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Viterbo - Asl - Effettuato su un paziente di 76 anni dal direttore dell’unità operativa di Elettrofisiologia Massimo Sassara e da Mario Malavasi

Primo impianto di pacemaker senza fili a Belcolle

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Il pacemaker senza fili

Il pacemaker senza fili

 

I medici al lavoro a Belcolle

I medici al lavoro a Belcolle

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Impiantato all’ospedale Belcolle di Viterbo il primo pacemaker senza fili. Nei giorni scorsi, è stato effettuato con successo, infatti, il primo impianto con tecnica mini-invasiva, del sistema di stimolazione intracardiaco transcatetere Micra Transcatheter Pacing System (TPS).

Il dispositivo è stato applicato dal direttore dell’unità operativa di Elettrofisiologia, dottor Massimo Sassara, e dal dottor Mario Malavasi, a un paziente di 76 anni affetto da fibrillazione atriale a bassa risposta ventricolare.

Caratteristica essenziale del pacemaker è la dimensione. Il dispositivo, infatti, è poco più piccolo di una moneta da un centesimo, quindi un decimo della grandezza di un pacemaker convenzionale.

“Il sistema di stimolazione intracardiaco – spiega Massimo Sassara – è una vera e propria cardiocapsula. Pesa 2 grammi, misura poco più di 2 centimetri e ha una durata media di 10 anni. Viene impiantato direttamente nella cavità cardiaca attraverso la vena femorale e non prevede l’impianto di elettrodi di stimolazione.

Una volta posizionato, il sistema, ancorato al cuore attraverso piccoli ganci appositamente progettati, emette impulsi elettrici in grado di regolarizzare il battito cardiaco attraverso un elettrodo posto sul dispositivo”.

In questo modo, sono state superate una serie di problematiche legate al normale pacemaker monocamerale. A differenza delle tradizionali procedure, infatti, in virtù delle sue dimensioni estremamente ridotte e della tipologia di ancoraggio all’interno del cuore, non necessita di alcun filo o elettro-catetere di connessione. Inoltre, non richiede incisioni nel torace, né la creazione di una tasca in sede sottocutanea, eliminando così il rischio di potenziali complicanze, soprattutto infettive, legate alla procedura tradizionale.

“Non si tratta di un intervento chirurgico vero e proprio – conclude Sassara – anche se sono necessarie conoscenze tecniche attualmente alla portata di pochi centri in Italia. Si procede, infatti, pungendo la vena femorale e si risale con un dispositivo che libera il pacemaker, lo si orienta nel ventricolo, cercando la posizione più adatta, e si fissa tramite un ancoraggio sulla parete cardiaca.

Questa procedura non provoca cicatrici ma solo una piccola incisione all’inguine. Inoltre, grazie alle dimensioni ridotte e all’assenza di elettro-cateteri, il pacemaker risulta invisibile sul corpo del paziente”.

Con questo nuovo dispositivo, come per ogni altro pacemaker, il paziente deve sottoporsi a controlli postoperatori. Tuttavia per questi dispositivi è disponibile il servizio di monitoraggio remoto a domicilio che permette al paziente di interrogare, e trasmettere da casa, tutti i dati raccolti, inviandoli in maniera sicura all’ospedale di riferimento.

Asl Viterbo


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21 settembre, 2020

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