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Il giornale di mezzanotte - Viterbo - Ferruccio Giurini racconta la sua storia di esule - Lui, e quattro ragazzi universitari, raggiunsero Fano con una barca

“Ho attraversato l’Adriatico a remi nel 1949, lasciavo Zara dopo l’arrivo di Tito…”

di Maurizia Marcoaldi

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Viterbo - Ferruccio Giurini

Viterbo – Ferruccio Giurini

Una panoramica di Zara

Una panoramica di Zara

Alatri - Il centro raccolta profughi stranieri 'Le Fraschette' di Alatri

Alatri – Il centro raccolta profughi stranieri ‘Le Fraschette’ di Alatri

Viterbo - Ferruccio Giurini e sua moglie Vilma Catarcione

Viterbo – Ferruccio Giurini e sua moglie Vilma Catarcione

Viterbo - L'attestato con cui Ferruccio Giurini è stato nominato Cavaliere

Viterbo – L’attestato con cui Ferruccio Giurini è stato nominato Cavaliere

Viterbo - Sime Giurini e Cristina Micic, genitori di Ferruccio Giurini

Viterbo – Sime Giurini e Cristina Micic, genitori di Ferruccio Giurini

Viterbo - La poesia che Ferruccio Giurini ha dedicato alla sua città

Viterbo – La poesia che Ferruccio Giurini ha dedicato alla sua città

Viterbo – “Ho attraversato l’Adriatico a remi nel 1949, lasciavo Zara dopo l’arrivo di Tito…”. Inizia così il racconto di Ferruccio Giurini, nato nel 1931 a Zara. A soli 17 anni, nel 1949, ha attraversato l’Adriatico con l’obiettivo di raggiungere Ancona. La sua è una storia di esule e si intreccia a doppio filo con i bombardamenti del 1943, l’arrivo delle truppe titine, il centro raccolta profughi stranieri ‘Le Fraschette’ di Alatri e con il villaggio giuliano-dalmata a Roma.

Ferruccio ti accoglie a casa sua come se fossi una persona di famiglia. La voce è ferma, i ricordi sono nitidi. Ti guarda dritto negli occhi e inizia a raccontare. “Vivevo a Val di Bora, a pochi metri dal mare. A casa eravamo 8 figli, quattro femmine e quattro maschi. Io ero il sesto. Mio padre era dipendente del municipio, addetto alle centrali elettriche. Vivevamo bene. La città era una comunità di più razze, ma eravamo tutti uniti e in pace. Non c’erano differenze, per noi eravamo tutti fratelli. C’erano i dalmati, che comprendevano gli italiani e gli slavi, la comunità albanese e una componente di rimanenza asburgica tedesca. Chiaramente c’era anche un miscuglio di lingue: italiano, croato, tedesco, albanese e dialetto veneto. In casa parlavamo cinque lingue. Zara in quel periodo era una città ricca, si viveva bene. C’erano più industrie che abitanti. Poi questo quadro è stato sconvolto dalla seconda guerra mondiale”.

Zara, con un passato austro-ungarico che va 1815 al 1918, viene annessa all’Italia con il trattato di Rapallo del 1920. Il 15 aprile 1941 l’Italia e la Germania dichiarano guerra alla Jugoslavia. Un mese dopo, in occasione della firma del trattato di Roma, viene istituito il governatorato della Dalmazia, divisione amministrativa del regno d’Italia, e Zara diviene capoluogo amministrativo. Anche Spalato e Cattaro vengono annesse al nuovo governatorato della Dalmazia. La vita in città cambia.
“Nell’aprile del 1941 la Jugoslavia viene invasa dalla Germania e dall’Italia. A quel punto il governo ci ha sfollati. Noi siamo stati mandati a Tolentino, in provincia di Macerata. Dopo qualche mese ci hanno fatto rientrare a Zara”.

Ma è nel 1943 che la città mostra le sue ferite più profonde. Prima l’arrivo delle truppe tedesche, poi i bombardamenti delle truppe anglo-americane. Dal 1943 al 1945 ci furono 50 bombardamenti sulla città e circa 2mila morti.
 “Ricordo ancora le prime bombe sulla città. Erano le 20,30 del 2 novembre 1943 e a essere colpito è stato soprattutto il mio quartiere ‘Cereria’. Tra gli obiettivi un rifugio antiaereo vicino alla caserma e i morti quella sera furono 116. Tutto il nostro rione era in lutto perché ognuno di noi aveva un parente morto. Non ricordo di aver mai visto così tante bare in fila insieme. Tutte in un grande stanzone. Non potrò mai dimenticare quel giorno, in una serata mi sono visto cambiare la vita. E’ stata una cosa tremenda che non si può descrivere. Se non la vedi non ci credi. Abbiamo avuto 16 bombardamenti di super fortezze volanti, ossia squadriglie di 24 aerei. Poi altri 30 all’incirca. In totale saranno stati una cinquantina i bombardamenti, in un periodo che va dal 2 novembre 1943 al 31 ottobre 1944”. 

E sotto i bombardamenti Zara diventa una città fantasma.
“Nel periodo di guerra la città è stata evacuata. Siamo andati in campagna e lì ognuno faceva le baracche con i sassi. Mio zio, il fratello di mia mamma, ci ha costruito delle mura in pietra e sopra abbiamo messo del cartone catramato. Siamo rimasti lì fino ai primi mesi del 1944 e poi siamo tornati a Zara quando la città era stata liberata e i tedeschi erano andati via. La casa era distrutta. Le camere erano diventate tutto un grande salone. Io e un mio fratello abbiamo ricoperto il tetto. Sotto i bombardamenti ho perso, in periodo diversi, mia mamma, una sorella e un fratello”.

Poi alla fine del 1944 le truppe titine entrano in città. Di fatto la provincia di Zara viene annessa alla Jugoslavia. L’ufficializzazione avverrà però con il trattato di pace del 1947. 
“Nel 1944 arrivarono le truppe titine. Tito voleva pure Trieste. Ricordo i soldati che passavano sotto la finestra e cantavano ‘Trieste è nostra. Trieste è nostra’. Zara è stata assorbita di fatto dallo stato Jugoslavo. Nel 1945 quando è venuto Tito da noi non hanno bombardato più. I titini ci vedevano come le pecore nere. Bastava che ti sentivano parlare italiano e ti dicevano: “italiano fascista”. Le truppe hanno trovato la città distrutta però Zara aveva tre grandi caserme e lì hanno iniziato a organizzare corsi di formazione per i militari. Non avevamo paura. Le truppe stavano là e non avevano a che fare nulla con noi. Le vendette ci sono state però, ma non parlo delle foibe perché a Zara c’era il mare e per far sparire qualcuno si agiva diversamente. Mettevano il piombo nelle scarpe e buttavano le persone a mare. Bastava che eri italiano, non dovevi aver fatto altro. Sparivi in una notte. Dicevano che saresti rientrato a casa, ma poi non facevi più ritorno. Mio padre si è salvato perché avevamo dei parenti comunisti”.

Ferruccio decide così di abbandonare la sua città. Gli esuli furono circa il 75% della popolazione. 
“Io sono scappato. Mi sono fatto a remi tutto l’Adriatico. Una traversata durata tre giorni e tre notti, dal 26 al 28 agosto del 1949. Avevo 17 anni, lavoravo come barbiere da quando ne avevo 12 ed ero bravo a remare anche perché sono nato nel mare. Alcuni ragazzi più grandi, che facevano l’università, sapevano che avevo braccia forti e mi hanno chiesto di partire con loro. Avevano deciso di attraversare l’Adriatico in cinque su una barchetta. Pensandoci oggi, non so se lo rifarei. Sono stato avvertito due giorni prima della partenza. Io quasi non ci volevo credere. Ricordo che la sera prima della traversata ero in camera e stavo preparando qualcosa da portare via. Mentre infilavo una camicia e dei calzini in una federa di cuscino è entrato mio padre. Lui non sapeva nulla, ma in quel momento mi è sembrato di fargli un torto e allora gli ho confidato la scelta di partire. Inizialmente è rimasto in silenzio e poi ha detto: ‘Certo che con quella barchetta lì…’. Siamo partiti di venerdì e avevamo deciso di fare tappa sull’isola Velitun e poi riprendere la traversata verso Ancona. Sull’isola siamo stati un intero giorno dietro un cespuglio perché avevamo paura di essere scoperti. La barca l’avevamo affondata mettendoci dentro le pietre. Poi appena si è fatta sera abbiamo ripreso la barca e siamo ripartiti. Abbiamo remato tutta la notte e tutto il giorno successivo, ma ci mancava l’acqua. Io mi bagnavo il fazzoletto nel mare per poi metterlo in bocca. All’improvviso però il vento si è alzato e abbiamo dovuto deviare per Fano. Sulla nostra rotta abbiamo visto una nave e gli abbiamo fatto cenno. Era un’imbarcazione americana e l’equipaggio non ci ha fatto salire a bordo. Ci hanno dato dell’acqua, che probabilmente ci ha salvato, e siamo ripartiti. A mille metri dalla costa ci ha soccorso un peschereccio. Il capitano ha ascoltato la nostra storia e ci ha dato da mangiare. Poi ci ha consegnato alle autorità e noi eravamo d’accordo. Non avevamo fatto nulla di male”.

Ferruccio arriva così al centro raccolta profughi stranieri ‘Le Fraschette’ di Alatri, ex campo di concentramento.
“La polizia ci ha portato in carcere in una parte isolata rispetto agli altri detenuti. Lì siamo stati interrogati e ognuno ha preso la sua strada. Io in Italia avevo due sorelle, una a Jesi e una a Genova. Ma in quel momento, forse per la mia giovane età, sono stato mandato alle fraschette di Alatri in provincia di Frosinone. Era un vero e proprio campo di concentramento. Mi hanno dato subìto la matricola: 4099. Mi hanno detto: ‘Lei sarà chiamato con questo numero’. Lì c’erano tutti gli esuli. Era un vero e proprio campo di concentramento. Ti chiamavano la sera con la matricola per fare l’appello, ti chiudevano a chiave e il mattino dopo ti ricontavano. Dormivamo in un camerone enorme e le brande erano in legno. Eravamo circa 600 persone. Parlavamo un po’ tutte le lingue e ci capivamo. Due volte alla settimana veniva una commissione di esperti e facevano dei colloqui per capire come sistemarci. Qui ho ripreso il mestiere del barbiere. Sono rimasto da agosto fino a Natale”.

Il passaggio poi a Jesi, l’arrivo a Roma e la vita a Viterbo.
“Dopo quattro mesi sono potuto andare a Jesi da mia sorella. Ho iniziato subìto a lavorare e facevo il barbiere in centro. Poi mio cognato mi ha proposto di lavorare con lui. Aveva aperto un negozio come idraulico e così ho imparato un mestiere nuovo. Tramite mio cognato ho conosciuto una ditta di Roma che mi faceva lavorare al sanitario di Jesi. In quei mesi ho lavorato in diverse città: al sanatorio di Ascoli Piceno, a Siracusa, a Cagliari. Facevo gli impianti dentro i sanatori e trasformavo le caldaie da carbone a metano. Sono sempre stato un giramondo e alla fine il lavoro mi ha portato a Roma. Dal 1954 al 1956 ho vissuto nel villaggio giuliano dalmata dell’Eur. Ero solo, ma per fortuna ho incontrato una famiglia originaria di Zara. Sono diventato come un figlio per loro. Vivevamo nelle case degli operai che avevano costruito l’Eur, ma in realtà erano dei corridoi grandi con dei filari all’interno. Lì ho ripreso il mio lavoro con la ditta e ho fatto domanda per entrare alle Terme Inps. Sono stato trasferito nello stabilimento di Viterbo. E qui è avvenuto l’incontro con l’amore della mia vita, mia moglie. Io avevo un pranzo con i dirigenti e lei serviva ai tavoli. L’ho vista e le ho chiesto: ‘vuoi venire con me al cinema questa sera?’. E lei mi ha detto: ‘no’. Poi però ci ha ripensato… Mentre aspettavo l’autobus, che tardava nell’arrivare, sono stato richiamato dal portiere. Era lei che mi cercava. Ha accettato il mio invito e quella sera siamo andati a vedere il Ferroviere. Ed eccoci qua, ancora insieme”. 

Ferruccio mostra anche un riconoscimento. 
“Sono stato nominato cavaliere della repubblica nel 1991. Me lo hanno comunicato con una lettera a casa. Io all’inizio pensavo fosse uno scherzo. Il giorno della cerimonia ho preso la parola. ‘Cavaliere mi fecero per avere tanto sangue donato ma di tanto onor non mi sono mai vantato. Orgoglioso sono di aver tanto sanguinato e forse qualche vita salvato’. Queste le mie parole. Il prefetto e le altre autorità sono rimasti prima rimasti in silenzio e poi hanno applaudito”. 


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31 marzo, 2020

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