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Camorra - Il reggente del clan Polverino catturato un anno fa a Ronciglione - Presi tre fiancheggiatori e arrestate quattro persone, tra cui i latitanti più pericolosi d'Italia

“Il Boss Simioli aveva un covo per la latitanza anche a Viterbo”

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Giuseppe Simioli

Giuseppe Simioli

L'arresto di Giuseppe Simioli

L’arresto di Giuseppe Simioli

L'arresto di Giuseppe Simioli - L'idromassaggio in casa

L’arresto di Giuseppe Simioli – L’idromassaggio in casa

Ronciglione – È passato quasi un anno dalla cattura del boss Giuseppe Simioli. I carabinieri misero fine alla latitanza dorata di ‘O Petruocelo, reggente del clan Polverino, a Ronciglione. Il 26 luglio del 2017. E ieri, a dieci mesi di distanza dall’arresto, i militari dell’Arma hanno dato esecuzione a un’ordinanza del gip di Roma, emessa su richiesta della procura distrettuale antimafia della capitale, nei confronti di tre indagati. Su di loro “indizi di colpevolezza”, perché avrebbero “fornito – spiegano gli inquirenti – al latitante assistenza logistica e materiale. Provvedendo, mediante intestazione a se stessi o a terzi, a stipulare contratti di affitto di immobili nelle province di Roma e di Viterbo, e a soddisfare le sue esigenze. Tra le quali le prenotazioni di esami medici di laboratorio”.

Il provvedimento del gip capitolino arriva a conclusione delle indagini avviate dopo la cattura di Simioli, il 50enne di Marano di Napoli che fino a un anno fa era in latitanza dorata in una lussuosa villa di Campagnano di Roma. Prima di essere arrestato a Ronciglione. I carabinieri del reparto operativo di Napoli lo tenevano d’occhio da giorni, e hanno circondato la villa, un resort nel verde con vasca idromassaggio, aspettando il momento giusto per agire. All’alba del 26 luglio ‘O Petruocelo esce di casa, ma i militari sono dietro di lui insieme ai cacciatori di Calabria. I colleghi di Ronciglione li hanno aiutati: la caserma è vicina al semaforo in viale della Resistenza dove il boss, latitante dal maggio 2011, è stato bloccato. Viaggiava in direzione del capoluogo. “Verso un nuovo covo di Viterbo”, rivelano oggi i carabinieri. Ma la sua corsa si è fermata al semaforo rosso. Subito dopo, è stato portato al carcere di Secondigliano.

Nel blitz di ieri contro il clan Polverino anche l’arresto di quattro uomini, eseguiti dai carabinieri del comando provinciale di Napoli su disposizione del gip partenopeo che ha accolto le richieste della procura distrettuale antimafia. Giuseppe Simioli, Carlo Nappi e Giuseppe Ruggiero (quest’ultimo tra i cento latitanti più pericolosi d’Italia) sono accusati di “detenzione, durante la latitanza, di documenti contraffatti forniti loro da altri soggetti. Due dei quali raggiunti dalla misura cautelare del divieto di dimora a Napoli e provincia”.

Il quarto arrestato è Luciano Viglietta, 58 anni, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. “Avrebbe messo a disposizione del sodalizio criminale – spiegano gli inquirenti – un insediamento industriale a Pomezia per lo stoccaggio di 1500 chili di hashish provenienti dalla Spagna e sequestrati nel 2012. E consentito, mediante la stipula di un contratto di affitto, che in una villetta della zona industriale di Pomezia si nascondessero Giuseppe Ruggiero e Carlo Nappi, entrambi latitanti ed esponenti di rilievo del clan. Avrebbe inoltre fornito appoggio logistico al latitante Giuseppe Simioli, altro elemento di spicco dei Polverino, trovandogli un’abitazione in località Pavona di Albano Laziale, procurandogli viveri e cure e prodigandosi per i suoi spostamenti”.

Anche Carlo Nappi e Giuseppe Ruggiero erano latitanti dal 2011. Ricercati per associazione di tipo mafioso, estorsione e traffico internazionale di droga, vengono catturati il 14 settembre 2016 in una villetta nei pressi di Pomezia.
“Le indagini – evidenziano i carabinieri – hanno permesso la cattura di una rete di insospettabili fiancheggiatori del clan Polverino attiva sul territorio campano e su quello laziale, che ha assicurato la latitanza degli esponenti di vertice del clan e, in particolare, di Giuseppe Simioli, Carlo Nappi e Giuseppe Ruggiero”.


Chi è Giuseppe Simioli
Avrebbe alle spalle una lunga detenzione per spaccio. Scarcerato nel 2008, sarebbe diventato l’ombra di Giuseppe Polverino, il capo dell’omonimo clan. Fino all’arresto era considerato il reggente della cosca. 

Per conto dei Polverino, Giuseppe Simioli si sarebbe occupato del traffico di hashish sull’asse Spagna–Italia. Da un lato la relazione con un’ispano-brasiliana dalla quale aveva avuto due figli. Dall’altra la moglie e un figlio a Marano. 

Simioli era nella lista dei ricercati più pericolosi d’Italia. Sulla sua testa pende una condanna in appello a 24 anni per associazione mafiosa e altri quattro ordini di cattura per traffico di droga, armi da guerra, lesioni personali e omicidio. L’omicidio di Giuseppe Candela, il 15 luglio 2009, davanti a un negozio di Marano. L’ordinanza di custodia cautelare a carico di Simioli e di altri, molti dei quali affiliati al clan Polverino, fu emessa nel 2016. Almeno un pentito avrebbe fatto il nome di Simioli come esecutore materiale.

Secondo gli atti del procedimento, che “Peppe 13 anni” dovesse morire sarebbe stata una decisione presa a tavolino in una riunione a Quarto (Napoli), a cui anche Simioli avrebbe partecipato. Sempre i pentiti dicono che la moto dei sicari, una Honda SH300, era stata rubata a Qualiano (Napoli) e poi bruciata. Simioli era a bordo, raccontano, e da lì avrebbe sparato. Poi la sauna, per liberarsi della polvere da sparo.


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31 maggio, 2018

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