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Cultura - Un fotografo militante irrompe nella città con la mostra At Home - FOTO E VIDEO

Camilli ricorda l’impressionismo, la denuncia, l’impegno “politico” di un Cartier – Bresson

di Francesco Mattioli
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Viterbo - L'esposizione fotografica At Home

Viterbo – L’esposizione fotografica At Home

Viterbo - L'esposizione fotografica At Home

Viterbo – L’esposizione fotografica At Home

Viterbo - L'esposizione fotografica At Home

Viterbo – L’esposizione fotografica At Home

Viterbo - Daniele Camilli

Viterbo – Daniele Camilli

Viterbo – Per chi conosce appena un po’ la street art, quella dei murales di Banksy ovviamente, ma anche di un Mc Gee o degli italiani Ozmo o Pasquini, le gigantografie che tappezzano alcuni spazi pubblicitari a Viterbo non devono sorprendere; semmai fanno sentire Viterbo più vicina alla nuova cultura delle immagini e un po’ meno provinciale del solito. Sogno che questo non sia che l’inizio e che prima o poi, alle gigantografie, si affianchino i grandi murales, magari sulle facciate anonime di certi palazzoni anni cinquanta. Succede già a S. Angelo di Roccalvecce, non dovrebbe essere difficile per questo benedetto virus artistico arrivare fino in Città.

Ma torniamo alla mostra At Home e alle gigantografie di Daniele Camilli, che si definisce fotografo “militante”. Fotografia significa scrittura con la luce; e se scrivere significa esprimere un pensiero, prendere un appunto, dissertare, raccontare, mettere in uso la ragione, l’istinto, il cuore o la fantasia, la fotografia può essere tutto, narrazione, militanza, seduzione. Ma per carità: non cadete nell’equivoco che le immagini parlino da sole. Il fotografo seleziona il soggetto, l’inquadratura, il sapiente uso del colore o del bianco e nero, insomma ritaglia dalla realtà quello che gli interessa di più, quello che vuole dirci scrivendo con la luce.

Tutti i fotografi sono militanti, a modo loro; persino chi si fa i selfie, perché vuole dirci qualcosa; magari di sé. Camilli ha scelto di dirci qualcosa su noi viterbesi; su tutti i viterbesi e, probabilmente, al tempo del covid-19 proprio su quei viterbesi che sono emersi improvvisamente dall’anonimato di una folla che aveva fuggito le vie e le piazze. Restavano, sulle vie, sulle piazze, più probabilmente nei vicoli, coloro che fino a quel momento erano stati invisibili. Ecco perché la maggior parte dei soggetti di Camilli sono i cosiddetti extracomunitari. Viterbesi anch’essi, nel clima multiculturale che caratterizza il nostro nuovo millennio. Una scelta di parte, condivisibile o meno, ma una scelta provocatoria comunque, su cui meditare e discutere.

Al sociologo visuale, che usa le immagini per descrivere “scientificamente” la realtà sociale, la street photography fa da stimolo e da suggerimento. Quella di Camilli ricorda l’impressionismo, la denuncia, l’impegno “politico” del fotogiornalismo di un Cartier – Bresson, di una Lange, di una Arbus, magari di un Berengo Gardin o di un Lucas, per restare a casa nostra; è quel fotogiornalismo della diversità da cui si generò poi la “sociologia visuale”. Il mio amico e collega Douglas Harper, presidente più volte dell’International Visual Sociology Association, mi confessò davanti ad un bicchiere di birra in Via Salaria, che se non fosse stato spinto dalla curiosità e dall’indignazione non avrebbe mai messo mano alla macchina fotografica; ma che come sociologo aveva dovuto superare la fase della militanza e dell’ispirazione artistica per passare alla descrizione razionale, critica, scientifica appunto, della realtà sociale. “La sociologia è questo, Doug,” – ricordo di avergli ribattuto – ”sintonizzarsi sulla società, ma poi misurarla, verificarne i vari aspetti, per superare l’impressionismo di chi la vede bianca o nera”. Camilli non ha scelto di fare sociologia. Ma si è comunque sintonizzato con profondità di analisi su certi aspetti poco noti della società viterbese ai tempi del covid-19; avesse fotografato il rag. Bianchi che fa la fila in mascherina fuori del supermercato o la signora Rossi che fa footing sul tapis roulant di casa, avrebbe fatto colore, con tutti noi a riconoscerci in quelle condizioni estreme e straordinarie, viste e iviste in televisione o sui social, tra bandiere, canti e trasgressioni; avrebbe strappato un sorriso, ma forse non avrebbe sollecitato il pensiero; avrebbe visto la foresta, dimenticando gli alberi, anzi gli arbusti sottostanti.



Propriamente la street photography associa il ritratto al contesto urbano. Camilli preferisce sostare sui volti, proprio perché sono i volti degli invisibili. Ma non con intenti tassonomici, alla Sander, quanto piuttosto – con Dorothea Lange – cercando in quei volti una identità, una allusione ad un mondo talvolta sconosciuto eppure altrettanto viterbese.

Mi colpisce in particolar modo l’immagine di quella famiglia, con la signora tranquillamente, anzi gioiosamente, in posa con i suoi “rolli” in testa. Già “esserci” per questa famiglia è motivo di orgoglio e di speranza; quale altra signora viterbese avrebbe tollerato di farsi fotografare con i rolli? Forse su instagram, un selfie ironico e provocatorio, ma non certo da un estraneo che brandiva un macchina fotografica professionale. Quei rolli dicono “io ci sono”, spontaneamente, profondamente, con tutta la voglia di abitare qui, questa società, questa città, questo mondo complicato e fascinoso, giusto e disgraziato allo stesso tempo, che tanto promette, ma spesso a condizioni da usuraio.



Guardate quelle fotografie, cari concittadini; per certi versi, conoscerete fino in fondo dove e cosa si vive in città, e quali risorse inaspettate ci offre la nostra convivenza tra queste lunghe mura. Così belle, così antiche, così generose. E se qualcuno se ne adontasse, che andasse a leggersi quella lapide alla fine di Corso Italia, all’angolo di Via Mazzini, quelle parole scritte nel lontano 1095 dai nostri avi concittadini, sull’allora porta principale di ingresso della Città: “Mi chiamo Sonsa, Porta di Viterbo la Splendida/ grande è il mio nome, eterni i miei privilegi/ chiunque sia gravato da condizione servile/ se mio cittadino si fa, sia considerato uomo libero”.

Francesco Mattioli


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12 luglio, 2020

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