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Viterbo - Gli ultimi pensieri di dj Fabo, ricorso all'eutanasia in Svizzera ricordati da Marco Cappato - Al teatro Caffeina la presentazione del suo libro

“In auto allacciate le cinture, non potreste farmi favore più grande”

di Giuseppe Ferlicca
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Marco Cappato

Marco Cappato

Marco Cappato

Marco Cappato

Marco Cappato e Giacomo Barelli

Marco Cappato e Giacomo Barelli

Marco Cappato e Giacomo Barelli

Marco Cappato e Giacomo Barelli

Marco Cappato

Marco Cappato

Marco Cappato e Giacomo Barelli

Marco Cappato e Giacomo Barelli

Marco Cappato

Marco Cappato

Marco Cappato e Giacomo Barelli

Marco Cappato e Giacomo Barelli

Viterbo – “Quando salite in macchina allacciate le cinture. Non potreste farmi un favore più grande”. Di lì a un’ora dj Fabo sarebbe morto nella clinica svizzera dove aveva deciso che per lui, paraplegico e cieco dopo un incidente stradale, la sua non vita doveva terminare.

Lo ricorda Marco Cappato, ospite del teatro Caffeina in via Cavour per presentare il suo libro “Credere disobbedire combattere”. È stato lui ad accompagnare Fabo, aiutandolo.

Al suo rientro in Italia, Cappato si è autodenunciato. Per aprire un dibattito che porti pure nel nostro Paese ad approvare una legge sull’eutanasia.

“È stata una delle ultime cose che ha detto – ricorda Cappato – vi chiedo una cosa importante. Quando andate in auto, allacciate le cinture. Non potreste farmi un favore più grande.

A quel punto ho avuto una conferma. Da lì a un’ora sarebbe morto, ma le ultime parole le ha rivolte ad altri, ha pensato ad altri. Un gesto generoso”.

Oggi in Italia c’è una legge per interrompere le terapie. “Ma non è il fine vita – spiega Cappato – se Fabo avesse chiesto di staccarsi dai macchinari che lo mantenevano in vita, sarebbe sopravvissuto magari una settimana. Non voleva questo. Perché aspettare e farsi vedere dai genitori mentre muori?”.

In Svizzera la legge prevede che sia il malato a prendere le medicine per porre fine alla vita. “Fabo non era in grado – ricorda Cappato – ma ha azionato una macchina collegata al suo corpo, con la bocca. Il giorno prima è stato un momento penoso, mentre faceva le prove per capire se sarebbe riuscito. Quando ha capito che ce l’avrebbe fatta si è tranquillizzato.

S’immagina che le persone decise a compiere questo passo siano prese dallo sconforto. Non è così, Fabo era lucido, in grado di scherzare e pensare agli altri”.

È stato lo stesso Fabo a decidere di rendere pubblica la sua scelta. “Quando l’ho incontrato – spiega Cappato – gli ho spiegato che se voleva, avremmo potuto fare tutto pubblicamente. La scelta era sua e io in ogni caso l’avrei aiutato. Forse perché era un dj, abituato al pubblico, ha detto di sì. Ha realizzato il video inviato al Presidente della Repubblica, visto da tantissime persone.

È stato importante, perché nella disobbedienza civile la pubblicità è necessaria, se si vuole che il proprio gesti aiuti altri. Occorre metterci la faccia, anche se è più difficile”.

Legalizzare in Italia l’eutanasia, per Cappato avrebbe un effetto: “Non abbandonare a se stesse le persone”. Nel suo libro, l’invito è a fare qualcosa, ribellarsi a leggi ritenute ingiuste, per cambiarle.

A intervistare Cappato, Giacomo Barelli, avvocato e politico. “La disobbedienza per Cappato – osserva Barelli – non si limita al fine vita”. Un “disobbediente” di professione. “Di fronte a qualcosa che non va – sostiene Cappato – non bisogna rassegnarsi”.

Altro argomento, la sessualità e l’omosessualità. “In alcuni paesi è un reato che prevede la pena di morte. In Italia è ancora causa di discriminazione e marginalizzazione. È sbagliato pensare che sia superata e la situazione accettata totalmente. La sessualità è un diritto umano fondamentale. Non a Viterbo o Milano, deve esserlo ovunque nel mondo.

Un diritto da difendere. Anche per chi ha forme di disabilità gravissime che impediscono una normale vita sessuale. La grande maggioranza di persone con disabilità ha una normale vita sessuale, poi esistono casi estremi. In alcuni paesi, l’assistenza sessuale è diversificata dalla prostituzione.

Dove non è possibile, so di casi in cui i genitori aiutano con la masturbazione, la possibilità d’esperienza sessuale per i figli”.

Marco Cappato è tesoriere della fondazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. “Coscioni – ricorda Cappato – era un giovane professore universitario di Orvieto. Preparandosi per una maratona, si è accorto che le gambe non andavano, i muscoli si stavano irrigidendo.

Ha scoperto d’essere colpito da Sla. Una malattia terribile. Non c’è cura, progressivamente distrugge e atrofizza i muscoli, portando alla paralisi totale e alla morte per soffocamento.

Quando era già malato, partivano i primi esperimenti di ricerca sugli embrioni, i primi stadi della vita, proibiti in Italia da leggi in nome di una sacralità dell’embrione.

Ma c’è una contraddizione in questo ed è che esistono migliaia d’embrioni avanzati, derivati dalla fecondazione assistita. Non utilizzati e quindi distrutti”.

Si possono eliminare ma non utilizzare per la ricerca. Coscioni portò avanti la battaglia nel Partito radicale. “Accadeva 17 anni fa – ricorda Cappato – e oggi la questione ancora più rilevante.

Il problema della ricerca scientifica non riguarda scienziati e malati o i consumatori, che possono magari ottenere cibo più sano, magari con meno pesticidi. Provare a governare scienza con regole senza proibire tutto in modo ideologico, sarà determinante per il futuro.

Altrimenti accadrà come per l’eutanasia. Chi ha i soldi va all’estero. Come avveniva per l’aborto, quando in Italia non c’era. O si andava altrove o si ricorreva a quello clandestino, rischiando la morte”.

L’impegno di Marco Cappato, da tanti anni è su più fronti e ha a che fare pure con uno degli strumenti più utilizzati, il telefono cellulare.

“Se oggi abbiamo il caricabatterie unico, il merito è di Cappato”. Lo svela Barelli e il diretto interessato spiega perché: “All’epoca, molti anni fa, avevo un telefono vecchio. Ne ho comprato uno identico. Solo più evoluto. Avevo disseminato casa e lavoro di caricabatterie, ma quando ho provato a collegare il nuovo mi sono accorto che la presa era cambiata.

Mi sono chiesto perché e alla fine ho capito che era solo una tecnica dei produttori per vendere più caricabatterie. Coinvolgendo il Parlamento europeo, dopo tre anni sono stati imposti attacchi unici”.

Giuseppe Ferlicca


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19 dicembre, 2017

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