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Sogni di fine e inizio anno - Un augurio nel segno dell'impegno civile in un mondo di politici, e non solo, da quattro soldi

Basta con gli imbecilli di stato… non se ne può proprio più…

di Carlo Galeotti
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Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi

Viterbo – Sogno una nazione in cui siano santificati non i cialtroni del momento ma la competenza e la capacità.

Sogno una nazione in cui “buon giorno” significhi veramente “buon giorno”, come scrisse Cesare Zavattini. Ricordate Miracolo a Milano di Vittorio De Sica?

Sogno una nazione in cui non si dimentichino i nostri grandi logici e matematici, da san Tommaso a Giuseppe Peano e Tullio Levi Civita. In cui fin dalle elementari si studi logica e matematica teorica. 

Dove i ragazzi più preparati non debbano fuggire, senza pensare più a un ritorno. Dove essere donna non significhi pericolo di vita o esser figli di un dio minore. Dove i ricchi non siano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Dove non si costruiscano effimere carriere politiche sull’odio per il diverso. Dove veramente ciascuno vale uno in fatto di diritti a prescindere da sesso, razza (ammesso che la parola abbia un senso, non dimentico la lezione di Jacques Ruffie), lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. 

E’ la costituzione bellezza!

Sogno una politica che, di tanto in tanto, faccia emergere qualche statista. Come il nobel per la letteratura Winston Leonard Spencer Churchill, il nostro Alcide De Gasperi e la sua morigerata famiglia, Franklin Delano Roosevelt e la forza del suo New Deal, Dwight Eisenhower e la sua denuncia del complesso militare-industriale e politico… Uno statista, insomma, che non badi al numero dei like ma guardi ai prossimi cento anni. Che parli non come “se magna”, ma come le ragioni di uno stato e una nazione richiedono per progredire e vivere.

Che si preoccupi in primo luogo della libertà e del benessere dei suoi cittadini.

Non uno qualunque, quindi. Che come Pericle abbia a cuore non solo la sua carriera ma lo statuto democratico della sua nazione. 

Insomma basta con questa marmaglia di nulla, con i loro profluvi di nulla e con le smargiassate che fanno della propria incompetenza bandiera. 

Basta con gli imbecilli di stato… Non se ne può proprio più.

L’augurio per questa nazione è quello di passare da questa fase di decadenza, di dilagare dell’incompetenza, di prevalere del cretino con la complicità dei social, a una fase in cui si torni all’egemonia della competenza. 

E sul piano economico, il sogno è una nazione in cui non sia un crimine fare impresa. Non sia un crimine voler lavorare. Non sia un crimine la libera iniziativa. 

Insomma, stiamo ancora aspettando la rivoluzione liberale, che Silvio Berlusconi aveva promesso (ci aveva creduto anche un mio maestro: Lucio Colletti), ma si è dimenticato di fare. Troppo preso da nani e ballerine. Una rivoluzione liberale che nessuno ha più in mente di fare. E che dovrebbe avere al centro i diritti collegati all’esser cittadini.

Sogni. Sogni di un vecchio che ormai conta i panettoni che potrà mangiare. E non ha più nulla da perdere.

Sogni di chi va in direzione ostinata e contraria, come diceva il poeta. Fabrizio de Andrè. E sogni di chi si ostina a dirigere un piccolo giornale di provincia che ha un numero di lettori da quotidiano nazionale. Un quotidiano, Tusciaweb, che quest’anno ha messo a segno tre campagne veramente fondamentali per la democrazia, per la memoria storica, per la libertà dei cittadini. Prima che dei giornalisti.

Abbiamo difeso la libertà di stampa e di cronaca perfino contro certe prevaricazioni di un prefetto che volevano impedirci di far cronaca. Poi la cosa si è appianata, ma certamente senza che noi rinunciassimo alle nostre prerogative, previste dalla costituzione

Abbiamo denunciato poi questa idea indecorosa di creare pseudomedia al servizio dei piccoli politici di provincia di turno. Una vergogna made in Tuscia.

Abbiamo mostrato a quali abusi può arrivare la smania di potere di piccolo cabotaggio che vuole una stampa al proprio servizio. E va detto che in questo caso la colpa non è solo dei politici mediocri e con un’idea di democrazia avvilente, ma anche di chi fa il giornalista al servizio del politico di turno. Solo perché si… “tiene famiglia”. Ma va detto che questa specie di media al servizio del politico più o meno nascosto, per ovvie ragioni, manca di uno degli ingredienti fondamentali per un giornale: i lettori. Questi giornali servono a ricattare e/o leccare il culo, ma non a farsi leggere.

E poi abbiamo lanciato una grande campagna per salvare il monumento che non solo è l’emblema della città, ma lo snodo della storia dell’occidente cristiano: il Palazzo Papale.

La diocesi in una nota del primo settembre aveva, con la consueta cautela, fatto sapere che la loggia del Palazzo Papale si stava sfaldando.

Ebbene, ingenuamente immaginammo che il giorno dopo il sindaco si sarebbe legato in catene per difendere il monumento. Non è successo. Aspettammo il dopo Santa Rosa. Ma nulla accadde, a quel punto abbiamo preso in mano la vicenda. Abbiamo sentito il vescovo Fumagalli per capire bene come stavano le cose. Abbiamo quindi imbastito una campagna, come sappiamo fare, con dettagli scientifici, immagini, l’intervento di esperti. Da Sgarbi a Strinati, passando per Daverio.

Risultato il ministro Dario Franceschini ci telefona per dirci che si impegna a trovare i fondi per salvare il Palazzo Papale. La regione mette a disposizione 500mila euro. Tutte cose in fieri, per ora, ma vigileremo e non staremo fermi a guardare. In campo ci saranno anche i privati.

Vogliamo che i nostri nipoti possano ammirare la loggia del Palazzo dei Papi. Vogliamo difendere la bellezza creata dai nostri antenati e la temerarietà dei nostri padri. Che immaginarono delle esili colonnine sostenere l’impossibile. Vogliamo preservare la loggia visionaria e marina protagonista dell’Otello di Orson Welles. Con una intera redazione schierata in difesa della bellezza e della storia.

Ultima cosa che mettiamo nella parte positiva del bilancio del nostro giornale per il 2019: il concorso fotografico Pier Paolo Pasolini, la forma della città. Un omaggio che è un ringraziamento a un amico che non c’è più. Di cui sentiamo la mancanza. Al quale vogliamo bene. Al quale ci lega un affetto intellettuale, che non può non farci tenerezza.

In buona sostanza, l’anno che se ne va è stato un buon anno per il nostro quotidiano. Con crescite di lettori e, quel che più conta, di autorevolezza e dignità.

Buon anno!

Carlo Galeotti


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1 gennaio, 2020

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