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L'opinione del sociologo

Cattofascisti, cattocomunisti e ora cattosovranisti: ma di quanti colori sono?

di Francesco Mattioli

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Certe attuali polemiche che sorgono tra cattolici bergogliani (per lo più di centrosinistra) e antibergogliani (per lo più di centrodestra), ma anche tra tra filopreti e mangiapreti, tra romani e antiromani, tra interpreti autentici e innovatori anticonformisti, non appartengono al Cristianesimo in sé, ma alla Storia (e alle meschinità) di noi Uomini.

Trent’anni anni dopo la Resurrezione di Cristo, Paolo già doveva recuperare le derive teologiche di alcune comunità cristiane, e di lì in poi fu un susseguirsi di concili per accordarsi sull’interpretazione della Parola Evangelica, mentre Costantino si intestava la protezione della Croce iniziando la storia di un Sacro Romano Impero che sarebbe durata fino all’altroieri.

Poi vennero gli avventurismi crociati, gli scismi, la convivenza tra santi pacifisti, asceti populisti e papi nepotisti, la chiesa dei poveri e quella dei ricchi, fino ad arrivare ai giorni nostri, alle ambigue connivenze del clericofascismo, alla nascita e al consumarsi del partito democristiano, al progressismo autoreferenziale del cattocomunismo e all’etnocentrismo decisionista del cattosovranismo.

Tutti, indifferentemente, a professarsi i veri interpreti del pensiero di Cristo, o ad adattare tale pensiero alle sorti e alle urgenze della Storia.

Come è possibile tutto questo? C’è un Cristianesimo per tutte le stagioni e per tutte le tasche? E’ questo l’ecumenismo cristiano? Di certo, no. Perché altro è la fede, altro è la religione.

La fede è un fatto esistenziale; è un dono, una conquista, una scelta, o semplicemente un compromesso con le proprie speranze, che coinvolge il cuore, la mente, l’identità dell’individuo di fronte al sovrannaturale. Può crescere, intopparsi, retrocedere, gonfiarsi d’estasi, abbeverarsi alla Parola e tremare di fronte ad Essa, ma è comunque un atto interiore che prescinde dalla Storia e ha a che vedere con la mente e la coscienza di sé di fronte al mondo.

Poi, c’è la sua applicazione; c’è la sua ritraduzione nella Storia, nelle temperie della condizione umana, nei limiti di un mondo materiale che ti condiziona, ti seduce, ti indirizza, ti frustra, e comunque ti accompagna.
Questa ritraduzione è la religione. Nei suoi riti, nelle sue prescrizioni, nelle sue tradizioni, nelle sue interpretazioni, nella sua organizzazione e nelle sue gerarchie, nei suoi slanci sublimi e nelle sue turpi miserie.

La religione che talvolta esalta e talvolta mortifica l’individuo, ma che lo guida e lo identifica nel mondo quotidiano inducendolo a certe scelte.

Se dai fiducia al Papa, sei cattolico; se sei donna e puoi fare il vescovo, significa che sei protestante; se sei fedele alla tua nazione e dai una diversa interpretazione dello Spirito Santo sei greco-ortodosso; se sei monofisita forse sei copto. Se ti senti suprematista potresti anche indossare il cappuccio del Ku-Klux-Klan; se pensi che la rivoluzione sia l’unico modo per cambiare il mondo praticherai la teologia della liberazione; se stacchi il crocefisso dal muro e festeggi il Natale quasi di nascosto significa che rinunci alla vocazione testimoniale del cristiano; se nel tuo impegno politico metti al primo posto solo alcuni rispetto ad altri forse sei un fariseo; se pensi che con un paio di elemosine, una confessione mensile e i figli al catechismo ti sei messo in pace con la coscienza forse hai un’idea molto limitata del Verbo di Gesù. E così via. Ma ci sta.

Perché la Storia con la S maiuscola, e la nostra storia con la s minuscola (absit iniuria verbis…) elaborano, nel tempo e nelle varie circostanze, differenti e contrastanti costrizioni della nostra condotta e della nostra fede.

Ma non è detto che, nella notte paradossale che descrive il caleidoscopio delle nostre esperienze, tutte le vacche debbano apparire nere. Si possono e si devono fare scelte che derivano logicamente e sostantivamente dai quattro Vangeli, che sovente sono molto più espliciti di quanto le loro interpretazioni etico-esegetiche e teologiche vogliano far apparire.

Regole come “ama il prossimo tuo come te stesso” non possono essere trasformate in un negoziale “ama il prossimo tuo se lui ti ama”; oppure “non uccidere” in un più giurisprudenziale “uccidi solo in determinate circostanze previste dalla legge”; e così via.

Per carità: come diceva un tale, di guance ne abbiamo due sole, e al terzo schiaffo mi tocca reagire. E si possono perfino scegliere opzioni che delimitano il rispetto verso l’essere umano, che ammettono certe forme di lotta, di violenza e magari giustificano l’intolleranza versi talune diversità, che praticano l’assolutismo politico e persino eugenetico, insomma che interpretano a loro modo l’organizzazione della convivenza umana. Tali opzioni non sono le prime nella storia e non saranno le ultime.

Ma a patto di non pretendere di farle passare per cristiane e di non intestarsi un pensiero cristiano (cioè di Cristo) che è ben altro, con buona pace di taluni interpreti, anche antichi, che hanno inteso rileggere a modo loro la Parola evangelica.

In definitiva, certe attuali polemiche che sorgono tra cattolici bergogliani (per lo più di centrosinistra) e antibergogliani (per lo più di centrodestra), ma anche tra tra filopreti e mangiapreti, tra romani e antiromani, tra interpreti autentici e innovatori anticonformisti, non appartengono al Cristianesimo in sé, ma alla Storia (e alle meschinità) di noi Uomini.

Questa Storia produce una religione che costringe continuamente e ineluttabilmente a schierarsi, persino se si è atei.

Certo, se non si è credenti e non si cerca neppure una qualche traccia di soprannaturalità, è un conto.
Ma se si invoca la religione, a qualunque titolo, essa diventa un vincolo fondamentale.

Nel caso del Cristianesimo, essa va letta, meditata, soppesata, interpretata, compresa, prima ancora che sbandierata con facili moralismi di facciata, se si vuole sperare di trovarvi l’opzione più giusta. Altrimenti si rischia di “usare” un Cristianesimo lontano dalla fede. E quindi dal Vangelo.

Francesco Mattioli


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27 maggio, 2019

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