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Viterbo - Il comitato "Non ce la beviamo" dopo le vicende giudiziarie che hanno coinvolto il presidente Salvatore Parlato, indagato nell'ambito dell'inchiesta sul Crea

“Talete, quali sono gli esiti dell’intervento della finanza di pochi mesi fa?”

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Gli uffici della Talete in viale Romiti

Gli uffici della Talete in viale Romiti

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Un’acqua, quella della Talete, che non spegnerà le fiamme alimentate dalla notizia del mandato d’arresto di Parlato, presidente del Crea ma anche della nostra società idrica.

Pur se non direttamente interessata, anche la Talete ha però visto, nel recente passato, una gestione quanto mai discutibile e allegrotta, con risultati contabili che è poco definire stupefacenti: da debiti milionari a un attivo nel giro di pochi mesi.

Le virtù taumaturgiche di Parlato, e dei suoi sostenitori politici, iniziano a essere un po’ dubbie e tali restano anche rispetto all’ultima manovra di aumento delle tariffe che, si dice, dovrebbe servire da garanzia per ottenere un prestito a sua volta utilizzato per pagare una parte dei debiti attuali.

Insomma, un ulteriore mutuo che avrà lo scopo di uno spostamento temporale dei debiti già presenti, sui quali graveranno ulteriori interessi: in una parola, una moltiplicazione dello stesso debito.

Se tanto ci dà tanto, augurandogli di dimostrare la sua estraneità alle accuse rivoltegli, il ruolo del presidente Parlato inizia ad avere qualche ombra, che nel caso della Talete, a partire dai bilanci, è buio completo.

Al momento, i debiti contratti ammontano a circa 50 milioni di euro, frutto della dissennata e clientelare gestione del centrodestra e del centrosinistra in totale continuità, che invece di lavorare per una ripubblicizzazione del servizio, come sarebbe possibile attraverso l’applicazione della legge regionale numero 5 del 2014, si trastullano in uno scontro di potere per la presidenza, avallando decisioni di dubbia efficacia, oltre che impopolari, e aggravando lo stato di crisi della Talete.

In tutto questo, brilla l’assenza della regione Lazio, con la sua responsabilità nella scelta degli ambiti di bacino idrografico, oltre alla mancanza di interventi strutturali di sostegno, in relazione alla presenza di arsenico nelle acque, a un Ato (Ambito territoriale ottimale) divenuto debole a seguito di queste scelte.

La regione è in grado solo di minacciare commissariamenti nei confronti dei comuni che si sono autoprotetti ed è incapace, o meglio non disponibile ad applicare le sue stesse leggi e i suoi stessi regolamenti, in merito alla risorsa idrica regionale.

Preso atto di ciò, ci chiediamo quali siano gli esiti dell’intervento della Guardia di finanza di pochi mesi fa e se questi fanno parte di iniziative della magistratura e/o della corte dei conti, trattandosi di “società in house”.

Restiamo in attesa di risposte in merito.

Comitato “Non ce la beviamo” – Viterbo e provincia


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10 marzo, 2019

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