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Viterbo - L'avvocatessa Gioia Maria Scipio, che alla maratona di Londra ha conquistato la “six star finisher”, racconta la sua passione

“Quando corro spengo i pensieri e osservo intorno a me…”

di Paola Pierdomenico
Gioia Maria Scipio

Gioia Maria Scipio

Gli Zombies runners a Londra

Gli Zombies runners a Londra

 
Gioia Maria Scipio

Gioia Maria Scipio

Gli Zombies runners a Londra

Gli Zombies runners a Londra

Viterbo – “Quando corro spengo i pensieri e guardo solo intorno a me…”. Gioia Maria Scipio racconta la sua passione. Avvocatessa dagli occhi di ghiaccio, ama mettersi le scarpe da ginnastica e percorrere chilometri. Con la mente libera completamente immersa nell’ambiente che la circonda.

Da sempre amante dello sport, ha iniziato a correre per caso. La grinta e la volontà l’hanno portata in alto, visto che è riuscita concludere le sei maratone più importanti del mondo e all’ultima, quella di Londra, ha ottenuto la “six star finisher”.

Quando ha iniziato a correre?
“Sono sempre stata una persona molto sportiva – racconta Scipio – anche a livello agonistico. Nel 2012, per caso, è iniziato tutto grazie al mio istruttore di walking, Pino Tenti, che è anche un plurimaratoneta. Lui faceva parte di un gruppo di tantissime persone che correvano da tempo e che avevano già fatto una maratona. Ho iniziato a frequentarli e anche a pensare che, nel 2013, per il quarantesimo compleanno, mi sarei regalata una maratona.

Quando l’ho detto al mio istruttore, lui ha iniziato a seguirmi, e, dopo un po’, mi ha proposto la maratona di Roma che sarebbe stata di lì a pochi mesi. Pensavo fosse troppo presto e, invece, l’ho preparata e fatta”.

In che modo?
“Mi allenavo tre o quattro volte a settimana, poi siamo arrivati a cinque e non mi limitavo a semplici corsette, ma ho iniziato lavori più specifici come le ripetute su distanze più o meno lunghe e le salite per creare forza sui muscoli e aumentare la velocità. Pian piano cresceva anche il chilometraggio. Dalla mezza maratona di 21 km per poi andare avanti”.

A marzo 2013 era quindi nella Capitale, allo “start” che ha dato il via alla sua avventura. Come è andata?
“La maratona di Roma l’ho finita in quattro ore e mi sono sentita “un’eroina” perché 42 km sono tanti, davvero tanti. E’ stata però una soddisfazione”.

Poi sembra averci preso gusto…
“In effetti, ho continuato a frequentare il gruppo e l’anno dopo, nel 2014, ho fatto la maratona di Parigi, poi ho incrementato il ritmo e, a novembre, sono andata a New York. Nel 2015, ho partecipato a Berlino, ho fatto Tokyo e Chicago nel 2016, nel 2017 Boston e quest’anno Londra”.

Ha finito così le sei più importanti maratone del mondo e a Londra ha ricevuto la “six star finisher”. Ora con Anna Patoia e Susanna Pecoroni fa parte del trio di donne runners viterbesi che ha raggiunto questo traguardo. Qual è quella che le sta più a cuore?
“Tokyo – racconta – è stata l’esperienza più particolare. Stavamo dall’altra parte del mondo a contatto con una cultura completamente diversa. L’organizzazione poi non si batte. Le maratone estere, e soprattutto quelle americane, sono tutte molto partecipate e per chi assiste è un vero giorno di festa. Le città si fermano completamente, sia per i professionisti, ma soprattutto per chi lo fa in maniera amatoriale.

I veri eroi per chi guarda sono proprio le persone come noi che, nella vita fanno tutt’altro, ma che si alzano tutte le mattine alle 5 per andare a correre e poi hanno il lavoro, i figli, i genitori e una vita normale”.

Anche in Italia è così?
“Il pubblico estero vive le maratone come un evento ed è eccezionale. Ecco perché partecipano 40/50mila persone, mentre da noi, dove manca ancora questa cultura sportiva, sono più ridotte e, a Roma, per esempio si arriva ai 14mila”.

A cosa pensa mentre corre?
“Mi guardo molto intorno. C’è chi riflette sulle problematiche lavorative, su quelle famigliari o sui progetti di vita. Io mi spengo. Osservo ciò che mi circonda e ascolto il fisico. Provo sensazioni a pelle e cerco di godermi il più possibile il percorso”.

Corsa e viaggi vanno quindi di pari passo.
“Proprio con questa scusa, insieme alla mia squadra abbiamo fatto tante maratone all’estero. Girare in una città che non conosci e farlo di corsa, è un modo molto particolare e diverso rispetto al classico tour turistico. Guardi i volti delle persone che ti applaudono e ascolti i complessi di musicano sul percorso. Vado avanti così, poi la volontà, la testa e l’abitudine ti fanno tirare dritto anche nei momenti di fatica”.

Grazie a questo sport ha stretto anche molte amicizie.
“E’ vero, insieme abbiamo creato una piccola squadra, gli Zombies runners, che un gruppo ristretto di amici con cui abbiamo iniziato a fare le maratone di Tokyo e New York per poi decidere di formalizzare una piccola associazione. Ci auto organizziamo e andiamo in giro a fare le gare. E’ un vero momento di aggregazione perché poi ci si ferma a fare colazione insime oppure a pranzo e in certi casi, come è successo per Londra, organizziamo veri weekend all’estero”.

Spesso chi va a correre viene criticato per le condizioni e gli orari impossibili. Cosa ne pensa?
“All’inizio – scherza – anche io pensavo che fossero tutti matti e che non ce l’avrei mai fatta ad alzarmi presto o col freddo, il buio e la pioggia. Da questo punto di vista, il gruppo è fondamentale perché sai che c’è chi ti aspetta e che sei in compagnia per allenarti. Uno stimolo fondamentale. In più quando cominci, ti rendi poi conto che è molto comodo andare la mattina perché, di fatto, chi, come me, va al lavoro alle 8,30, ha poi la giornata libera senza la necessità di incastrarci l’allenamento che non sempre si riesce a far collimare con esigenze professionali o famigliari. Lo sforzo iniziale del risveglio presto è ripagato dal fatto che diventa un’abitudine utilissima… poi la sera magari si crolla nel letto presto, ma ci sta”.

Consiglia quindi questo sport?
“Sì perché è assolutamente democratico, visto che, all’inizio, è molto semplice come approccio dato che possono farlo tutti e ovunque”.

Quante paia di scarpe ha buttato in questi anni?
“Tantissime, specie durante la preparazione delle maratone, perché ogni tre o quattro mesi la scarpa si scarica e invece deve essere sempre al massimo dell’efficienza”.

Che obiettivi ha ora?
“Adesso mi riposo e forse mi dedicherò al ‘trail’, la corsa in montagna, sui percorsi sterrati dove si diminuisce la velocità, ma con l’arrivo dell’estate c’è un clima più fresco. Un altro tipo di corsa – conclude Scipio – ma comunque molto bella”.

Paola Pierdomenico

17 maggio, 2018

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