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Tribunale - La donna è accusata di sequestro di persona e omissione di soccorso - Ma la figlia la difende: "Si è nascosto lui, per non farsi trovare da sua madre"

Va a cena dalla fidanzatina e si ubriaca, la “suocera” lo chiude nell’armadio

Viterbo - Un'aula del tribunale

Viterbo – Un’aula del tribunale

Viterbo – (sil.co.) – Va a una cena di compleanno a casa della fidanzatina e si ubriaca, la “suocera” lo chiude nell’armadio. 

E’ la pesante accusa nei confronti di una cinquantenne di Caprarola, a processo davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei per sequestro di persona e omissione di soccorso. Con l’aggravante che la vittima, all’epoca dei fatti, era minorenne. 

Secondo l’accusa, il 28 settembre 2012, l’imputata avrebbe rinchiuso dentro l’armadio della sua camera da letto il fidanzato 17enne della figlia, rivelando dove si trovava solo dopo l’intervento dei carabinieri, chiamati sul posto dalla madre della presunta vittima che, da Civita Castellana, era andata a cercare il figlio, preoccupata per il mancato rientro. 

Secondo la difesa, il 17enne si sarebbe chiuso volontariamente nell’armadio, per non farsi vedere ubriaco dalla genitrice, dicendo: “Meglio i carabinieri che mia madre”. 

Il primo a testimoniare è stato il comandante della locale stazione, Giancarlo Pelliccia, il quale ha raccontato come la madre del giovane li avesse chiamati da sotto l’abitazione dell’imputata, preoccupata verso le 11,30 del mattino.

“Ci ha detto che il figlio era rimato a dormire dalla fidanzatina, ma che al telefono non rispondeva. Allora era venuta a cercalo, ma la madre della ragazza l’aveva cacciata di casa, dicendole che se ne era andato la sera prima. Lei però aveva fatto in tempo a vedere per terra, in sala, lo zaino e gli indumenti del figlio. Per cui chiedeva aiuto”.

Saliti in casa l’imputata, dopo avere provato in prima battuta a negare la presenza del 17enne, avrebbe condotto i militari in camera da letto.

“Ha aperto un’anta dell’armadio e dentro, rannicchiato, c’era un ragazzo che indossava solo gli slip e sembrava senza conoscenza. Lo abbiamo messo sul letto, ma non si svegliava, per cui abbiamo chiamato il 118 che lo ha portato al pronto soccorso di Belcolle in ambulanza, dove gli hanno diagnosticato un episodio di etilismo acuto”. 

Davanti ai giudici anche la madre del ragazzo. “Non conoscevo la madre della fidanzatina, ma ci avevo parlato per telefono quando lo hanno invitato al compleanno e mi ero fidata. Ma la mattina dopo, quando lui non mi rispondeva e ho provato a chiamarla, mi è stato detto che avevo sbagliato numero e poi il telefono è stato spento. Quindi, con l’aiuto degli amici di mio figlio, ho scoperto dove abitavano e sono andata a Caprarola con un’amica”, ha detto, interrogata dal pubblico ministero Stefano D’Arma.

“Quando ci ha cacciate, dicendo che lui era andato via la sera prima, ma ho visto il suo zaino per terra, mi sono spaventata e ho chiamato i carabinieri, con lei che mi diceva dietro ‘tanto una denuncia in più, una in meno'”. 

Il figlio, dimesso dall’ospedale dopo una flebo, non ricorderebbe niente. Ma secondo la sorella dell’allora fidanzatina, figlia 23enne dell’imputata, quella mattina avrebbe detto: “Meglio i carabinieri che mia madre”. “Non era privo di conoscenza, faceva finta di dormire”, ha detto la testimone, spiegando che durante la notte, per noia, avevano preso dalla credenza di cucina “una bottiglia piena a metà di alcol per fare le torte” e se l’erano bevuta, ubriacandosi, ma rimanendo lucidi. 

“Quando la mattina successiva lui ha visto che la madre lo tempestava di telefonate, ha deciso di non rispondere.  E quando lei ha chiamato sul numero di mia madre abbiamo fatto la ragazzata di dirle che aveva sbagliato numero”, ha detto, rispondendo alle domande del difensore Daniele Saveri. 

“Non voleva che la madre lo vedesse in quello stato, per cui, quando lei ha suonato, è corso a nascondersi, volontariamente, nell’armadio. Mia madre pensava davvero che se ne fosse andato via la sera prima, per questo ha allontanato la signora. Poi quando le abbiamo spiegato come stavano le cose, lo ha fatto ritrovare subito dai carabinieri”, ha concluso, tra i dubbi del pm D’Arma, secondo il quale la versione fornita nell’immediatezza era diversa. 

Per questo il collegio ha deciso di ascoltare anche l’allora 17enne, oggi 23enne, anche se – come dicono sia la madre che il pm –  non ricorderebbe nulla di quella notte e del brusco risveglio. Magari da qui al 22 gennaio, data della prossima udienza, gli torna la memoria. Per quel giorno è prevista anche la sentenza. 

13 giugno, 2018

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