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Viterbo – C’è qualcuno che ha tentato di interpretare le manifestazioni dei vari movimenti che si oppongono alla politica sanitaria italiana (ed europea) al netto delle incursioni di un estremismo di destra tradizionalmente aduso a menare le mani in piazza. Ma non è facile.
Nel ’68 gli analisti si fecero trovare scoperti nel valutare il movimento giovanile d’allora e solo in seguito Alain Touraine provò a cogliere il significato sociale, ma anche culturale, di un processo che vedeva i cosiddetti “produttori di conoscenza” alla ricerca del ruolo politico fondamentale che lo sviluppo della società della comunicazione di massa prometteva loro. Di quel movimento tentò di impossessarsene tardivamente la sinistra democratica, ma non ne colse adeguatamente la valenza generazionale, mentre le frange estremiste rosse – ma anche nere – finirono per ereditarne i cascami più violenti. Non starò a soffermarmi più di tanto su un tema che ha trovato commentatori e interpreti variegati e non sempre d’accordo fra loro, influenzati più dalla propria ideologia che inclini ad un corretto uso delle categorie sociologiche necessarie.
Ma come allora oggi la questione è spiazzante. Gli analisti stanno cercando di capire perché certa gente ce l’ha tanto non solo con i vaccini – i novax non sono poi così numerosi – ma soprattutto con il green pass.
Si tratta di un movimento che non si presta ad essere interpretato secondo le tradizionali categorie dello scontro di classe, d’altronde ormai inadeguate a dar conto della società del XXI secolo. Peraltro, i no-vax e i no-pass non hanno un retroterra culturale sufficientemente costruito, nonostante vi militi qualche giurista, qualche scienziato e qualche opinion leader di forte impatto mediatico. E’ piuttosto l’onda lunga di un populismo che si è dato una fisionomia attraverso la rete social e il passaparola mediatico. Così è interclassista, ma soprattutto è caratterizzato per una parte maggioritaria da persone con una superficiale infarinatura culturale e una forte esposizione selettiva a certi messaggi dei network, e per una parte minore da intellettuali bastian contrari per vocazione. Un populismo istintivo direi, che cerca uno spazio espressivo alternativo strutturandosi attraverso l’edificazione di gruppi mediatici di autosostegno cognitivo, abbeverandosi ai romanzi distopici di Orwell (1984, il Grande Fratello), di Bradbury (Fahrenheit 451) o a quelli di un Ross (Hunger games) o di una Roth (Divergent) nonché alle parole d’ordine di più facile assimilazione collettiva fornite dal peggior complottismo da tastiera.
Nonostante ciò, merita attenzione. Perché la storia insegna che il populismo nasce soprattutto quando la democrazia fallisce il loro compito diventando ritualistica, burocratica, soggiogata dalla corruttela e schiava di un politicamente corretto portato all’estremo. Quando le istituzioni democratiche perdono autorevolezza, credibilità e capacità decisionale, quando la politica si riduce ad una continua demagogia elettoralistica, la democrazia fallisce il suo compito culturale, oltre che politico, e apre la porta allo sbando di piazza. C’è una politica che va avanti a colpi di frasette recitate a memoria davanti ad una telecamera, di twitter sommari che non articolano ragionamenti, di mantra ripetuti a comando, di scelte neghittose e cerchiobottiste, e soprattutto di malaffari eretti a prassi amministrativa. Così alla democrazia vera, che dovrebbe esprimere l’efficienza di un consenso tanto mediato quanto condiviso, subentra un lassismo dove tutto è possibile, tutto è opinabile, tutto è praticabile. Un proverbio siciliano recita: “le spade stanno appese e i foderi combattono”: non a caso, le spade sono lucide, semplici quanto affilate; mentre i foderi sono luccicanti, ornati, destano attenzione, affascinano ma non tagliano.
I segnali della “rivolta mediatica” c’erano stati. La nascita e il rafforzamento di un partito costruito sul web e teorizzato da un uomo di spettacolo, non da un ideologo o da un politico di professione, avevano certificato il ribaltamento dei principi e dei meccanismi tradizionali. Che poi questo movimento, una volta al potere, sia diventato un partito e abbia dimostrato contraddizioni e limiti, perdendo appeal fra l’elettorato, significa semplicemente che il qualunquismo populista non funziona quando c’è da decidere e da impostare la politica – quella con la P maiuscola – di una nazione.
Il populismo no-pass tuttavia non è cresciuto sull’intrinseca debolezza di una democrazia troppo appiattita sui continui scontri politici, sulle inefficienze della burocrazia o sulle ambiguità di una malagestione del potere, come nel caso delle accuse formulate dai Cinquestelle: è sorto semmai sulla inevitabile titubanza della società moderna nell’affrontare una pandemia di insolite proporzioni planetarie. Troppo, anche se inevitabile, lo spazio concesso ai dubbi, alle remore, alle discussioni; molti gli errori commessi per superficialità, ma anche per la continua ricerca dell’affare, perché non vi si incuneasse un movimentismo pronto a cogliere come frutto maturo il disorientamento delle istituzioni e della gente. Ne ha responsabilità anche la scienza, certo: forse sono stati troppi gli esperti pronti a sgomitare sugli schermi. Ma il problema vero è che oggi la gente si fa le diagnosi da sole scorrendo wikipedia e credendo di saperne di più degli scienziati. In tal caso, durante la pandemia l’onestà di ammettere che la scienza era in difficoltà non ha generato maggiore prudenza nell’individuo teledipendente, semmai lo ha incitato ancor più al faidate, magari attinto in rete ai proclami disordinati del primo imbonitore da centomila followers.
E qui, è arrivato immediato il secondo errore della politica, la prova che se la democrazia non si fonda su un senso di responsabilità diffuso tra le parti, il rischio dell’implosione è dietro l’angolo.
Gli esponenti di alcuni partiti hanno pensato di capitalizzare sul disorientamento della gente e sullo scontento popolare dei disinformati, sullo sconcerto di chi rischiava di perdere il lavoro, di chi non sapeva rinunciare al divertimento (che fosse la gita al mare o la movida) e purtroppo anche dei complottisti in servizio permanente. Hanno abbassato l’asticella della precauzione per fini elettoralistici, hanno persino invocato costantemente, sia al tempo del lockdown, sia all’avvio del piano vaccinale, sia con l’istituzione del green pass, il rispetto della Costituzione e il diritto libertario, pur flirtando costantemente con i più arroganti teorici del decisionismo verticistico, con i più arroccati conservatori sui diritti civili e sull’inclusione sociale e con non pochi nostalgici di certo autoritarismo.
Su questi esponenti di partito ricade inevitabilmente la responsabilità dello spazio concesso non solo e non tanto al dissenso, che in una democrazia ci sta (anche se dovrebbe essere meglio motivato che cianciando a sproposito di libertà o di complottismo d’accatto) quanto a certe violenze espresse dalle frange più facinorose ed estremiste dei no-pass.
Esponenti di quali partiti? Di quelli che di fronte alle strategie di contrasto della pandemia – tra le più efficienti del mondo, in Italia – hanno gridato alla morte della libertà e all’offesa alla Costituzione proprio come i no-pass; quelli che hanno voluto ridimensionare i pericoli e gli obblighi, proprio come i no-pass; quelli che hanno continuato a flirtare con i governi populisti e autocratici europei ed extraeuropei che hanno tenuto una tragica politica di sottovalutazione della pandemia.
Da costoro i no-pass sono stati ascoltati, compresi, blanditi in una strategia di doppio binario, in giacca e cravatta nello scambio politico istituzionale, con il gilet giallo in piazza.
Andate a rileggervi certe dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi da illustri esponenti di questi partiti così “comprensivi” con certi medici no-vax, con certi tutori dell’ordine illuminati sulla via del no-pass, con certi gestori di locali pubblici pronti persino a sottrarsi alla legge. Fatevi spiegare da loro perché sono tanto determinati nel chiedere la riapertura delle discoteche, luoghi di assembramento per eccellenza, frequentati dalle categorie generazionali tra le meno vaccinate, per di più esigendo di liberare la pista da ballo – quella dove si spara più fiato l’uno di fronte all’altro – dall’obbligo della mascherina. Fatevi spiegare cosa significa: “ il green pass minaccia il diritto al lavoro di migliaia di italiani” come se il diritto alla salute fosse un aspetto secondario, come se le morti sul lavoro fossero un incidente tollerabile, l’importante è che si lavori, poi se con le tutele o senza, chissenefrega…
Sia chiaro: i partiti sono meno monolitici di quanto si creda e probabilmente al loro interno vi sono differenti correnti di pensiero. Fatto sta che certe esternazioni dei loro leaders fanno aggio sulle opinioni dei singoli e diventano rappresentativi dell’opinione di tutto il partito.
Ci sono otto milioni di persone che non si sono ancora vaccinate; al netto di chi non può vaccinarsi, almeno due terzi avrebbero potuto farlo e non lo fanno. Costoro invocano la Costituzione? Scambiano la libertà collettiva della società rousseauiana con la licenza personalistica hobbesiana? Hanno paura? Sono disinformati? Vivono da eremiti lontani dal mondo? Difficile dirlo. Di certo, le migliaia di no-vax e no-pass che si esibiscono in piazza sono preda ambita delle mire elettoralistiche di taluni partiti, nonostante ospitino persino certo squadrismo d’antan.
Ma attenzione. Le responsabilità sono molto più estese e politicamente trasversali di quanto si creda. Alcuni recenti episodi ammoniscono che c’è nel governo del Paese anche qualche sottovalutazione di troppo, qualche eccessivo lassismo nell’amministrazione dell’ordine pubblico.
Lo stato deve “esserci”, deve saper prevenire certi episodi, che non sono espressione soltanto di certo squadrismo fascista, come a Roma, ma anche di un inveterato antagonismo anarco-insurrezionalista, come a Milano in questi giorni o costantemente in Val di Susa. Tutte manifestazioni di cieca violenza che sono certamente figlie dell’incertocene, della complessità della postmodernità, ma che comunque, finché non verranno politicamente isolate e giuridicamente disperse, costituiranno un ostacolo al benessere pubblico e un pericolo – loro sì – per la democrazia. Quella vera.
Francesco Mattioli
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