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Scontro di civiltà o incontro di civiltà - Islam e stato di diritto -

Sette riflessioni sulla società libera e aperta

di Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Sette riflessioni sulla società libera e aperta.

Riflessione uno: quanto libera, quanto aperta?

Non facciamoci illusioni.
Nel senso che non si vive di proclami. Libertà e democrazia sono valori che non sono mai stati applicati per intero in nessun luogo, anche perché è difficile intendersi su cosa dovrebbe significare “per intero”. Secoli di pensiero al riguardo non hanno sbloccato la questione, tant’è che ciascun filosofo ha fornito la sua ricetta e nessuno è d’accordo con l’altro.

Dice: la democrazia consiste nel pluralismo delle idee; poi però c’è una maggioranza che deve tenere la barra verso una direzione e di necessità limita le aspettative della minoranza. Non esiste una democrazia pluralistica di natura assembleare e unanime, sarebbe una contraddizione in termini: quindi ci sarà sempre uno che vince e uno che perde.

La differenza dall’assolutismo è che chi perde viene comunque compreso, rispettato, tenuto in conto nelle richieste e nelle proposte, messo in grado di dire la sua, di sfruttare i meccanismi democratici per giungere, un giorno, ad invertire i rapporti di forza. La democrazia pluralista di conseguenza è a geometria variabile e la sua messa in pratica è “sociologica”, storica, fattuale, non filosofica.

Karl Mannheim ha lucidamente descritto come qualsiasi rivoluzione libertaria, un volta giunta al potere, si trasformi in un sistema di controllo: scriveva alla fine degli anni ’20, aveva studiato l’avvento del liberalismo contro il feudalesimo e del socialismo contro il liberalismo, era di formazione marxista ma grazie a Max Weber non aveva messo il cervello all’ammasso e si rendeva conto che la storia non fa sconti: gli ideali vanno testati sulla realtà sociale, politica, culturale, non sono noumeni inattaccabili. Perché se è facile formulare un astratto concetto di libertà e di democrazia, poi occorre verificarlo di fronte alla “realtà effettuale”, e qui le cose cambiano, come aveva già fatto notare il pensiero politico rinascimentale.

Basterebbe ricordare come la gran parte dei paesi che hanno sottoscritto la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, nel 1948, non applichino correttamente o interamente quei principi.

Riflessione due: un conflitto ad ampio spettro

La società globale odierna è attraversata da problemi complessi e di non facile lettura.

Innanzitutto, grandi movimenti di masse che fuggono la povertà e la precarietà. Non è la prima volta che accade: solo che oggi questi fenomeni sono accentuati da una concomitante crisi ambientale e da una polarizzazione geografica del benessere. Per di più, parte di questi fenomeni sono segnati anche da una differenza etnoculturale che aumenta la conflittualità potenziale.

In secondo luogo, lo sviluppo della comunicazione di massa rende più percepibili le differenze, gonfia le attese, ma allo stesso tempo innesca letture differenti di una stessa realtà, contribuendo a creare confronti, divergenze, conflitti.

Così il cittadino diventa iperprotettivo del sé, diffidente, continuamente in competizione per riaffermare la propria identità e la propria esistenza; lo si vede persino al semaforo, ma anche nel modo in cui si gonfiano le proprie biografie su facebook.

Ha ragione Zygmunt Bauman quando descrive il cittadino incattivito, l’ugly citizen, preoccupato solo di difendersi: l’Altro è visto con diffidenza, un competitore, figuriamoci se è diverso, meno intellegibile, meno prevedibile, se pretende uno spazio che consideriamo solo nostro e dei nostri “simili”.

Che la società sia ingiusta e squilibrata, mentre vuole essere libera e aperta, è un fatto. E’ la contraddizione della società odierna ed è il motivo per cui l’intellettuale spesso si astrae dalla realtà e sdegnosamente si pone in una posizione filosoficamente anarchica, a fare il fustigatore dei consumi a pancia piena. Ed è il motivo per cui un giovane, straniato da una società che non lo accoglie, si perde in discoteca, in un sniffata di coca, nell’alcol, o trasforma i suoi crucci in grida di guerra al mondo, ora sotto forma di anarco-insurrezionalismo, ora di nostalgie fasciste, ora di estremismo religioso, a seconda dei casi.

Certo, la società è ingiusta per molti; soprattutto per chi subisce o ritiene di subire certe ingiustizie. Tuttavia oggi l’estensione dei consumi, l’accesso alle tecnologie, le opportunità di partecipazione sociale tramite l’associazionismo o il web inducono la maggior parte delle persone ad accettare questo mondo o a lottare dentro le regole di questo mondo. Chi decide diversamente è certamente stressato dalla marginalizzazione, o da una percezione di marginalità, su cui le organizzazioni conflittualiste puntano per reclutare adepti. Se andiamo a guardare al passato, ci accorgiamo che molti terroristi della storia, da Gavrilo Princip a Gaetano Bresci hanno una biografia borderline ma sostanzialmente individualista. E lo stesso vale per i terroristi islamici oggi. Ma da qui a ridurre tutto agli effetti di una marginalità di periferia, utilizzando l’ottocentesco concetto di lotta di classe ce ne corre; i conflitti di oggi ci dicono che, come osservava Max Weber, il riduzionismo economicista non funziona, c’è dell’altro al di là della sperequazione economica.

Non concordo quindi con Cardini quando sottovaluta l’aspetto “culturale” dell’attuale conflitto tra estremismo islamista e occidente, riducendolo ad una sovrastruttura simbolica: non c’è dubbio che all’origine dell’attuale jihadismo vi siano sia i gravissimi errori del colonialismo anglofrancese in Medio Oriente che l’attuale straniamento di molti cittadini islamici europei. Ma non sarebbero fattori sufficienti in mancanza di una “visione del mondo” alternativa che faccia da punto ideologico di riferimento, e questo è un aspetto su cui un certo pensiero “politicamente corretto” rischia di restare superficialmente aggrappato a categorie interpretative veteromarxiste.

Riflessione tre: i limiti del “politicamente corretto”

Il politicamente corretto è uno dei prodotti più evidenti della società libera e aperta.

Tuttavia ormai è chiaro che si tratta di un complesso di principi, di prassi, di meccanismi culturali che ispirano una sorta di “dittatura” di certa sedicente democrazia, che reprime e demonizza tutto ciò che non cammina secondo quanto è considerato, appunto, “corretto”. Un sistema controllato da una élite culturale e politica di “ierofanti della democrazia” che decidono ciò che è buono e ciò che è cattivo, che cosa è libertà e cosa non lo è, fino a confondere sovente la libertà (un diritto che cessa quando inizia quello dell’altro, come avevano sentenziato Rousseau, Locke e da ultimo Martin Luther King) con la licenza, che è la madre di tutti i dogmatismi e di tutti gli autoritarismi.

Certo, ci sono condanne che devono essere considerate ormai irreversibili: di tutte le dittature ad esempio, politiche, religiose, culturali, ma anche in questo caso collocandole nella temperie storica che ne ha permesso lo sviluppo; sarebbe ingenuo condannare l’Impero Romano perché non era democratico, se si considera che nel mondo allora conosciuto era probabilmente il più avanzato sul piano dell’organizzazione giuridica e sociale. Spesso la cinematografia più recente ha voluto contrapporre al diritto romano la “democrazia” tribale dei popoli celtici se non addirittura quella ebraica, ma – appunto – si tratta delle storture ideologiche del politicamente corretto che parla a nuora perché suocera intenda…

Il politicamente corretto sforna sovente prodotti di insano anarchismo intellettuale, come quelli del sessantottino “vietato vietare”, che tradiscono uno dei passi più lucidi di Tucidide, quello in cui si legge che “la libertà non ci rende anarchici”.

Basterebbe rileggersi alcune dichiarazioni di certa stampa che si autoincensa come libera e anticonformista, perfino nella “socetà libera e aperta” in cui viviamo, manco fossimo sotto il regime di Hitler, di Stalin o di Erdogan: “la libertà di espressione non vale nulla senza il diritto di offendere… tutti, nessuno escluso e senza limiti, neppure quelli della blasfemia e della volgarità” (Stéphane Charbonnier, Charlie Hebdo); “dire che non pubblicheremo mai nulla che sia blasfemo o offensivo, ci condannerebbe a fare un giornale incolore e conformista” (Giovanni Di Lorenzo, Die Zeit); “sabotare, verbo nobile e democratico” (Erri De Luca).

Riflessione quattro: tutte le religioni sono uguali?

Ma si va anche oltre. In un impeto di ecumenismo filosofico “politicamente corretto”, Samuel Huntington che, pur con qualche limite analitico, prefigurava a fine ‘900 un futuro di conflitti fra civiltà, è stato culturalmente lapidato e accusato di ignorare la lezione marxista e di fomentare l’odio etnico.

Tant’è che sempre sotto l’impeto di cotanto spirito libertario l’orientalista Dag Tessore raccomanda di non vedere alcuna differenza tra il messaggio cristiano e quello islamico, ambedue portatori della giustificazione della guerra. Peccato che Tessore debba fare delle precisazioni: cioè che questa sovrapponibilità tra Cristianesimo e Islam è valida “se non ci basiamo solo sugli scritti del vangelo” e facciamo riferimento al cristianesimo storico.

E’ vero, la storia è in grado di “ristrutturare” le religioni, nel bene e nel male, ma forse qualche differenza costitutiva, di base, resta.

C’è infatti un Vangelo che proclama soltanto la pace, anzi perfino l’amore per il nemico, e c’è un Corano che indulge spesso e volentieri nell’esaltazione della violenza verso il miscredente. C’è un Cristianesimo che ha superato le fasi del Deus vult, della conversione coatta, che non può essere oggi confuso con l’imperialismo e il neocolonialismo dell’epoca globale (a cui partecipano tutti i paesi industrializzati del mondo, nessuno escluso) ma recuperando lo spirito e la lettera del Vangelo si propone come punta avanzata di una esplicita politica di pacificazione (lo ha ribadito recentemente su Il Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia, ovvero un “laico”).

Al contrario, c’è un Islam in cui è complicato andare a pescare lacerti di “moderatismo”, perché nella stragrande parte dei casi i fedeli ancora leggono i contenuti del loro Libro alla lettera e in questo caso, a differenza del Cristianesimo, una lettura alla lettera del Libro non aiuta.

Certo, oggi al terrorismo islamico si perviene per lo più come reazione schizofrenica e anarcoide alla marginalizzazione urbana o a quella continentale, ma i problemi non sono soltanto i bombaroli, si trovano nel maschilismo, nel disprezzo dei valori dell’occidente e nella confusione tra laico e religioso che si riscontrano quotidianamente in numerose famiglie musulmane: e non a Raqqa, ma a Milano o a Londra.

Chi asserisce che l’Islam è una “religione di pace” dimentica di aggiungere che lo è per chi ha fede in Allah; le cose cambiano infatti per i “miscredenti”… Ed è su questo che occorre lavorare ancora, a lungo e in mezzo a mille difficoltà, compresa quella di sentirsi accusati di voler “cristianizzare” il mondo musulmano non appena si richiede di giungere ad una comune visione etica del mondo.

L’aspetto più beffardo di tutto ciò è costituito dal fatto che proprio il politicamente corretto della società libera e aperta, insiste nel voler sdoganare l’Islam tour court, di colorare di un nero omogeneo tutte le ben distinte vacche delle religioni, delle ideologie a vario titolo espresse, in nome e per conto di una diffidenza laicista verso la tradizione giudaico-cristiana della cultura europea.

Se è necessario accompagnare l’Islam in un processo storico, revisionista che lo trasformi veramente – e al di là delle asserzioni buoniste – in una ”religione di pace”, è evidente che i giudizi vanno espressi, che bisogna fare dei distinguo, che insomma occorre dire se e quando il re è nudo.

Riflessione cinque: multietnico, certo, ma multiculturale?

Intanto, non bisogna santificare in nome del politicamente corretto concetti come multietnico e multiculturale, che non sono sinonimi.

Una società può essere multietnica e allo stesso tempo monoculturale; per certi versi lo è sempre stata quella italiana, riconoscibile nei suoi specifici tratti storico-culturali (si pensi alla lingua, alla letteratura) ma composta da gente di antica origine latina, celtica, greca, araba, germanica, slava, ecc; lo è quella europea, dalla Norvegia alla Sicilia; e lo è tuttora quella americana del motto “e pluribus unum” che si trova sulle monete statunitensi (alla faccia di Trump e de suoi sodali).
Una società multiculturale invece ha oggettive difficoltà a sopravvivere, anche se oggi sembra che possa (o debba…) essere la normalità.

Questo va detto in particolare a coloro che parlano scandalizzati di acculturazione ogniqualvolta la nostra società tenta di imporre i propri valori (non necessariamente il consumismo, ma ad esempio proprio libertà, democrazia, uguaglianza): una società esprime sempre una cultura, cioè una base di valori, di principi, di abitudini elaborate nel tempo a legittimare il sistema giuridico, politico ed economico.

Una società senza un accordo sui valori fondamentali non cammina.
Ovviamente la cultura è dinamica, flessibile, si evolve nel tempo e mutando influenza anche la legge, la politica, l’economia, così come queste – nota Jeffreys Alexander – a loro volta influenzano la cultura.

Ma si tratta di un processo dialettico in cui si manifesta una forte persistenza di certi valori di base: in Europa, quanto meno da tre secoli, libertà e uguaglianza hanno un senso “politico” condiviso che peraltro viene da lontano, non solo dalla Rivoluzione Francese, ma anche dal Cristianesimo, dall’umanesimo, dallo stoicismo ellenistico, dal pensiero classico greco.

Ancora, si potrebbe obiettare che una società democratica e pluralista presuppone la convivenza di culture diverse. Non è così: semmai una società pluralista si fonda sulla diversità delle sub-culture, cioè di costellazioni di valori, credenze e prassi specifiche di sottogruppi che comunque accettano i principi base della società stessa: in Italia, dai collezionisti di francobolli alla minoranza ladina, dai testimoni di Geova agli animalisti, dai conservatori ai progressisti. Dunque, anche pluralista e multiculturale non sono sinonimi.

Riflessione sei: tante contraddizioni

E se le culture o le subculture collidono in linea di principio? E’ una domanda che il sistema democratico italiano si pose durante la lotta contro i terrorismo anarco-insurrezionale di stampo brigatista e la risposta di taluni intellettuali fu tragicamente ambigua, in un flirt che confondeva libertà e violenza, pluralismo e dittatura proletaria… A taluni sembrò intellettualmente necessario distinguere tra gli assassini di Matteotti e quelli di Moro.

In realtà oggi il problema riguarda soprattutto culture differenti sul piano sia socioculturale che geopolitico.
Facciamo un esempio: fino a che punto può essere multiculturale una società che, giustamente, non tollera la poligamia, l’assoggettamento della donna, l’intrusione della religione nella vita politica? E’ possibile che in una società ugualitaria, libera e democratica, qualcuno in casa propria possa applicare la sharija con tutte le sue conseguenze sul diritto familiare e sui rapporti di genere? Dal maschilismo occidentale ci stiamo liberando molto faticosamente, una nuova iniezione di padri padroni non è certo auspicabile… Oppure in nome della libertà individuale, la società libera e aperta dovrebbe tollerare tutto ciò? Non bisogna dimenticare che qualcuno in passato ha autorevolmente asserito dalle cattedre universitarie e dai salotti buoni di certa intellighenzia intellettuale che ai rom deve essere consentito il furto, perché è insito nella loro cultura nomade e una cultura va sempre rispettata….

Insomma, Italia multietnica sì, ma multiculturale… ho forti dubbi… anzi i problemi di convivenza di oggi e di domani nascono probabilmente proprio da questo equivoco. D’altronde è uno dei problema forti della società globale. Non a caso risulta complesso il rapporto tra ius soli e ius culturae: un discorso che andrebbe approfondito in altra sede, in cui il politicamente corretto fa di ogni erba un fascio, equiparando ad esempio la facile integrazione di un peruviano di cultura cattolico-iberica, con il complicato inserimento di un marocchino di stretta osservanza islamica. Non a caso, paesi ex colonialisti come Francia e Gran Bretagna sono fortemente multietnici, ma pretendono fedeltà non solo allo stato, ma anche ai principi fondativi della nazione: ci sono guardie sikh con il loro turbante e guardie di origine africana a Buckingham Palace, ma tutte fedeli alla regina e alla democrazia britannica…

Riflessione sette: una costante verifica di certe “verità”

Ha ragione Carlo Galeotti quando asserisce che occorre difendere la nostra società “libera e aperta”; dirò anzi che deve essere un imperativo categorico che sgorga dall’eredità storica e culturale che alberga in ciascuno di noi. Senza per questo dover necessariamente approdare a sposare ciecamente questo o quello schieramento ideologico e partitico, insomma senza indulgere a superficiali e riduttive etichette (ah, se la pensi così, sei di destra… ah, se invece la pensi cosà, sei di sinistra…).
Ed è anche un imperativo categorico la disponibilità all’accoglienza, che è un sentimento proprio non solo del cristianesimo o della pietas democratica, ma è un aspetto caratteristico di una società libera e aperta.

Ma è tuttavia ineludibile una riflessione più profonda, per comprendere cosa significa “libera” e “aperta” sul piano storico, effettuale.

Molto spesso in questo dibattito vedo citato Popper; ne sono felice, ha guidato anche il pensiero delle più giovani generazioni di sociologi, quelli che si sono liberati della stretta dell’idealismo platonico o del marxismo-leninismo operante, dirimendo il conflitto tra filosofia, ideologia e scienze sociali, senza indulgere per questo nel qualunquismo di un comodo relativismo.

Ma allora di Popper leggiamo con attenzione Congetture e confutazioni, in cui sottolinea come qualsiasi verità – non solo quella scientifica – vada sottoposta ad una prova dei fatti, ad una costante verifica, altrimenti resta mera impressione o discutibile volizione.

Francesco Mattioli
Professore ordinario di sociologia nell’Università La Sapienza di Roma.
Già direttore del Gruppo di studio sulla sicurezza urbana del Coris, Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale.
Ultimi scritti inerenti:
La comunicazione sociologica, Aracne Editore, V edizione, 2016
Sociologia dei gruppi, Bonanno Editore, III edizione, 2016
Sociologia del rischio e sicurezza urbana, Bonanno Editore, 2014
A che punto siamo arrivati. Viaggio nell’imbarazzante mondo del rispetto, Edizioni San Paolo, 2012

29 ottobre, 2017

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