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Viterbo - La polizia penitenziaria scongiura la tragedia - I sindacati: "Spesso gli agenti ricevono dai reclusi ringraziamenti per il lavoro svolto e gesti di stima, perché nessuno ne parla?"

Detenuto tenta di impiccarsi, salvato in extremis

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Viterbo - Il carcere di Mammagialla

Viterbo – Il carcere di Mammagialla

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Detenuto tenta di impiccarsi, salvato in extremis.

Ieri sera, al carcere di Mammagialla, un detenuto italiano di circa 48 anni ha tentato, per sconosciuti motivi, di togliersi la vita, impiccandosi. Un detenuto, uno qualunque, un abbandonato dallo stato.

Solo il tempestivo intervento dei poliziotti in servizio al reparto in cui il 48enne si trovava ha scongiurato il peggio e, dopo le prime cure nell’area sanitaria locale, subito è stato trasportato al pronto soccorso e ora è ricoverato al reparto di Medicina protetta.

Questo è l’ennesimo episodio che dimostra la professionalità e abnegazione al servizio, ma soprattutto un forte attaccamento a quelli che sono i veri valori del lavoro del poliziotto penitenziario “la cura e la tutela della vita dei propri affidati”. Lo spirito del santo patrono San Basilide.

Un lato la fermezza del rispetto delle regole, l’altro lato umanità e custodia. Custodia nell’accezione vera del termine. Custodia come tutela, conservazione, difesa. Si pensi a tutti gli interventi in difesa dai soprusi da parte di detenuti facinorosi verso altri più deboli.

Quotidianamente si assiste a fatti di violenza prontamente stroncati dall’intervento degli agenti. Senza la polizia penitenziaria si “sbranerebbero” gli uni con gli altri. L’unica vera regola sarebbe la prepotenza. Non succede questo grazie a lavoro della polizia penitenziaria.

Al contrario, qualcuno vuole dipingere il reparto di Viterbo come un lager; troppo spesso viene pubblicato su alcuni quotidiani locali e nazionali, un filone ormai in uso da tempo, che descrive, utilizzando appunto sempre lo stesso “canovaccio” (sembra che cambino i suonatori ma la musica è sempre la stessa) il ruolo dei poliziotti come “carnefici” e aguzzini.

Si è innescato uno strano meccanismo che vede i detenuti scrivere lettere di denuncia per poi essere trasferiti in sedi richieste. Che sia strumentale? I fatti “buoni” “positivi” spesso non escono perché è semplicemente il nostro lavoro, ma se dovessimo raccontare ogni vita salvata avremmo da scrivere libri.

Progetti di lavoro all’esterno, corsi universitari, rapporti umani tra agenti e detenuti, squadre di lavoranti perfettamente in sintonia con la custodia. “Mammagialla” come viene chiamato dai media, non è un lager.

Non è il carcere dei suicidi sospetti. Semplicemente è un istituto di pena dove spesso la depressione trova sfogo in gesti estremi e dove un intero mondo di professionalità lotta ogni giorno come se fosse in una missione remota di un continente in guerra. Polizia penitenziaria, educatori, psicologi, medici, insegnanti, volontari esercitano un vero e proprio lavoro di “trincea”, da soli e senza mezzi.

Sembra paradossale ma non è raro ricevere da parte dei detenuti anche ringraziamenti per il lavoro svolto o addirittura nel tempo gesti di stima. Perché di questo nessuno ne parla? Forse perché non fa notizia.

Questa è la polizia penitenziaria, donne e uomini, madri e padri di famiglia che ogni giorno lavorano immersi in enormi difficolta, abbandonati da una amministrazione centrale che a tutto pensa tranne che a tutelare i propri lavoratori costretti a supportare per carenza di risorse umane, economiche e strutturali da impiegare enormi carichi di lavoro anche con turni fino a 12 ore.

Sappe
Psapp
Uilpa
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Cisl Fns
Uspp
Cgil Fp 


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17 aprile, 2019

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