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Scontro di civiltà o incontro di civiltà - Islam e stato di diritto - Intervista al magistrato e parlamentare Stefano Dambruoso

“I musulmani ci aiuteranno a sconfiggere il terrorismo…”

di David Crescenzi
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Stefano Dambruoso

Stefano Dambruoso

Viterbo – Benjamin Franklin sosteneva che “quelli che decidono di abbandonare la libertà per la sicurezza, nulla si meritano”. Però, vero è che la sicurezza è la base del vivere civile. Come fare, quindi, a difendersi dalla minaccia terroristica senza rinunciare ai valori dell’Occidente e senza arrendersi all’idea che la spada sia l’unica soluzione?

Lo spiega il magistrato Stefano Dambruoso, da sempre in prima linea nella lotta al terrorismo jihadista, dapprima, come sostituto procuratore e, oggi, come parlamentare alla camera dei deputati, dove è anche membro della commissione di inchiesta sul sistema di accoglienza dei migranti e della commissione “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio.

Pensa che l’Islam rappresenti un pericolo o è il terrorismo che strumentalizza impunemente la religione restandole però estraneo?
“Sono convinto che il terrorismo sia senz’altro una scheggia del megamondo dell’Islam che non ha nulla a che fare con la sostanza della religione. E’ il terrorismo che strumentalizza l’Islam. Ne sono davvero convinto e sono convinto che la stragrande maggioranza dei musulmani, non solo a parole, davvero, non abbia nulla a che fare con il terrorismo”.

Il jihadismo organizzato (Isis, al-Qaeda) e quello dei lupi solitari (lone terrorists) sono espressione di fenomeni sociali diversi o hanno una stessa matrice?
“La matrice è quella di un terrorismo internazionale che ha cambiato caratteristiche rispetto alle forme aggressive che abbiamo conosciuto con al-Qaeda e con le vicende correlate all’11 settembre. Oggi abbiamo un terrorismo che è obiettivamente globalizzato, che ha caratteristiche originarie simili a quelle di al-Qaeda ma che, chiaramente, ha avuto evoluzioni che lo portano ad avere questa particolarità: non essere più inserito in un contesto verticistico. Ciascuno ora può giocare il suo proprio Jihad individuale sentendosi parte di un aggregato globale. Ecco, tutto questo mi porta a dire che abbiano una stessa origine e caratteristiche simili. E che tali fenomeni facciano parte di uno stesso contesto”.

Passando al jihadismo che sta emergendo all’interno nelle nostre società, può tracciare un identikit di massima dei terroristi italiani?
“Degli italiani, fortunatamente, i numeri sono ancora ridotti. Abbiamo avuto episodi di rari convertiti che però avevano senz’altro manifestato delle problematiche di disadattamento e di disagio personale, obiettivamente. Per cui, oggi, ancora non me la sentirei di dare delle definizioni specifiche su un terrorismo autoctono, proprio perché non ne abbiamo avuto ancora il profilo definitivo, perché i numeri sono ridotti. Prevale comunque l’aspetto della marginalità, l’aspetto del disadattamento, l’aspetto della difficoltà di integrazione in altri contesti rispetto a quelli originari da dove questi soggetti provenivano.

Sto parlando di aree regionali italiane di origine che avevano portato quei soggetti a trasferirsi in altre parti d’Italia. Per quanto riguarda invece le seconde e le terze generazioni di immigrati, l’Italia comincerà a conoscerle in modo più cospicuo e più consistente di qui a qualche anno. Quindi, abbiamo la necessità di prevenire ogni forma di radicalizzazione che l’esperienza di questi anni ci sta confermando diffondersi prevalentemente tra le seconde generazioni”.

In un libro sul “Jihadismo autoctono in Italia” (Ispi), di cui lei ha curato la prefazione, Lorenzo Vidino ha raccontato le storie di tanti di questi estremisti. Quello che sorprende è la velocità del processo di radicalizzazione, realizzato soprattuto tramite il web e senza passare per l’indottrinamento in qualche moschea connivente. Perché la rete è così pericolosa?
“Perché senz’altro è facilmente accessibile a chiunque e, soprattutto, non è controllabile secondo per secondo. Pur con tutti gli sforzi che le intelligence internazionali fanno e stanno continuando a fare, minuto per minuto, c’è la possibilità tecnica di eludere questo controllo, ricostituendo siti che vengono oscurati o agendo sul deep web. E’ tutto un mondo che consente di non essere controllati dagli operatori del settore sicurezza. Per queste ragioni, il web è diventato davvero lo strumento di diffusione maggiore del verbo terroristico”.

Magari, questa ascesa del web trova una sua causa anche nella circostanza che l’indottrinamento tende a non avvenire più in luoghi fisici, come le moschee, perché le comunità musulmane stanno facendo terra bruciata attorno alle realtà più radicali.
“Può essere una delle concause. Senz’altro, un aspetto che va confermato è che c’è una maggiore disponibilità alla cooperazione da parte della comunità musulmana in Europa e, di conseguenza, anche in Italia. Ma non assocerei come unica causa alla diffusione del messaggio sul web l’impossibilità di poterlo fare nelle moschee”.

Si tende spesso a pensare che l’Italia, fino ad ora, abbia sostanzialmente scampato la minaccia terroristica. Eppure, alcune limitate azioni si sono già verificate, come nel caso dell’immigrato regolare libico che nel 2009, facendo detonare un ordigno artigianale presso la caserma Santa Barbara di Milano, si mutilò e ferì un militare di guardia. Per non parlare poi delle recenti minacce mosse dall’Isis all’Italia. Quanto è concreto il pericolo e che tipo di azioni potrebbero verificarsi?
“Non avendo una palla di cristallo attraverso cui vedere e con tutti gli scongiuri del caso, oggi la minaccia è sotto controllo ed è quella che è possibile immaginare. È quella del singolo che decide di passare all’azione, con caratteristiche paragonabili a quelle del 2009 alla caserma Santa Barbara, cioè un soggetto che si radicalizza in brevissimo tempo e che, anche per ragioni personali, decide di canalizzare il proprio disagio in un’azione terroristica”.

Per quanto concerne gli odierni flussi di immigrazione dal Nord Africa, ritiene che in essi si annidi una minaccia paragonabile a quella dei radicalizzati autoctoni?
“Gli unici collegamenti che sono emersi tra emigrazione e minaccia terroristica sono quelli legati, da un lato, allo sfruttamento delle partenze da parte di gruppi che possiamo considerare terroristici, soprattutto in territorio libico. Gruppi che controllano il territorio dei porti da dove partono i barconi e che si fanno pagare, dai trafficanti di esseri umani migranti, una sorta di pizzo.

Questo è un modo di finanziamento indiretto che è stato accertato. Quindi, non si tratta di terroristi che mandano altri terroristi. Ma si tratta di gruppi terroristici locali che riescono a sfruttare altri criminali che direttamente invece organizzano il traffico di esseri umani.

Dall’altro lato, per quanto riguarda i numeri dei soggetti problematici per la sicurezza arrivati sul territorio europeo con i barconi o con le organizzazioni dei migranti, sono così ridotti che possiamo dire essere stati praticamente individuati tutti, almeno in Italia. Si tratta di soggetti che non sono venuti coi barconi per fare attentati in Italia o in Europa, ma di soggetti che avevano avuto senz’altro delle esperienze o di guerra o di combattimenti, prevalentemente sul territorio libico. Soggetti quindi che avevano un’esperienza particolarmente rischiosa per la loro permanenza in libertà sul territorio italiano. Ma non si trattava di terroristi arrivati qui e mandati immediatamente per fare attentati”.

Lei ha combattuto il terrorismo di matrice islamica sia come sostituto procuratore che come parlamentare. Quanto alla magistratura, a suo parere, quali sono i punti di forza e i talloni d’Achille nell’attività di contrasto al terrorismo?
“Perché possa funzionare un’azione concreta di prevenzione, occorre innanzitutto un’ottima polizia giudiziaria. Le varie Digos, Ros, con cui ho avuto modo di collaborare, sono state assolutamente all’altezza. Però, quando si passa sul piano squisitamente giudiziario, qualche mancanza di specializzazione si è avvertita.

Una maggiore specializzazione nelle procure si è realizzata grazie al disegno di legge da me fortemente promosso per la creazione della Direzione nazionale antiterrorismo, ma adesso occorrerebbe fare qualcosa in più. Si dovrebbe sollecitare anche la creazione di uffici giudiziari giudicanti più specializzati. Questo è quello che è auspicabile possa avvenire per evitare che lavori importanti di polizia e di procure possano vedersi vanificati con giudizi non corrispondenti alla pericolosità del caso”.

Passando all’attività parlamentare, lei è primo firmatario di un disegno di legge che mira a contrastare il terrorismo jihadista combinando misure repressive e interventi preventivi. Vuole illustrarcene le linee essenziali?
“Tre sono i momenti su cui il disegno di legge sulla prevenzione al terrorismo intende raggiungere i propri obiettivi e cioè carceri, scuole e comunicazione. Nelle carceri, nelle scuole e nel mondo della comunicazione, soprattutto sul web, bisogna intervenire con programmi mirati e specializzati che consentano, nel medio-lungo periodo, l’acquisizione di una cultura della prevenzione che oggi è ancora allo stato iniziale”.

Una questione spesso sottovalutata è quella del sentimento islamofobo che fenomeni quali i flussi migratori e le recrudescenze terroristiche hanno suscitato. Che idea si è fatto del problema?
“Attribuire in maniera automatica, al mondo musulmano in quanto tale, le attività di singoli soggetti, senz’altro musulmani ma che non rappresentano l’intera comunità, ha portato ad atteggiamenti di pregiudizio che non aiutano. Non aiutano a conoscere il mondo musulmano. Non aiutano a raggiungere la totale sconfitta del terrorismo in quanto tale.

Non bisogna creare delle barriere tra la comunità musulmana e la comunità ospitante, in questo caso la comunità italiana, proprio perché dai musulmani arriveranno gli aiuti migliori per combattere, fino al suo superamento definitivo, il terrorismo”.

Un’ultima domanda. Avendone la possibilità, cosa direbbe a un ipotetico giovane musulmano che avesse in animo di immolarsi in un atto terroristico?
“Io non riesco a mettermi nei panni di chi ha raggiunto una determinazione così definitiva, pensando di suicidarsi in nome di un obiettivo religioso o comunque in nome di una appartenenza religiosa. Davvero, non riesco a pormi nei suoi panni.

Mi verrebbe da dire, senz’altro, che tutte le cose promesse per sé e per i propri familiari in cambio di un suicidio e la morte e le sofferenze di centinaia di persone provocate non sono comparabili. Le sofferenze sono sicure, le morti e i dolori arrecati alle altre persone sono sicuri. Tutte le promesse fatte da chi lo ha convinto a immolarsi per raggiungere questi risultati, ecco, tutto questo invece non sempre si realizzerà. Per cui, nella comparazione, l’unica cosa certa sono i dolori e le morti che il suo gesto provocherà. E tutto questo dovrebbe farlo riflettere”.

David Crescenzi


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2 ottobre, 2017

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