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Viterbo - Il 9 maggio 1975 la sommossa dei detenuti che porterà alla prima riforma del sistema penitenziario italiano

Quarantatré anni fa la rivolta del carcere di Santa Maria in Gradi

di Daniele Camilli

Viterbo – Nove maggio 1975. Scoppia la rivolta nel carcere di Viterbo. Complesso di Santa Maria in Gradi, dove oggi ha sede l’università degli studi della Tuscia. Una sommossa politica. Senza morti né feriti. A un anno esatto dalla strage di Alessandria e dal sequestro da parte delle Brigate Rosse del giudice Mario Sossi. 

Nel carcere di Alessandria, la rivolta dei prigionieri era stata soffocata nel sangue dall’irruzione dei carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sette morti in tutto, due detenuti, due poliziotti e tre civili.


Una sommossa carceraria degli anni '70

Viterbo - Il complesso di Santa Maria in Gradi

Il complesso di Santa Maria in Gradi oggi sede dell’università della Tuscia


Mario Sossi, rilasciato poi dalle Br, aveva invece aperto un conflitto senza precedenti all’interno della magistratura e tra quest’ultima e il governo italiano. Senza considerare che nel 1974, sempre nel mese di maggio, c’era stato il referendum sul divorzio che, con la vittoria del No all’abrogazione della legge approvata 4 anni prima dal Parlamento, segnò una radicale inversione di tendenza della società italiana che stava dando tutta l’impressione di comprendere e intraprendere un percorso di riforme anche radicali degli assetti istituzionali italiani. Come sembravano confermare le elezioni politiche del 1976 che videro il Pci raggiungere il 34% dei consensi, e l’insieme delle forze di sinistra il 47, per la prima volta nella sua storia.

In mezzo Viterbo, con la rivolta dei detenuti del maggio 1975 guidata dall’organizzazione armata dei Nap, i Nuclei armati proletari, nata proprio in quegli anni e successivamente confluita quasi per intero nelle Brigate Rosse.

Durò pochi giorni, agganciandosi al sequestro del giudice di Cassazione Giuseppe Di Gennaro avvenuto tre giorni prima, e fu la goccia che portò alla prima riforma del sistema carcerario con l’approvazione, il 26 luglio 1975, della legge 354, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 9 agosto dopo ventotto anni di studi e lavori parlamentari. Giorni che videro pure l’intervento dell’avvocato Giuliano Vassalli che ventiquattranni dopo diventerà presidente della Corte costituzionale.

Un imponente atto sovversivo in un Paese che in quel preciso momento storico, tre anni prima del sequestro e dell’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, scelse la trattativa anziché la linea della fermezza. Anche se quest’ultima, proprio durante il sequestro di Sassi, aveva cominciato a manifestarsi con le stesse dinamiche che caratterizzeranno i 55 giorni che nel maggio del 1978, esattamente tre anni dopo la rivolta del carcere di Viterbo, porteranno alla morte dello statista democristiano.


Viterbo - Il complesso di Santa Maria in Gradi

Viterbo - Il complesso di Santa Maria in Gradi


Un penitenziario, quello viterbese, che già in passato aveva ospitato detenuti politici. Sia antifascisti, prima della caduta di Mussolini – tra loro il padre dell’Unione europea Altiero Spinelli e diversi dirigenti comunisti – sia fascisti subito dopo la guerra. A Santa Maria in Gradi furono rinchiusi anche gli 11 ebrei viterbesi deportati nei campi di sterminio nazisti.

Nel carcere di Santa Maria in Gradi venne richiuso pure l’ex brigatista reggiano Loris Tonino Paroli, recentemente al centro di diverse polemiche per la sua partecipazione al corteo di Reggio dopo il raid xenofobo di Macerata. Sua una lettera pubblicata “dalla Bebert edizioni nel libro “Visto censura” (2017) dedicato al circuito dei carceri speciali negli anni ’70 e ’80, dall’Asinara, a Palmi fino a Voghera. “La mia radio in questo carcere – scriveva Paroli da Viterbo il 18 aprile 1976 – non me l’hanno consegnata perché ha la modulazione di frequenza, se trovate un transistor senza FM mi fate un favore. Ciao tutti Per il comunismo fino in fondo, Loris”.

La sommossa del carcere di Viterbo è raccontata nel libro “Brigate Rosse. Volume I. Dalle fabbriche alla campagna di primavera” pubblicato l’anno scorso dalla casa editrice DeriveApprodi. Autori, Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elisa Santalena.

“Il 6 maggio 1975 – sta scritto nel libro – i Nap compirono a Roma la loro azione più clamorosa: il sequestro del giudice di Cassazione Giuseppe Di Gennaro, che lavorava al tempo al ministero di grazia e giustizia come consigliere della direzione generale degli istituti di prevenzione di pena. A capo dell’ufficio studi, egli aveva collaborato a tutti i progetti di riforma penale e penitenziaria e tutti i ministri della giustizia, da Guido Gonella a Oronzo Reale, si erano serviti delle sue competenze. Quando il 9 maggio 1975 – prima ricorrenza della strage di Alessandria – i Nap rivendicarono il sequestro del giudice con una telefonata alla famiglia, tre militanti incarcerati a Viterbo – Martino Zicchitella, Giorgio Panizzari e Pietro Sofia – tentarono di evadere. Scoperti, si barricarono in una stanza del carcere con un ostaggio. Per la liberazione di Di Gennaro i Nap chiesero la diffusione radiofonica di un comunicato, il trasferimento dei detenuti in un carcere del nord Italia e l’assenza di rappresaglie. Le richieste furono accolte e Di Gennaro fu rilasciato l’11 maggio. Se l’operazione di Dalla Chiesa ad Alessandria aveva indebolito il movimento dei detenuti, il rapimento di Di Gennaro ne riaccese le speranze. L’episodio di Viterbo divenne centrale per alcuni mesi non solo per la sua importanza politica immediata, ma perché dimostrò la rilevanza strategica di un legame tra avanguardie interne ed esterne alle carceri”.


Viterbo - Il apposta Martino Zicchitella

Il nappista Martino Zicchitella

Viterbo - Il apposta Giorgio Panizzari

Il nappista Giorgio Panizzari


Martino Zicchitella e Pietro Sofia vennero successivamente trasferiti nel carcere di Lecce da cui evasero, assieme ad altri detenuti e al bandito sardo Gaetano Mesina, il 20 agosto 1976. Eccezion fatta per Mesina e Zicchitella, quasi tutti furono di nuovo catturati nel giro di due mesi. Martino Zicchitella morirà il 14 dicembre 1976 nell’agguato dei Nap al vicequestore dell’antiterrorismo Alfonso Noce, responsabile dei servizi di sicurezza per il Lazio, durante il quale rimase ucciso l’agente della scorta Prisco Palumbo. Zicchitella morì colpito alle spalle, probabilmente per errore di un suo compagno. 

Il nome di Giorgio Panizzari, che nel 1998 otterrà la grazia del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro dopo 28 anni di carcere, comparirà anche nell’elenco dei militanti per i quali le Brigate Rosse (Comunicato n. 8 del 24 aprile 1978) chiederanno la liberazione durante il sequestro Moro.

“Nel 1974-75 – scrivono gli autori del libro Brigate Rosse della DeriveApprodi – l’atteggiamento da tenere in carcere era regolato da alcuni punti precisi: quando un militante veniva imprigionato doveva occuparsi di preparare la propria evasione per reintegrare il gruppo e provare a battere lo Stato anche sul terreno carcerario. Qualora non fosse riuscito a evadere, doveva fare di tutto per facilitare le lotte dei militanti fuori evitando di collaborare con l’amministrazione carceraria, impegnandosi nello studio, redigendo documenti rivendicativi delle azioni portate a termine all’esterno e continuare a lottare, con ogni mezzo, per la sua liberazione. Il prigioniero perdeva anche ogni responsabilità politica occupata fuori, ma contribuiva a formare una ‘brigata di campo’. L’applicazione di questi principi divenne sempre più difficile mano mano che gli arresti aumentavano”.

Tra i protagonisti dei fatti che caratterizzano la rivolta del carcere di Viterbo anche Giuliano Vassalli, partigiano, giurista e politico italiano, presidente della Corte costituzionale dall’11 novembre 1999 al 13 febbraio 2000. Nato a Perugia nel 1915, morto a Roma nel 2009.


Viterbo - L'avvocato Giuliano Vassalli

L’avvocato Giuliano Vassalli


“Nel carcere di Viterbo – racconta Vassalli nel libro “Ultimi scritti” (Giuffré editore, 2007) – scoppia una rivolta con sequestro di ostaggi e i rivoltosi, che erano in possesso di una fotografia del magistrato sequestrato, fanno sapere di voler trattare solo con due avvocati, uno dei quali ero io. Capii facilmente il perché quando seppi che uno dei rivoltosi era il condannato all’ergastolo, che avevo difeso in Cassazione e che pure non avendo ascoltato la mia difesa (né io lo conoscevo) doveva averne avuto eco favorevole, nonostante l’avvenuto rigetto del ricorso. Accorremmo e lì trascorremmo un’intera notte insieme al sostituto procuratore capo del luogo. Comunque, abbandonata dai rivoltosi l’idea di far saltare il carcere (cercavano di farci credere che ne avevano minato i passaggi) e di uccidere gli ostaggi ed ottenuta al mattino la resa e la consegna delle armi, rimaneva da ottenere la liberazione di Di Gennaro, il magistrato prigioniero di quelli che con i rivoltosi di Viterbo erano in corrispondenza. Ebbene i detenuti ci chiesero in serata come condizione per la liberazione dell’ostaggio di renderci disponibili, Adolfo Gatti ed io, a difenderli nei processi che avrebbero avuto luogo per i reati appena commessi. Facemmo subito, Gatti ed io, avere per radio la nostra risposta affermativa e la liberazione dell’alto magistrato ebbe subito luogo”.

Nel 1975, secondo le fonti della direzione generale di pubblica sicurezza, le sommosse nelle carceri italiani furono in tutto 20. Nel 1976 arrivarono a 34. Nel 1974 le evasioni furono 211, salite a 286 nel 1975. Per aumentare a 378 nel 1976 e a 447 nel 1977.


Viterbo - Il complesso di Santa Maria in Gradi

Viterbo - Il complesso di Santa Maria in Gradi


Nel 1974 c’era stato infine il sequestro del sostituto procuratore della Repubblica di Genova Mario Sossi che aveva segnato uno spartiacque importantissimo. Per la sua liberazione le Brigate Rosse chiesero la scarcerazione di 8 compagni dell’organizzazione armata 22 Ottobre detenuti nel carcere del capoluogo ligure.

Il 20 maggio 1974,  proseguono gli autori del libro dedicato alla storia delle Br, “sulla base dell’articolo 277 del codice di procedura penale modificato dalla legge Valpreda, la Corte di Assise di Appello di Genova concesse la libertà provvisoria agli otto detenuti della 22 Ottobre e ne ordinò l’immediata scarcerazione. Accordava, inoltre, il nulla osta per il rilascio dei passaporti agli stessi ‘subordinatamente alla condizione che sia assicurata la incolumità personale e la liberazione del dott. Mario Sossi'”. I prigionieri liberati sarebbero stati accolti dalla legazione cubana in Vaticano e portati a Cuba.

Di fronte a questa decisione la magistratura italiana si spaccò entrando in conflitto con il governo. Il Procuratore di Genova Francesco Coco, che verrà ucciso dalle Brigate Rosse l’8 giugno 1976, impugnò l’ordinanza della Corte d’Assise con un ricorso in Cassazione, che tuttavia non sospendeva l’esecutività dell’ordinanza. A chiudere il cerchio ci pensò però il governo che diede ordine ai militari di far circondare il carcere di Marassi e di trattenere i detenuti laddove avessero provato a uscire. Nel frattempo la legazione cubana in Vaticano ritirò anch’essa la propria disponibilità ad accoglierli. Il 23 maggio Sossi venne rilasciato sano e salvo.

Quattro anni dopo, durante il rapimento di Aldo Moro, Sossi intervistato dal New York Times dichiarò: “Ciò che sta minando lo Stato è il rifiuto di considerare la situazione per quello che è, cioè una guerra civile… L’unico modo che il Parlamento ha per affrontare la situazione è di proclamare uno stato di emergenza nazionale, sospendere la legge civile e proclamare la legge marziale. I terroristi armati, se catturati, potrebbero essere giustiziati sul posto. Attacchi armati a persone e luoghi pubblici dovrebbero essere puniti con la morte. La polizia potrebbe indagare senza l’ordine della magistratura, e i prefetti avrebbero il potere di proclamare il coprifuoco in certe zone. Infine, i confini del paese potrebbero essere chiusi, se necessario”.

Daniele Camilli

12 luglio, 2018

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