Viterbo – Una mappa dell’antifascismo nella Tuscia. Tra la fine degli anni ’20 e la seconda metà dei ’30 del secolo scorso. Nel pieno del fascismo di Benito Mussolini. Il ventennio della dittatura, 1922-1943.
– L’elenco degli antifascisti della Tuscia conservato presso l’archivio di Stato
Documenti preziosi, conservati presso l’archivio di Stato di Viterbo in via Cardarelli. Elenchi di antifascisti schedati da carabinieri e polizia tra il 1927 e il 1937 che ci permettono di mappare l’antifascismo in provincia di Viterbo. Nomi, cognomi, partiti di appartenenza e comuni di residenza.
Quattro elenchi di persone che durante il fascismo molto probabilmente non se la sono passata liscia. Quanto meno erano additati, schedati, evitati, cacciati, bersagliati. Queste persone, questi nomi di “uomini contro”, e non a caso tenuti sotto controllo dalle forze dell’ordine, entrano a pieno titolo nel percorso di resistenza al fascismo che non si limita, e non si ferma, ai soli anni della guerra civile del 1943-1945.
Uno è dedicato agli antifascisti della provincia. Uno a quelli della città di Viterbo. E due agli antifascisti viterbesi andati in esilio all’estero. Documenti conservati nei faldoni della sezione dell’archivio di via Cardarelli destinata alle carte della questura di Viterbo.
Elenchi di soli uomini. In quelli consultati non ci sono donne. Probabilmente operai e contadini, nella maggior parte dei casi, che fanno parte di quel percorso di resistenza all’oppressione, e successivamente anche all’occupazione nazista, che ha portato infine alla nascita della Repubblica democratico di cui oggi si festeggia il giorno dell’insurrezione contro il nazifascismo. Il giorno della Liberazione.
Oggi ci sono anche i nomi di questi viterbesi, inseriti all’interno di elenchi che, grazie alla colonna dedicata al partito di appartenenza, ci permettono anche di ricostruire in parte la composizione politica dell’antifascismo in provincia di Viterbo. Socialisti, comunisti, popolari, repubblicani, anarchici.
Un antifascismo, quello della Tuscia, distribuito su più livelli in flebile collegamento tra loro. Livelli che tuttavia esistevano. Almeno nel 1927, quando è stato stilato il grosso degli elenchi. C’è inoltre un altro elenco, datato 1937, di 56 comunisti all’estero.
C’è dunque un livello locale, testimoniato dall’elenco redatto dai carabinieri della compagnia di Viterbo nel 1927. Oltre 300 nomi, 337 in tutto, spacchettati per partito di appartenenza e comune di residenza. Da quel che sembra, riguarda la Tuscia esclusa Viterbo. Per quanto riguarda il partito di appartenenza, prevalgono di gran lunga i socialisti con 178 appartenenti, seguiti dai comunisti (74) e dai social comunisti (51). Ci sono anche repubblicani, popolari, un democratico, combattenti dissidenti e social massimalisti. Gli antifascisti schedati nella città di Viterbo nel 1927 sono invece 19. Tutti operai e contadini.
Spostando l’attenzione sul comune di appartenenza, il paese della provincia con più antifascisti schedati è Bagnaia (50). Vengono poi Soriano nel Cimino, Ronciglione e Faleria (32). Dopo, Civita Castellana (25). Ma i comuni di provenienza degli antifascisti sono tanti altri. Sono in tutto 23.
Sfogliando tra le carte dell’archivio di Stato sono venuti fuori anche due elenchi di antifascisti in esilio all’estero. Il primo è del 1933. È della questura di Viterbo e contiene 56 nomi con il comune di appartenenza. Sono andati in esilio all’estero antifascisti provenienti da oltre 20 comuni della Tuscia. Da Soriano nel Cimino se ne sono andati in 12, da Civita Castellana in 6, da Vallerano in 5.
Il secondo elenco è del 1937. Più di 50 “comunisti all’estero”. Di fatto comunisti (16), anarchici (10) e socialisti (15). Assieme ad altri classificati come “antifascisti” o “sovversivi”. L’elenco, oltre al comune di appartenenza (28 comuni in tutto), dove spicca sempre Soriano (8 persone in esilio) seguita da Canino (5), riporta anche lo Stato dove hanno deciso di andarsene in esilio. Una trentina di persone andarono in Francia, 13 negli Stati Uniti. Ma ci sono altri 7 paesi di destinazione. Argentina, Lussemburgo, Australia, Brasile, Belgio, Svizzera e Algeria. Quattro viterbesi sono stati pure naturalizzati. Due americani, uno di Faleria e uno di Vignanello, uno francese (Vallerano) e uno australiano (Viterbo).
Un elenco, quest’ultimo del 1937, che testimonia come, accanto ai grandi leader dell’antifascismo degli anni ’30, c’era anche tutta una militanza in esilio fondamentale per la riorganizzazione delle strutture partitiche e sindacali distrutte dagli arresti, dai morti e dal carcere seguiti all’omicidio del parlamentare Giacomo Matteotti nel 1924 e alle cosiddette leggi fascistissime del 1926.
Tra i documenti anche alcune lettere indirizzate, e intercettate dalle forze dell’ordine, ad antifascisti del viterbese. Scritte e spedite da antifascisti all’estero. Una di queste è del settembre del 1927 ed è indirizzata a Pietro Bianchini. Provenienza, Parigi. È di un “gruppo di operai del fronte unico antifascista”.
Le ragioni dell’esilio. Per “non piegare la nostra coscienza di uomini liberi – sta scritto nella lettera – sortimmo da questa terra matrigna onde respirare un’aria più pura per i nostri ideali internazionalistici, manifestando il nostro pensiero di uomini veramente liberi”.
Le difficoltà e la critica. “Sortendo dai confini oppressi, sperammo di poter fare all’estero quello che ormai era vietato fare in Italia, e ci illudemmo di poter organizzare qui la riscossa contro i ceppi fascisti. Vana illusione! E questo che fu il tuo come il nostro sogno, non è ormai più che una chimera! I nostri capi di ieri dovevano mutar tattica come lo esigevano le cambiate circostanze, seguendo i dettami del buon senso, ed invece tali vecchi dirigenti, appena passata la frontiera, iniziarono le vecchie polemiche, riaccesero gli attriti, e la discordia regnò sovrana in campo antifascista”.
Gli scontri all’interno del mondo antifascista italiano in esilio. “Gli aventinisti – prosegue la lettera del gruppo di operai – polemizzano tra di loro, gli anarchici attaccano questi e quelli ed i loro stessi compagni che la pensano un pochino differente. L’Avanti attacca violentemente il Corriere degli italiani, il Dovere e il Lavoratore italiano. Questi rispondono per le rime. L’uno afferma che l’altro è al servizio del fascismo e l’altro ribatte la stessa cosa. Modigliani ha rotto completamente con Labriola perché questi voleva sollecitare la monarchia ad intervenire contro il fascismo. C’è chi afferma che Labriola è in Francia per conto di Mussolini a ricondurre le pecore all’ovile”.
Infine, la conclusione. Disillusa. Era il 1927. “Questa è la dolorosa situazione – chiude così la lettera del gruppo di operai – in cui ci hanno messi i nostri vecchi dirigenti. Essi erano molto più bravi quando brigavano per la medaglietta da deputato, per un seggio comunale o per uno stipendio alle camere del lavoro”.
Daniele Camilli
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