Viterbo – Novanta minuti di cori, coreografie, gesti scaramantici e qualche immancabile insulto. Poi arriva la magia, il destino, o quello che i romantici chiamano “dio del calcio”, e tutto si trasforma in gioia pura.
Per la finale di coppa Italia Viterbo riscopre l’amore per il pallone. Tribuna piena, curva sold out, tutto esaurito anche in sala stampa. Lo stadio Enrico Rocchi per una sera è la capitale del calcio italiano e nessuno vuole mancare all’appuntamento.
In tribuna autorità c’è il sindaco Arena, che arriva insieme all’amministratore delegato del Monza Galliani, il presidente della Lega Pro Ghirelli, il portiere della Roma Mirante, Gigi Marzullo e diversi alti papaveri del mondo politico, economico e istituzionale della città. Oltre, naturalmente, a Piero Camilli, il deus ex machina della Viterbese della storia, accolto da applausi scroscianti e cori.
Al fischio d’inizio le coreografie lasciano spazio ai “vogliamo vincere” scanditi ripetutamente da tutto lo stadio. Oltre 2mila i tagliandi staccati per la curva Nord, oltre mille in tribuna centrale. E nessuno è venuto per stare seduto con coca-cola e popcorn: ogni tifoso ci mette tutta la voce che ha per spingere i gialloblù verso quel gol che sembra non arrivare mai.
Dall’altra parte dello stadio, anche i quasi 200 tifosi del Monza non smettono un attimo di cantare. Al Rocchi fa freddo, c’è un vento che spezza le reni, ma qualcuno di loro ha la termoregolazione in tilt e quindi resta spavaldo a torso nudo. I brianzoli vedono la coppa avvicinarsi minuto dopo minuto, anche perché la Viterbese dell’ultimo quarto d’ora è in preda alla foga e fatica a manovrare.
Poi, all’improvviso, ecco il dio del calcio. Vandeputte trova un varco sulla sinistra, crossa radente, Sommariva resta a metà strada e il pallone sbuca per Atanasov, che deve solo appoggiarlo nella porta sguarnita. È il minuto 93 e la Viterbese ha segnato il gol che vale la coppa Italia. La panchina gialloblù entra in campo, così come i raccattapalle e forse anche qualche fotografo. Ma è tutto il Rocchi in delirio che idealmente, e neanche tanto, si protende verso il terreno di gioco per abbracciare il bulgaro della provvidenza.
Due minuti d’interminabile e fremente attesa, il triplice fischio dell’arbitro e il via alla festa. Gioia, lacrime, ma anche quell’incredulità tipica delle cose che arrivano quando ormai non te l’aspetti più.
I tifosi della curva Nord continuano a celebrare la vittoria in corteo fino a piazza del Sacrario. Cori di sfottò per Silvio Berlusconi, ma anche applausi e omaggi alla famiglia di Norveo Fedeli.
E forse è proprio questa, tra le tante istantanee di una serata indimenticabile, l’immagine più bella che Viterbo si porta dietro dalla partita di mercoledì. Quella di una città viva, forte e finalmente civile.
Alessandro Castellani
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