Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Le odierne popolazioni di cinghiali sono il frutto di azioni di ripopolamento e reintroduzione operate dalle associazioni venatorie, anche con il sostegno delle istituzioni.
Il cinghiale autoctono, il maremmano, negli anni ’50 era presente solo in alcune regioni italiane nei parchi nazionali, nei boschi e non certo nelle città.
Successivamente le scellerate pratiche di ripopolamento volute dalle associazioni faunistico venatorie immisero cinghiali provenienti da Slovenia, Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia, si trattava di cinghiali di grosse dimensioni, maschi abbondantemente oltre i 150 Kg e femmine capaci di partorire e crescere dai 10 ai 15 cuccioli, di gran lunga più prolifici degli autoctoni.
Grazie anche a cinghiali domestici provenienti da allevamenti diffusi su tutto il territorio nazionale, oggi ci troviamo in presenza di una popolazione di elevata densità, il doppio di quella dell’immediato dopoguerra per colpa unicamente dell’essere umano.
Aggiungiamoci le problematiche relative all’incapacità di gestire lo smaltimento dei rifiuti e questo è il risultato finale. La soluzione non è l’abbattimento ma il trasferimento in riserve naturali previa sterilizzazione, il divieto di introduzione di specie alloctone e messa al bando degli allevamenti di cinghiali.
I costi di tali operazioni dovranno ricadere non sui cittadini, che subiscono ingiustamente i disagi, ma sugli unici responsabili da individuare nelle associazioni dei cacciatori.
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