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Scontro di civiltà o incontro di civiltà - Intervista al sociologo Massimo Introvigne

“L’Islam deve passare attraverso l’illuminismo…”

di David Crescenzi

Massimo Introvigne

Massimo Introvigne

Viterbo – “La maggioranza delle religioni ha una dimensione politica. Tuttavia, l’autonomia delle realtà secolari, così centrale nel concilio Vaticano II, non c’è o c’è solo per correnti minoritarie, nell’Islam”. Ne è convinto Massimo Introvigne, sociologo di fama internazionale e direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni), che partecipa al dibattito su Islam e Occidente intervenendo da Hong Kong.

I diversi fenomeni di terrorismo “jihadista” che hanno insanguinato il mondo negli ultimi due decenni trovano davvero la loro principale causa e motivazione nel “jihad” di cui parla il Corano oppure la religione è solo un pretesto? 
“Dobbiamo distinguere il punto di vista dell’osservatore esterno e quello del terrorista. L’osservatore esterno può guardare tutta la piramide organizzativa – chi incita, chi pianifica, chi finanzia – e concludere, come ha fatto per esempio papa Francesco, che le motivazioni siano di potere e non religiose. Per il terrorista, dal suo punto di vista soggettivo, le motivazioni sono invece spesso veramente religiose. È convinto che il suo sia un martirio che gli apra le porte del Paradiso. O almeno questo era vero fino a ieri. Perché di recente l’Isis, secondo quanto teorizzato dal suo defunto numero due al-Adnani, cerca di motivare ad atti terroristici, via Internet, disperati dell’emigrazione in Occidente. Disperati che hanno un forte rancore verso la società che li ospita ma che spesso non sono neppure buoni musulmani e magari frequentano più i bordelli che le moschee”.

Quali sono allora gli strumenti per contrastare efficacemente questo fenomeno terroristico? 
“Non ci sono formule magiche ma c’è un fatto: in Italia finora non ci sono stati attentati. Ci potrebbero essere domani ma resterebbe il fatto che abbiamo resistito per anni. E l’argomento secondo cui non ci attaccano per la nostra politica estera molto prudente, a ben vedere, andava bene per il vecchio terrorismo palestinese ma certo non per quello mistico e apocalittico dell’Isis, che non ragiona secondo le categorie politiche classiche.

Credo che le vere ragioni per cui non ci hanno ancora attaccato siano altre e che in quelle ragioni si nascondano spesso delle possibili soluzioni. La prima è che la nostra polizia ha un controllo capillare del territorio grazie all’uso di meno intercettazioni ed elettronica e di più camminare, magari fermarsi nei bar, ascoltare. Oggi questo modello italiano è sempre più studiato negli Stati Uniti e altrove, perché funziona. La seconda è cercare di prevenire la nascita di quartieri-ghetto o Londonistan dove vivano solo musulmani. La terza è fare intendere agli immigrati che non li guardiamo come nemici. Ci sono forze politiche che fanno il possibile per rovesciare questa situazione ma ogni immigrato che è nutrito e vestito dalla Caritas, senza nessuna richiesta di convertirsi al Cristianesimo, avrà poi difficoltà a credere alla propaganda secondo cui tutti i cristiani sono “crociati” che lo odiano”.

Qualche anno fa il giornalista Berardo Valli scrisse che oggi “Maometto risulta ravvivato di fronte al concluso tramonto di Marx”. Sembra una sorta di profezia per cui l’Islam sarà la nuova controparte dialettica della società capitalistica occidentale. È davvero così? 
“È una lettura, che insiste sulle caratteristiche economiche della disperazione che spinge alcuni verso il terrorismo. Ma non si devono dimenticare le componenti culturali e religiose. Il musulmano radicale non si sente solo inferiore economicamente all’occidentale ma anche superiore religiosamente”.

Secondo alcuni, un problema centrale nel rapporto tra mondo musulmano e occidentale sarebbe stato messo in luce dal discorso di Ratisbona di papa Benedetto XVI: una relazione tra fede e ragione meno salda nell’Islam che nel Cristianesimo. Lei cosa ne pensa? 
È certamente così. L’Islam aveva iniziato un fecondo rapporto con la filosofia ma, a fronte del rischio di derive da una parte verso il panteismo e dall’altra verso l’ateismo, lo ha interrotto già nel corso del Medioevo. I tentativi di riprenderlo, iniziati nel XIX secolo, sono lenti e faticosi”.

Alcuni ritengono che l’Islam, a differenza di altre religioni, avrebbe anche una necessaria dimensione politica. Ritiene dunque possibile che l’identità di musulmano possa coesistere con l’identità di cittadino di una democrazia laica e pluralistica? 
Qui c’e una certa confusione. Ci sono religioni che rifiutano la politica come regno del male, come i Testimoni di Geova. Ma la maggioranza delle religioni hanno una morale sociale e necessariamente dunque una dimensione politica. La Chiesa Cattolica ha una sua dottrina sociale e il papa interviene spesso su questioni politiche. Non significa che indichi per che partito votare ma che parla di immigrazione, di clima, di lavoro. La differenza con l’Islam è che il Cristianesimo e altre religioni rifiutano la separazione illuminista fra religione e politica ma accettano la loro distinzione. La fede può illuminare la politica ma la politica ha una sua sfera di legittima autonomia. Questa autonomia delle realtà secolari, così centrale per esempio nel concilio Vaticano II, non c’è o c’è solo per correnti minoritarie, nell’Islam. La sfera religiosa e quella politica non sono solo in relazione o in dialogo ma coincidono. L’augurio di Benedetto XVI all’Islam di incontrare l’illuminismo sembra paradossale e non è un invito a cedere all’illuminismo – la Chiesa Cattolica non lo ha fatto – bensì, per così dire, a passare attraverso il suo crogiolo. Questo, per uscirne rafforzati ma anche costretti a pensare in modo più rigoroso la distinzione fra religione e politica, che non significa separazione radicale fra le diverse sfere del pensare e dell’agire umani”.

David Crescenzi

9 ottobre, 2017

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