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Bassano Romano - Paola Marchetti e Giancarlo Torricelli sulla realizzazione della struttura

“Votata una variante urbanistica per favorire la realizzazione di un centro commerciale…”

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Giancarlo Torricelli

Giancarlo Torricelli

Paola Marchetti

Paola Marchetti

Bassano Romano – Riceviamo e pubblichiamo – C’era una volta la politica di pianificazione urbanistica dei comuni. Ora non più.

Oggi succede che un comune vari un piano regolatore, un privato si svegli e chieda una variante. Ed il comune accetti.

Capita a Bassano Romano, dove il consiglio comunale ha votato una variante urbanistica per favorire la realizzazione di un centro commerciale, in località Valle della Piena.

In pratica, viene adottato uno strumento urbanistico di attuazione pubblica (il piano particolareggiato) per dare corso ad una operazione tutta privata, che scarica sulla collettività i costi, in termini di consumo di suolo, di aumento dei volumi di traffico, di produzione dei rifiuti e di smaltimento delle acque reflue.

Detta in altri termini: mentre appare chiaro l’interesse della società proponente a sveltire le procedure, non è chiarissimo quale sarebbe l’interesse pubblico, quello della comunità bassanese e del tessuto economico e commerciale locale.

Si tratta di una vicenda, presentata con troppa facilità come “un atto dovuto”, quando tanto scontata non è. O almeno non dovrebbe essere. E, soprattutto, per i volumi che mette in campo (8mila metri quadrati di superficie commerciale, per sei metri di altezza) parla della realizzazione di una grande struttura impattante, che soltanto un éscamotage tecnico, una furbizia progettuale, consente di catalogare come media.

E allude ad un modello, ad un’idea di paese per i prossimi anni: la Bassano che verrà sarà disegnata esattamente attorno a questa grande struttura, ne rimodellerà le abitudini, la socialità, perfino il suo tratto identitario.

Per di più, senza tenere conto di un dato che ormai è sotto gli occhi di tutti: alla proliferazione di centri commerciali (o “non luoghi”, per dirla con l’antropologo Marc Augé), si accompagna la saturazione dei mercati, la realizzazione di cattedrali di cemento, lo sviluppo di operazioni finanziarie che “usano” il territorio, lo mercificano, lo privatizzano per produrre scorribande che con l’interesse delle comunità locali non c’entrano nulla.

Se questo è il quadro generale, viene normale chiedersi il perché una società privata trovi conveniente prevedere un grosso investimento a Bassano Romano, in una zona economicamente “depressa”, lontana dalle grandi vie di comunicazione, servita poco e male dalla sola strada provinciale Bassanese.

Quale piano “industriale” e quali volumi di presenze sono previsti, al punto da giustificare un simile investimento, nonché il ricorso frettoloso da parte del comune ad una variante al Prg, senza neanche attendere la verifica di assoggettabilità alla valutazione ambientale strategica ad opera della Regione, che avrebbe consentito al consiglio comunale di esprimersi tenendo conto della necessità di superare una serie di criticità legate al sistema della mobilità e dei parcheggi, oltre che al sistema di smaltimento delle acque reflue?

Per non parlare poi dei cosiddetti nuovi posti di lavoro, che spesso vengono sbandierati per giustificare tutta l’operazione. Un autentico miraggio di questi tempi, a cui nessuno pensa di poter rinunciare a cuore leggero. Ma anche in questo caso, al di là dell’aspetto superficiale, di cosa parliamo con esattezza?

Come vediamo drammaticamente in queste ore anche alla Mercatone Uno di Monterosi, il lavoro nella grande distribuzione parla spesso di precarietà, di sottosalario, di “esuberi”.

A questo dato generale, se ne aggiungerebbe un altro per noi fondamentale: l’apertura di un centro commerciale, in un paese come Bassano, significherebbe la sistematica marginalizzazione del piccolo commercio di prossimità, con la conseguente distruzione di altri posti di lavoro e magari con la vanificazione di piccoli investimenti (in strutture, ad esempio) che le famiglie di commercianti locali avevano compiuto negli anni.

A chi conviene dunque questa operazione? A Bassano e alla comunità bassanese? Non crediamo.

Anzi, Bassano, come altri territori del Basso Viterbese e dell’area metropolitana di Roma, avrebbe bisogno di ripensarsi e di ripensare la propria identità (sempre più depressa, sempre più omologata, sempre meno caratteristica), a partire da una chiara direttrice di sviluppo: più cultura, più servizi alla persona, più sostenibilità ambientale, più turismo di qualità, legato anche all’enogastronomia, più ricettività diffusa. In sintesi, più coesione e più capacità di fare rete territoriale.

Servono nuove suggestioni, che leghino questo territorio, alle grandi rotte turistiche di Roma e di Civitavecchia (porto crocieristico), provando a fare, nel piccolo, quello che si riesce a fare a Sutri, a Oriolo, a Caprarola, a Ronciglione, vale a dire investire sulla qualità di uno sviluppo possibile.
È l’identità, la vera vittima di questi anni. Anche a Bassano.

Se fino agli anni ’80 il provincialismo e il campanilismo sembravano essere i mali di un Paese che, ad oltre 100 anni dalla sua unificazione, faticava ancora a trovare un’identità nazionale, oggi ci ritroviamo in una situazione rovesciata, dove i grandi flussi sembrano aver rubato anche l’anima ai nostri paesi, consegnandoli ad un vivacchiare indistinto, privo di slanci e di visione, dove perfino un anacronistico Centro commerciale può essere spacciato come sinonimo di progresso.

Questo avviene in territori, come il nostro, che in 30 anni hanno subito profonde modificazioni urbanistiche e di composizione sociale. Bassano non è più da tempo né paese agricolo, né comune che vive di terziario. E’ un territorio sospeso, tra il non più e il non ancora.

Il tema del centro commerciale, dunque, si colloca qui: attiene al presente e al futuro di un territorio. Alla sua identità. A cosa dovrà e vorrà essere nei prossimi anni.

Ci parla di come la dimensione “pubblica” non si ponga minimamente il problema di tutelare le piccole botteghe, il commercio locale, il piccolo artigianato, tutto ciò che custodisce l’identità locale. Per di più in assenza di un Piano per il Commercio, tanto a livello comunale che provinciale.

Noi pensiamo che il Centro commerciale, per di più di quelle dimensioni, sia dannoso e vada contrastato, in nome di una idea diversa di Bassano, quella che prova a reinterpretare, ad attualizzare e reinventare il passato, quella che punta sulle eccellenze locali, quella che prova a dare spazio alla creatività delle nuove generazioni, quella che punta sulle nuove tecnologie in modo massiccio per promuovere un territorio e le sue tipicità.

Quella che si sforza di costruire una suggestione attorno al palazzo Giustiniani e al suo meraviglioso Parco, al Centro storico e alla Faggeta. Una suggestione che abbia l’ambizione del bello e che non si accontenta della mera gestione dell’esistente.

Ma per fare questo è necessario anche ripensare il ruolo del “pubblico”, dell’amministrazione locale: se non si alza l’asticella dell’ambizione, se non ci si misura con la difficoltà della visione, Bassano ed altri territori “minori” sono condannati ai margini, se l’unico ragionamento che informa le scelte amministrative è la necessità di fare cassa, senza alcuna riflessione sulla qualità di questi investimenti, Bassano rischia di non avere un futuro e di ripiegarsi miseramente su sé stesso.

Ecco, noi temiamo che sia quello che sta succedendo. Ed anche per questo pensiamo che opporsi al Centro commerciale sia in primo luogo un atto di amore e di responsabilità civica verso la comunità bassanese.

Paola Marchetti
Giancarlo Torricelli


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8 giugno, 2019

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