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Il giornale di mezzanotte - Cinema - La Tuscia secondo il regista dei sogni e dell'invisibile - Evento di Tusciaweb per ricordare il maestro legatissimo alla città dei papi

Centenario di Fellini, amarcord a Viterbo

di Antonello Ricci
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Federico Fellini

Federico Fellini

Bassano in Teverina - Antonello Ricci - Concorso Pier Paolo Pasolini

Antonello Ricci

8 e mezzo di Federico Fellini - La immagini dal set viterbese

8 e mezzo di Federico Fellini – La immagini dal set viterbese

Roma - Amarcord - La riproduzione del pulpito di san Tommaso della chiesa di santa Maria nuova

Roma – Amarcord – La riproduzione del pulpito di san Tommaso della chiesa di santa Maria nuova

Viterbo – Viterbo e la Tuscia secondo Federico Fellini.

Fellini regista dei sogni e dell’invisibile. Fellini sacerdote di quella sorniona intermittenza del cuore, di quella memoria umoristico-nostalgica passata alla storia col termine “amarcord”.

Ma nell’opera del romagnolo vibra anche una dolente corda civile: il poeta visionario-innamorato riminese volle infatti immortalare i nostri paesaggi come quintessenza della civiltà italiana sempre più a rischio di cancellazione.

Con questo articolo Antonello Ricci introduce i lettori allo spirito e ai temi della pubblica narrazione in via di allestimento per lo speciale evento voluto da Tusciaweb in collaborazione col Tuscia Film Fest per celebrare degnamente anche a Viterbo il centenario della nascita del grande regista.

Visto l’assordante silenzio di chi amministra, si fa per dire, la città e di chi si occupa, si fa per dire, di cultura nella giunta Arena.

redtw


Fontane. Vecchi alberghi. Campane “che battono come risuonassero dentro casa”. Questi gli elementi chiave dell’irresistibile dichiarazione d’amore con cui Federico Fellini volle lusingare Viterbo dalle colonne del rotocalco Epoca (agosto 1959). Viterbo “città antichissima, borghese e aristocratica, così misteriosamente italiana”.

Parole dettate al giornalista di turno, tornando col pensiero a quando anni prima il regista aveva scelto proprio il capoluogo dell’Alto Lazio come set per gli esterni urbani dei suoi Vitelloni (1953).

Il discorso è tutt’altro che banale. Con quell’inatteso “ritorno all’aria intorpidita della provincia” infatti, Viterbo aveva finito per ricordargli, a un tempo, la perduta Rimini della sua infanzia e giovinezza (per i set sulla spiaggia, il centro balneare romagnolo fu “ritrovato” a Ostia) ma anche la perduta Roma ove gli era capitato di sbarcare fresco dei suoi vent’anni, la città splendida e plebea dell’anteguerra (l’avrebbe mirabilmente rievocata anni più tardi in Block notes di un regista (1969); in alcuni memorabili episodi di Roma (1972); nonché nel tardo capolavoro Intervista (1987); una Roma però, di necessità, tutta teatralmente “rifatta” in studio.

Accomunate, tali Rimini e Roma della memoria, dal fatto stesso di non esistere più: sfigurata dai bombardamenti alleati la prima; deturpata dal malo mattone palazzinaro del dopoguerra e del Miracolo all’italiana la seconda (con tutto ciò che vi si collegava in termini di omologazione antropologica).

“Io non ho mai visto i paesaggi da turista. Ho sempre cercato di riconoscerli. Penso che un paesaggio può, con una linea, un gesto di colline, salvare addirittura una persona, comunicargli un messaggio prezioso”. Ecco: il paesaggio. Questo mi sembra il punto. Tale malizioso-compiaciuto “amarcord” felliniano a margine della “fantastica avventura a Viterbo”, dev’essere criticamente impaginato entro una pietas più alta: tenero-nostalgico sentimento del grande cineasta per il millenario paesaggio italiano, da intendere quale testimonianza della nostra stessa civiltà. Ciò proprio negli anni in cui – quelli del Boom – l’uno e l’altra (paesaggio e civiltà) degradavano rapidamente fino a farsi irriconoscibili. E che sia chiaro: l’Italia era per Fellini proprio quella infinita varietà-ricchezza di cieli e campanili, di tradizioni popolari, di modi dialettali, custoditi entro quel “gesto di colline” come un “messaggio prezioso”.

In tal senso, certi “prelievi” cinematografici, presenze-quintessenze dei paesaggi della Tuscia nel cinema di Fellini, acquisiscono un più intenso valore universale.

Il piovoso corso nel centro storico di Capranica, per esempio; particolarmente la crepuscolare veduta (in purezza) dello skyline urbano: quest’ultima, colta dabbasso da un’auto in corsa sulla Cassia nel film d’esordio firmato a quattro mani con Lattuada, Luci del varietà (1950), verrà riproposta identica, dieci anni più tardi, niente di meno che in un episodio chiave del film La dolce vita (1960).

C’è poi il fatto che una circense-ieratica Bagnoregio possa alternarsi con naturalezza con la cenciosa e lunare Rocca di Mezzo (sull’altipiano di Ovindoli): entrambi a servire da perfetto fondale per le girovaghe-patetiche disavventure di Gelsomina e Zampanò nel leggendario La strada (1954).

Un dettaglio ulteriore che non andrà taciuto: in quella stessa tenerissima fiaba – la quale così poco piacque agli ottenebrati ideologi fautori del realismo cinematografico a qualunque costo – fu proprio per volontà di Fellini che l’artigiano bagnorese Ugo Trucca (il demiurgo del meraviglioso-improbabile-indimenticabile motocarro con cui Zampanò e Gelsomina percorrono le strade di incantata un’Italia in minore) finì per convolare a giuste nozze, era la seconda volta, con la sua dolce metà Nevina: entrambi tornarono infatti a indossare i loro reali vestiti da cerimonia nel pranzo all’aperto presso un casale nella campagna in direzione Viterbo, sullo sfondo dei monti Cimini. Come non ripensare, qui, per analogia, allo struggente-malinconico finale di Amarcord con le nozze sull’aia della Gradisca?

O, ancora, c’è il memorabile-fatato notturno incastonato nel finale della Dolce vita: finale che culmina (saltati in macchina, il protagonista Marcello e gli altri personaggi, da una via Veneto interamente ricreata in studio) per le stanze e nel giardino di palazzo Giustiniani a Bassano Romano. Una scena-capolavoro che restituisce lo stupefacente livello visionario raggiunto dal Fellini regista di sogni-e-invisibile (si consideri in tal senso anche il successivo Giulietta degli spiriti del 1965).

Ci sarebbero anche certi segnacoli di paesaggio viterbese inseriti in modo assolutamente stilizzato-formulaico nella produzione felliniana del decennio successivo. La scarrierata dei ragazzini in 8 ½ (1963), per dire: quando corrono verso la spiaggia incontro a Saraghina, incontro all’avventura dell’eros, incontro alla vita; o il pulpito medievale posto all’angolo dell’ideale piazza italiana, su cui montano un giovanissimo Alvaro Vitali e i suoi compagni, per assistere al passaggio riminese della Mille miglia in Amarcord (1973). Di questi due episodi-esempi torneremo a parlare tra qualche tempo.

Così come ci sarebbe un interessante percorso attraverso la scelta felliniana, indirizzata a fini di pura evocazione, di certi nomi di luogo: gli sposini in viaggio di nozze a San Pietro nello Sceicco bianco (1952), per esempio, vengono da Caprarola; c’è poi l’aneddoto della truffa perpetrata ai danni di certi contadini di Viterbo nell’incipit del Bidone (1955). Ma è questo un tema che ci porterebbe, per il momento, troppo lontano.

Sarà bene invece chiudere dimostrando al lettore quanto certi temi riecheggiassero ancora nel Fellini degli ultimi anni (gli stessi della sua emarginazione dai circuiti produttivi; dell’insofferenza per il dilagante consumismo televisivo contraddittoriamente testimoniata da Ginger e Fred (1986) ma anche dalla regia firmata per un indimenticabile spot pubblicitario); quanto si fosse fatta consapevole-amara la certezza-denuncia del degrado morale dell’Italia contemporanea (marcato per causa-effetto dalla cancellazione della nostra millenaria civiltà contrassegnata proprio dalla varietà e ricchezza delle nostre culture locali, dei nostri paesaggi; incaricate di tale cancellazione le inesorabili ruspe del progresso).

Lucida consapevolezza maceratasi al fuoco di una serena distanza ormai testamentaria: “Ma il nostro paese si compone di tante regioni, profondamente diverse, di tante provincie ancora radicate, nutrite da una tradizione che è la nostra cosa più preziosa e che andrebbe salvaguardata. Talvolta è sufficiente allontanarsi di cinquanta o cento chilometri da dove si vive e respirare per scoprire un’Italia che non si conosceva, o che si aveva frainteso o dimenticato. Un’Italia rimossa, allontanata e sepolta dall’immagine di un’Italia sciagurata che si sta vivendo oggi; un’Italia sgradita, sgradevole, inabitabile o nella quale non ci si riconosce più. La provincia ci può conciliare con l’essere italiano”.

Per carità, sarà anche vero che, strada facendo, Fellini doveva aver definitivamente accettato quell’irresistibile vocazione alla teatralizzazione dell’artificio quale cifra essenziale del proprio cinema, secondo cui la realtà gli riusciva più bella e più vera se ricostruita negli studi di Cinecittà – a tal proposito si ripensi allo stupefacente Canal Grande protagonista nella scena d’inizio del suo Casanova (1976).

Ma la verità ultima è che quel millenario paesaggio italiano servito di quinta alla sua iniziazione alla vita era ormai perduto per sempre. A rianimarlo non restava che tentare una seduta spiritica: Amarcord! Direi che per stavolta può bastare così.

Antonello Ricci


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8 giugno, 2020

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