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Viterbo - Interviene Francesco Mattioli, candidato alle elezioni comunali a sostegno di Lisetta Ciambella: "Ben venga il contributo ideale dell'associazione nazionale partigiani d'Italia, ma senza correre il rischio che essa sia considerata o si comporti come una sorta di Inquisizione"

“25 aprile, ha senso parlare dell’Anpi come presidio esclusivo degli ideali della Resistenza?”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Qualcuno ha stimato che, al netto di coloro che in seguito si proclamarono tali per trarne benemerenze non dovute, i partigiani italiani combattenti siano stati ben oltre duecentocinquantamila; al loro fianco, una cifra non inferiore di altri patrioti impegnati in attività, spesso oscure ma altrettanto necessarie e pericolose, di supporto.  Molti. E molti i caduti.


Francesco Mattioli

Francesco Mattioli


Tutto ciò dimostra che la Resistenza fu guerra di popolo. Poi, le motivazioni di ciascuno potevano essere variabili; dalle più personali alle più ideologiche, dalle più eroiche alle più contingenti. Che la Resistenza sia stata in buona parte condotta da formazioni di sinistra inoltre non deve sorprendere; sia perché era stato il marxismo, negli ultimi cinquant’anni, a prefigurare una lotta dura di classe, sia perché era stato il pensiero socialista il principale bersaglio del fascismo.

Tuttavia, l’ideale che era emerso prepotentemente era stato soprattutto quello della democrazia. È sicuramente vero che, se invece che gli Stati Uniti, fossero stati i sovietici a sostenere direttamente la Resistenza, l’Italia sarebbe precipitata  nelle condizioni in cui per decenni si ritrovò l’Est europeo, cioè sotto una nuova dittatura  – rossa invece che nera – nella quale una Stasi avrebbe dominato al posto di un’Ovra.  

In ogni caso, ogni Guerra presenta i lati nobili e quelli meno nobili degli esseri umani, per cui è inutile sottilizzare sui dettagli. La Resistenza fu una guerra giusta e giustificata. Chi ne fa oggetto di revisionismi rischia non solo di passare per un ideologo passatista, ma anche per un ingenuo che ignora quanto la Guerra sia dura e quanto essa sia fatta non solo da eroi, ma anche da piccoli e miserabili uomini. Come del resto, chi volutamente ignora gli aspetti meno nobili della Guerra solo perché è una Guerra Giusta, si espone ad una cecità storica e  morale che conduce inesorabilmente all’estremismo.  

Conosco la Resistenza solo da pur accurate letture storiche. Non ero nato. E nella mia famiglia, di estrazione borghese e composta allora soprattutto da donne (con un padre prigioniero di guerra in Africa), non c’è stata una esperienza partigiana.  

Ma poi ho avuto un inaspettato e tardivo maestro. E che maestro: un certo Arrigo Boldrini. Ho avuto la fortuna di parlare con lui per almeno un’ora, negli anni ’90. E ne ho tratto la certezza che lui fosse la fonte vera della conoscenza della Resistenza, né forzata da mitologie ideologiche di estrema sinistra, né tanto meno svilita e obnubilata da falsi revisionismi, sovente criptofascisti.  Mi ha ripetuto e chiarito un suo mantra, che configura l’altezza morale della persona: “La Lotta di Liberazione fu un movimento popolare, assieme ai militari delle forze armate, che ha combattuto per riconquistare la libertà per tutti: per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro.”

Detto questo, mi viene da esprimere una certa preoccupazione verso chi oggi si arroga il diritto di dirimere ciò che è coerente con la visione della Resistenza d’allora e ciò che non  lo è; per chi distingue i morti giusti da quelli meno giusti; per chi detta ciò che è “in linea” con il pensiero partigiano sulla democrazia e ciò che non lo è; per chi sotto sotto definisce frettolosamente “fascista” tutti coloro che non  la pensano come lui.

Mi chiedo anche se abbia senso, a quasi ottant’anni dalla Liberazione, che è ormai patrimonio comune della democrazia e della costituzione Italiana, parlare di una Associazione Nazionale dei Partigiani come presidio esclusivo della coerenza del paese con gli ideali della Resistenza. Ben venga il suo contributo ideale di vigilanza. Ma senza correre  il rischio che essa sia considerata, e in certi casi si comporti, come una sorta di Inquisizione che definisce in modo autoreferenziale i requisiti e i limiti dell’ortodossia, fino a soffocare – persino al proprio interno –  ogni libertà di pensiero.  

Ritorno a Boldrini. Mi spiace di  non aver avuto, allora, un registratore a portata di mano. Ora sarei in possesso di un documento di eccezionale valore magistrale.  Guardandomi di traverso, mi disse che la Resistenza aveva lottato per tutti, anche per i suoi nemici, per ribadire l’essenza della democrazia, che è incontro, confronto, rispetto reciproco e non  ammette assolutismi e qualsivoglia riserva di caccia.  

Celebriamo con gioia e con gratitudine l’anniversario della Liberazione. I protagonisti d’allora non  ci sono più e noi eredi viviamo in una società diversa da quella d’allora, certamente più complessa, dove è ancora più complicato distinguere il giusto dall’ingiusto e il vero, o il verosimile, dal falso.  Ma quest’anno c’é un motivo in più per festeggiare e ricordare, di fronte ad una guerra d’aggressione insensata e proterva che ci tocca molto da vicino. Vero: ce ne sono tante altre di guerre, altrettanto violente e ingiuste, ma lontane da noi e che fingiamo di ignorare perché spesso sono guerre tra poveri che non mettono a rischio i nostri consumi e che sembrano combattute da fantasmi. Forse è comprensibile che si facciano certe distinzioni, magari perché un condominio, un teatro o un ospedale distrutto ci colpiscono istintivamente più di una povera capanna incendiata.

Allora, che questa celebrazione sia veramente di tutti  e per tutti: per chi c’era, per chi non c’era, e per chi era contro; per chi c’è, per chi non  c’è, e per chi è contro.

Francesco Mattioli


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24 aprile, 2022

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