose… Insomma quel che di meglio dal punto di vista intellettuale può essere utile a capire. Capire se le libertà, i diritti individuali, lo stato di diritto e laico sono compatibili con l’islam.

Capire ribadendo che non rinunceremo alla società aperta e alle libertà individuali che abbiamo raggiunto nemmeno un secolo fa. Questo nella consapevolezza che i migliori alleati del terrorismo sono tutti coloro che gli fanno da sponda nel nome del populismo più becero e cieco. E che, per qualche voto in più, non esitano a fare un ennesimo favore al terrorismo islamico.

Carlo Galeotti

P.S.
Un’ultima cosa per chi ha resistito nella lettura fino a ora. Per capire lo spirito di tutta questa questione. Riportiamo un brano, con qualche aggiustamento linguistico, della Società aperta e i suoi nemici di Popper che in realtà non è che una citazione dell’orazione funebre di Pericle per i morti del primo anno di guerra del Peloponneso (431 aC), riportata da Tucidide. Un testo che è e rimane uno degli snodi centrali per capire e fondare lo stato di diritto e la democrazia, checché ne possa aver detto Umberto Eco, in uno dei non pochi momenti di non grande lucidità.

“Il nostro sistema politico non compete con le istituzioni che sono vigenti altrove. Noi non copiamo i nostri vicini, ma cerchiamo d’esser un esempio. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi. Per questo è detto democrazia. Le leggi assicurano una giustizia uguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo stato, non come atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito, e la povertà non è un impedimento…

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana.

Noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo il nostro prossimo se preferisce vivere a suo modo. Ma questa libertà non ci rende anarchici.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati e la legge di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato insegnato di rispettare le leggi non scritte la cui sanzione risiede solo nell’universale sentimento di ciò che è giusto”.

E poi “la nostra città è aperta al mondo. Noi non cacciamo mai uno straniero… Noi siamo liberi di vivere proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo… Noi amiamo la bellezza senza indulgere tuttavia a fantasticherie e benché cerchiamo di migliorare il nostro intelletto, non ne risulta indebolita la nostra volontà…

Riconoscere la propria povertà non è una disgrazia presso di noi. Ma riteniamo deplorevole non fare alcuno sforzo per evitarla.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private. Un uomo che non si interessa dello stato non lo consideriamo innocuo, ma inutile. E benché soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla strada dell’azione politica, ma come indispensabile premessa ad agire saggiamente. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà e la libertà il frutto del valore e non ci tiriamo indietro di fronte ai pericoli della guerra. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la prontezza a fronteggiare le situazioni e la fiducia in se stesso”.

14 settembre, 2017

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