Viterbo – Sporche e imbruttite. Antiche. Sono le Porte di ingresso alla città. Il biglietto da visita di Viterbo. Quelle medievali e in peperino, chiuse da altre porte, questa volta in legno, anch’esse patrimonio storico. Ridotte come uno straccio. Scorticate da camion troppo grossi e incidenti d’auto. Il legno sembra fracido. Comunque sia è rotto. Da restaurare, prima che sia da buttare.
Multimedia: Il degrado delle Porte cittadine – Video
Attorno alle porte, alcune invase dalle piante che da tempo campeggiano sugli ornamenti, la vita della città. Tra laico e clericale, ciascuno con i suoi simboli di lotta e di potere. Stemmi di Papi e famiglie, lapidi commemorative di trombettieri garibaldini, vittime di rappresaglie naziste, contese tra monarchici e radicali, e pietre d’inciampo a ricordo dello sterminio degli ebrei che riguardò pure Viterbo.
“Le Porte cittadine – spiega lo studioso di storia locale Silvio Cappelli – sono parte integrante delle mura. Sono beni culturali, tutelati dalla legge, testimonianze materiali di civiltà. È fondamentale salvarle. Fortunata la città che ce le ha. Come del resto la nostra”.
Le Porte di Viterbo sono in tutto 15. Un tempo erano 21. Sei sono scomparse. Quattro conservano ancora le porte. E quasi tutte sono messe male. Almeno otto di esse: Carmine, Faul, Porta romana e porta murata, San Leonardo, San Pietro e Porta della Verità. Queste necessitano almeno una ripulita e il restauro delle porte in legno.
Silvio Cappelli
Porta Romana è il principale ingresso a sud della città. Sopra campeggia la statua di Santa Rosa. Attorno i segni delle cannonate sparate dalle truppe francesi che alla fine del 1798 volevano entrare a Viterbo. Erbacce e piante si sono accampate ormai da tempo. Come vasi alle finestre. Il legno delle porte si sta lentamente disfacendo. Pezzo dopo pezzo.
Viterbo – Porta Romana
La stessa cosa vale per le Porte della verità e di San Pietro. La prima si trova a ridosso di viale Raniero Capocci, cardinale del XIII secolo e avversario implacabile di Federico II. Al punto da voler cancellare la memoria del suo passaggio in città. E ne fece radere al suolo il palazzo i cui resti stanno sparpagliati lì vicino. Il legno della porta è andato. Di fronte piazza Crispi con la chiesa della Verità, gli affreschi di Lorenzo e i restauri di Cesare Brandi. All’interno una lapide il maggiore garibaldino Luigi De Franchis, il trombettiere Gioacchino Alluminati e padre Manetto Niccolini dell’ordine dei Serviti. Vennero ammazzati, come sta scritto, dai “nemici della libertà”, francesi e pontifici, il 24 ottobre 1867. Poco dopo, il 3 novembre, i garibaldini sarebbero stati definitivamente sconfitti a Mentana. A pochi metri da Porta della Verità si trovano anche tre pietre d’inciampo in ricordo di tre viterbesi deportati ad Auschwitz nel 1944. Angelo Di Porto, Emanuele Vittorio Anticoli e Letizia Anticoli.
Viterbo – Porta della Verità
Porta San Pietro, se possibile, è messa pure peggio. Il legno si sta spaccando in più punti. Non è soltanto uno degli accessi a sud della città, a ridosso dell’istituto teologico dei padri Giuseppini, ma anche lo snodo per due importanti quartieri medievali, San Pellegrino e Pianoscarano.
Viterbo – Porta San Pietro
Pianoscarano ha anche una sua porta autonoma d’ingresso, Porta del Carmine che conserva ancora un dipinto murale completamente rovinato. Anche in tal caso la porta in legno, imbrattata, necessita interventi urgenti. Fuori dalle mura l’ultima fabbrica viterbese, il Molino Profili. Dentro, il polo universitario di San Carlo. Poco oltre il molino, il campo sportivo e le zone del Carmine e del Salamaro.
Viterbo – Porta del Carmine
Le Porte Faul, Fiorentina, San Leonardo e Porta Murata sono aperte, gli accessi in legno non ci sono. Messe male anch’esse.
Un tempo Porta Faul era diventata una specie di foce dell’Urcionio che apriva su una valle che sembrava fosse destinata a fare da discarica, tra macerie belliche e monnezza. Oggi, grazie ai lavori del Plus, è diventato uno degli ingressi principali di Viterbo. Parcheggio, prato e ascensore per arrivare direttamente a piazza San Lorenzo, quindi Palazzo dei Papi. Il muro è scarrupato e lo stemma circondato da cespugli. Giardini pensili in miniatura che si infilano tra gli elementi architettonici in peperino. A ricordo, forse, del degrado della valle.
Viterbo – Porta Faul
Porta San Leonardo, riaperta nel 1993, anche per evitare che molti studenti in arrivo dalla stazione ferroviaria di Porta Romana e dalle fermate del bus Co.tral dovessero attraversare l’incrocio sulla Cassia. Situazione pessima. Scritte fatte con le bombolette ovunque. Condivide l’abbandono in cui si trova con la chiesa di santa Maria delle Fortezze tagliata in due dai bombardamenti della guerra, lasciata poi lì a marcire. A un palmo dalla Porta. Superata, a sinistra, un palazzo medievale. Da capo alle scale c’è scritto “edificio pericolante”. In cima e sotto ci sono invece due piccole discariche a cielo aperto. È in vendita. Oltre 800 metri di superficie con giardino di pertinenza di 700. “Possibilità – sta scritto nell’annuncio – di frazionamento in più unità immobiliari. Soffitti a cassettoni o a volta, mura in pietra, stipiti in peperino”.
Viterbo – Porta San Leonardo
Porta Murata si trova a est della cinta muraria cittadina. Superata, si arriva subito in via Matteotti, a pochi passi da piazza del Teatro e Corso Italia. Qui le piante cominciano a far da tendina a quel che resta del ricordo di San Bonaventura da Bagnoregio, non solo citato da Dante ma dottore della Chiesa, punto di riferimento assoluto, teologico e filosofico. Uno di quelli che la Chiesa l’ha pensata. L’altro problema della Porta in questione sono le macchine. Parcheggiate un po’ pare.
Viterbo – Porta Murata
Infine Porta Fiorentina, a nord di Viterbo. All’esterno, di lato a destra, ci sono ancora due cabine del telefono perfettamente funzionanti. Davanti alle cabine la stazione dei Taxi. Mura scrostate e cespugli da capo, sopra il cornicione. Guano di piccione depositato. Tre ingressi. Uno di loro riporta ancora i graffiti lasciati dai militari di leva. Anno, nome e scaglione.
Viterbo – Porta Fiorentina
Porta Fiorentina apre, a sinistra, su piazzale Antonio Gramsci. Prima si chiamava Umberto I, come il liceo classico in via Tommaso Carletti, una volta casa del balilla per fascisti in erba. A Piazzale Gramsci “Re mitraglia” è ricordato da una targhetta in mezzo al verde. Venne fatto fuori dall’anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio 1900 a Monza. Prima di lui c’avevano provato senza successo altri due anarchici, Giovanni Passannante e Pietro Acciarito.
Umberto I aveva ordinato le repressioni dei moti popolari del 1898 e concesso l’onorificenza al generale Bava Beccaris per aver preso a cannonate i lavoratori a Milano la sanguinosa azione di soffocamento delle manifestazioni del maggio dello stesso anno a Milano l’8 maggio del 1898. Oltre 300 morti e più di mille feriti. A poca distanza sta invece una pietra. A terra, quasi all’imbocco di via San Bonaventura. Ricorda tre uccise dai nazisti. Giacomo Pollastrelli, Oreste Telli e “una donna rimasta sconosciuta”. “Colpiti – è scritto – dalla rappresaglia tedesca l’8 giugno 1944. Vittime d’inumana ferocia. Custodi di patria libertà”.
Daniele Camilli
Le Porte della città di Viterbo
Porta Romana
Porta San Sisto
Porta della Verità
Porta San Marco
Porta Murata
Porta Fiorentina
Porta Bove
Porta Faul
Porta di Valle
Porta San Lorenzo
Porta del Carmine
Porta Fiorita
Porta San Pietro
Porta San Leonardo
Porta San Biele
Le Porte scomparse
Porta Sonza
Porta di Ponte Tremoli
Porta di Santa Maria Maddalena
Porta Porticella
Porta della Marchesana o dei quattro denari
Porta-Torre di Citerno
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