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Archeologia - Marco Pacciarelli (università di Napoli) presenta i risultati dell'ultima campagna di scavo alla necropoli di Ponte Rotto

“Gli scheletri di 2900 anni fa sono i più antichi di Vulci e di tutta l’Etruria…”

di Samuele Sansonetti
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Uno degli scheletri ritrovati a Vulci

Uno degli scheletri ritrovati a Vulci


Canino – Più di cento tombe indagate dal 2020 ad oggi.

La campagna di scavo alla necropoli di Ponte Rotto si è conclusa da poco e nei giorni scorsi sono stati resi noti i risultati.

A effettuare lo studio il dipartimento di studi umanistici dell’università di Napoli Federico II, in collaborazione con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale e con la Fondazione Vulci.

Lo scavo ha permesso di esplorare scientificamente un ampio settore della necropoli, famosa per alcune sepolture come la tomba François e il tumulo della Cuccumella. Per la prima volta è stata riconosciuta un’organizzazione topografica per gruppi familiari che sono rimasti sugli stessi appezzamenti per più di dieci generazioni, dalla fase Villanoviana (IX e VIII secolo a.C.) alla fase Orientalizzante (fine VIII e VII secolo a.C.).


Gli scavi di Vulci

Gli scavi di Vulci


Tra le scoperte più importanti una serie di scheletri che risalgono a circa 2.900 anni fa. “Sono gli scheletri etruschi più antichi di Vulci e di tutta l’Etruria” ha spiegato il direttore dello scavo Marco Pacciarelli nel corso della presentazione, che si è svolta al museo della Ricerca archeologica di Canino.

“Grazie a questi numerosi resti potremo studiare i primi abitanti di Vulci anche sotto il profilo genetico” ha proseguito il presidente della Fondazione Vulci, Carlo Casi.

Nei prossimi mesi Carmen Esposito, che si è laureata alla Federico II, condurrà delle analisi per ricavare il dna antico che permetterà di accertare il sesso, i rapporti di parentela e il profilo genetico della comunità. Da altre analisi si otterranno gli isotopi dello stronzio, considerati affidabili indicatori dell’area di nascita e della mobilità degli individui. Lo studio fornirà dunque solidi elementi scientifici sulle origini e sulla composizione della prima società etrusca.

“Il materiale scheletrico è ben conservato – concludono Pacciarelli e Casi -. Grazie a questo potremo effettuare studi molto accurati che ci consentiranno di identificare età, sesso, segni di patologie e attività lavorative, belliche o di altro genere. Potremo inoltre capire le parentele e se gli individui sono nati sul posto o se sono migrati da altre aree”.

Samuele Sansonetti


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24 ottobre, 2022

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