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Comune - Sul centro storico e la sua rinascita interviene il consigliere Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

“L’amministrazione valuti le proposte dell’opposizione senza cassarle a priori”

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Viterbo - Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Io sono nato ai Cappuccini, e fino alla fine dell’adolescenza avevo la percezione netta di vivere fuori dalla città, fuori dal posto  dove succedevano cose.

Questa percezione mi veniva da un modo di dire che veniva usato da tutti all’epoca: quando si doveva andare dentro le mura cittadine, si andava “dentro Viterbo”.

“Oggi andiamo dentro Viterbo.” “La libreria sta dentro Viterbo.” “La zia lavora dentro Viterbo.” “I cinema sono dentro Viterbo.”

Chi abitava “dentro Viterbo” lo sentivo come “più viterbese” di me. Scendendo da Via Mazzini, piegando verso via della Marrocca e girando subito a destra per via dell’Orologio Vecchio, da lì in avanti si entrava nel cuore della città. La mia generazione ha comprato i libri di scuola da Montanari, i dischi al Music Shop, i libri alla Galleria del Libro o da Quatrini, il pollo al Pollo d’Oro, si andava al cinema al Genio.

Piegando verso il Corso, c’erano le pizzerie al taglio, le salumerie, i fornai, due negozi di elettricista, il ferramenta, tre negozi di ottica, i tabaccai, i bar, alcuni negozi di abbigliamento. Il sabato, come in tutte le città di provincia, si andava al Corso per lo struscio, per vedere gente, per incontrarsi. Dentro Viterbo.

La semantica, ossia il significato delle parole, è scienza esatta. Dentro Viterbo. Nel cuore della città. Certo, le condizioni delle case del centro cittadino e per conseguenza la qualità della vita di chi ci abitava, col tempo non potevano reggere l’appeal dato dalle comodità delle nuove palazzine che sorgevano in periferia.

Eppure, chi andava a vivere nelle palazzine aveva come la sensazione di aver abbandonato la città, dentro Viterbo, per andare a vivere ai suoi limiti.

Sono poi successe almeno due cose, per sintetizzare velocemente; la prima: le amministrazioni che si sono succedute hanno deciso che la città si dovesse espandere verso Nord, visto che verso sud c’era il limite invalicabile e benedetto dei Cimini col loro parco naturale. Ovvero: nessuno ha pensato di migliorare le condizioni di vivibilità e abitabilità della città dentro le mura, incoraggiando quella parte dell’ economia del mattone che vedeva profitti nel costruire e non nel restaurare.

Un male, peraltro, non esclusivamente Viterbese ma Italiano, e come sia stato possibile che nel Paese culla della bellezza, nel Paese più bello del mondo sia stato possibile costruire degli sgorbi di palazzine senza che gli italiani si ribellassero minimamente, anzi felici che questo succedesse, è cosa che davvero non riesco a spiegarmi.

La seconda: sull’onda della società dell’apparenza veicolata dal periodo craxiano, le vie del centro e segnatamente il Corso e la viabilità adiacente si sono trasformate in una boutique a cielo aperto, cancellando ogni altra forma di commercio e di terziario.

L’apertura dei centri commerciali, l’insufficienza endemica dei mezzi di trasporto pubblico, la difficoltà di parcheggio, la per me inspiegabile opposizione a seguire la linea indicata da molte altre città simili alla nostra, ossia trasformare il centro in un’isola pedonale per creare un centro commerciale a cielo aperto in grado di opporsi in maniera concorrenziale a quelli creati artificialmente, l’arrivo della crisi economica e la assoluta incapacità o mancanza di volontà da parte di tutte le amministrazioni che si sono succedute non solo di arginare il declino del centro cittadino ma di trasformare la città in meta turistica hanno fatto il resto, mettendo su quello che una volta era “dentro Viterbo” una pietra tombale.
Tombale. Perché bisogna avere il coraggio di dire una volta per sempre che il centro di Viterbo è morto. Non sofferente, non in declino, non in difficoltà. Morto.

La buona notizia è che un’amministrazione oculata e intelligente, che abbia un progetto, che faccia di questo progetto la sua priorità, che sia in grado di confrontare questo progetto con le esigenze dei pochi che continuano a sopravvivere sul cadavere del centro storico e di trovare una mediazione che non sia a servizio delle esigenze particolari ma che guardi al bene della collettività, al futuro, alla rinascita, un’amministrazione che sia tutto questo è in grado di farlo risorgere.

Non in un pomeriggio e magari neanche in un anno o due, ma è in grado di farlo risorgere, o almeno di gettare delle basi solide per la sua resurrezione. Finora, tutto questo non è accaduto.

Se la rinascita del centro fosse stata la priorità, avremmo già visto i primi piccoli frutti, avremmo assistito ai primi piccoli passi.

Abbiamo invece assistito a piccoli provvedimenti di ordinaria amministrazione, per lo più scaturiti da pressioni derivanti da articoli usciti sulla stampa o da proteste dei cittadini. Lo stesso assessore all’urbanistica ha di fatto gettato la spugna pubblicamente, dicendo alla consigliera Frontini che se lei era ottimista sul futuro del centro, lui certamente non lo era.

Il problema a mio parere sta nel fatto, e spiace doversi ripetere come un disco rotto, che fino ad oggi non abbiamo visto un piano d’azione preciso. E non solo sul centro, ma sull’intera città.

Noi non siamo qui per mantenere uno status quo, fosse anche il medesimo status quo che ci ha portati a sedere sugli scranni di amministratore. Non siamo qui a gestire l’ ordinario, se male o bene dipende dai punti di vista, ma è sostanzialmente incapaci o disinteressati a gestire lo straordinario.

Ho come l’impressione che la presente amministrazione non si sia accorta dello stato di emergenza. Forse sta a guardare il centro storico come i familiari di una persona ridotta in stato vegetativo nella speranza che accada un miracolo, aggrappandosi al fatto che una volta su mille e dopo decenni il malato si risvegli dal coma. Non lo so.

Quello che so è che questa amministrazione ha ripetutamente chiesto all’opposizione di non perdersi in sterili polemiche e di collaborare, e che ogni volta che l’opposizione si è rimboccata le maniche e ha collaborato, spendendo tempo ed energie in emendamenti e proposte volte a migliorare e integrare l’operato della giunta, ogni volta che ha suggerito soluzioni possibili per il centro storico, si è andata a infrangere contro un muro di no.

E, lo dico una volta per sempre, poco mi conforta che dopo il voto qualcuno di voi mi venga a raccontare privatamente che la proposta era bellissima, peccato non averla potuta votare. Per cortesia,   risparmiatevi e risparmiatemi questa lavanderia della coscienza.

Ora noi siamo qui a decretare la morte del centro storico. La sua morte. E a capire una cosa: se intendiamo lavorare alla sua resurrezione e come. Come.

Nel dettaglio. I miei colleghi e io abbiamo deciso di candidarci e sedere su questi scranni per un motivo molto semplice: la città così com’è non ci sta bene, e vogliamo cambiarla. Vogliamo cambiarla.

Se davvero questa amministrazione ha a cuore la rinascita del centro storico, allora da oggi in poi è necessario che cambi rotta, che elabori e porti avanti un piano dettagliato e che valuti nel merito le proposte dell’opposizione senza cassarle a priori per motivi di mera appartenenza.

Ma se sento ancora una volta che intendiamo rilanciare la città come meta turistica, che il centro storico va valorizzato, che l’economia del centro storico va promossa ma a queste dichiarazioni non fa seguito l’esposizione dettagliata di un piano d’azione mi alzo e abbandono l’aula in segno di protesta, perché di fuffa come questa in cinquantacinque anni ne ho sentita abbastanza e come me, credo, ne abbia le scatole piene anche ogni cittadino.

Alfonso Antoniozzi
Consigliere Comunale Viterbo 2020


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20 ottobre, 2019

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