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Viterbo - Palazzo Santoro - Il commissario del Consorzio Paolo Pelliccia replica al sociologo Francesco Mattioli: "Il professore probabilmente non vuol vedere o non vuol capire l'assurdità delle proprie affermazioni"

“Risibile equiparare il valore culturale di una biblioteca con quello dei Cavalieri di Malta…”

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Viterbo - Palazzo Santoro - Nel riquadro Paolo Pelliccia

Viterbo – Palazzo Santoro – Nel riquadro Paolo Pelliccia

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – In questi giorni Tusciaweb ha pubblicato una lettera del professor Francesco Mattioli, già docente di sociologia, nonché assessore provinciale alla Cultura dal 1993 al 1997. Il testo di Mattioli ha un fine ben preciso, interrogarsi sulla candidatura di Viterbo a Capitale europea della cultura 2033.

Ebbene la suddetta lettera si apre con una classica protasi che manifesta disinteresse e distacco: “Non voglio entrare nel merito della diatriba – dice Mattioli che però continua dicendo evidentemente la propria – osservo tuttavia che una questione del genere non fa bene al volto culturale della città, perché le meritorie attività dell’ordine da un lato e la dignità di una biblioteca pluricentenaria, ambedue indispensabili alla cultura di Viterbo, andrebbero semmai – e direi al più presto – armonizzate fra loro, piuttosto che contrapposte”.

Ci rendiamo quindi ben conto che la protasi disinteressata del professor Mattioli altro non è che il vero punto focale del proprio scritto, arricchito poi da ulteriori considerazioni che in questa sede trascureremo. Ebbene, a latere di uno scritto su Viterbo capitale della Cultura, il professore ci dice che, pur non volendo entrare nel merito della questione, i Cavalieri di Malta e la Biblioteca consorziale hanno eguali diritti ad occupare gli stabili al pian terreno di Palazzo Santoro e che sarebbe cosa buona e giusta armonizzare le necessità.

Già il fatto che culturalmente si equipari il valore di una biblioteca con quello dei benemeriti Cavalieri di Malta è fatto di per sé risibile. E sia chiaro, chi scrive non sta cercando in alcun modo di avallare una certa narrativa che vuole screditare i Cavalieri di Malta. Io ringrazio questa istituzione i cui meriti senza dubbio sono evidenti a tutti, e che io non posso e non voglio negare. Anzi, ringrazio sinceramente Roberto Saccarello per avermi dimostrato in maniera incontrovertibile il valore e le modalità di azione della Delegazione Viterbo-Rieti dei Cavalieri di Malta.

Il professor Mattioli, che proprio la settimana scorsa ha tenuto una conferenza nella sede dei Cavalieri di Malta, probabilmente non vuol vedere o non vuol capire l’assurdità delle proprie affermazioni, e mi permetterà un breve sunto storico.

Palazzo Santoro venne riedificato dopo la Seconda Guerra Mondiale e venne via via affidato, faticosamente, piano dopo piano, stanza dopo stanza, alla Biblioteca Comunale degli Ardenti. Palazzo Pocci era stato distrutto dai bombardamenti e i libri giravano di magazzino in magazzino da un decennio: è solo grazie all’impegno, alla dedizione e alla forza della dottoressa Laura Dentini se il patrimonio culturale e bibliografico di Viterbo è stato messo al sicuro. E vorrei ricordare al professor Mattioli che la Biblioteca Comunale degli Ardenti, parte della Biblioteca consorziale di Viterbo, non è semplicemente “una biblioteca pluricentenaria”, è il collettore di tutte le biblioteche degli ordini monastici soppressi con l’Unità d’Italia, è la custode dell’Archivio Storico e meta di un numero altissimo di studiosi da tutta Europa. A ben guardare quindi si intuisce come definirla “una biblioteca pluricentenaria” sia un semplice tentativo di diminutio pur di non dire che la Biblioteca è l’organismo deputato alla salvaguardia della memoria storica della città e – storicamente – di una provincia.

Ma come si è arrivati all’assurdo di un palazzo, integralmente di proprietà comunale, la cui unità organica, originariamente progettata dall’architetto Salcini è stata devastata da porte chiuse con foratini, sbarre e cancellate? Come si è passati da un edificio pensato con ariosi spazi aperti e a disposizione della collettività a un fortino vero e proprio difeso da cancellate e telecamere?

Nel dopoguerra le esigenze, va da sé, erano molteplici, ed è comprensibile come la priorità assoluta del Comune non fossero i libri. Eppure piano dopo piano, la Biblioteca è stata beneficata con l’allargamento degli spazi a propria disposizione, spazi che servivano – e ci auguriamo serviranno – non ad accontentare l’ego smisurato della dottoressa Laura Dentini, ma a tutelare, proteggere e traghettare verso il futuro il lascito culturale della città di Viterbo.

Fu così che i locali al pianterreno oggi occupati dai Cavalieri di Malta, benché la dottoressa Dentini ne richiedesse con insistenza la concessione al Comune, vennero improvvidamente è temporaneamente affidati alla Provincia di Viterbo e quindi all’Azienda autonoma del turismo.

Quando quest’ultima abbandonò Palazzo Santoro la Biblioteca si attivò per recuperare l’ultima porzione di Palazzo Santoro rimasta fuori dalle sue disponibilità. E il bisogno c’era già allora, e tangibile per altro. Nulla da fare, il principe Don Sforza Marescotto Ruspoli Principe di Cerveteri chiese ed ottenne la concessione di quegli ambienti al pian terreno come sede di rappresentanza del benemerito Ordine di Malta.

Una scelta senza dubbio poco comprensibile che ha pregiudicato lo sviluppo della Biblioteca, costretta a rifiutare donazioni corpose (e ciò accade anche oggi) per via degli spazi mancanti, e addirittura, a (almeno in passato) ad affittare presso privati (chiaramente fuori da Palazzo Santoro e chiaramente dietro compenso) alcuni locali per sviluppare un’emeroteca.

E arriviamo finalmente ai giorni nostri. Nel 2020 il contratto di locazione dei Cavalieri di Malta è scaduto senza possibilità di rinnovo. Di conseguenza quegli spazi tornano a disposizione del Comune che comunque, in base all’art. 9 della Convenzione poteva e può richiedere di rientrare in possesso di quegli spazi in qualsiasi momento.

Le necessità della biblioteca, oggi come allora, restano identiche: spazi. Elencherei qui le difficoltà della biblioteca, ma mi ripeterei, e basterebbe al professor Mattioli una visita in biblioteca per rendersi conto di come la situazione sia non solo critica, ma inaccettabile, anche e soprattutto in vista della candidatura di Viterbo di cui sopra.

E il punto, mi sia concesso, è proprio questo, e manca dalle considerazioni del professor Mattioli: come può Viterbo candidarsi a Capitale europea della cultura e non investire e credere in una delle sue principali risorse, ovvero la biblioteca? Si tratta a mio modesto modo di vedere di una contraddizione in termini, una contraddizione che la presente amministrazione comunale sta cercando di sanare con determinazione in diverse maniere.

Ma questo, chiaramente, a detta del professor Mattioli si scontra con un debito di gratitudine nei confronti dei Cavalieri di Malta che ci salvarono dai Lanzichenecchi nel XVI secolo. Un debito di gratitudine piuttosto lungo.

Quindi riassumendo, secondo il professor Mattioli, il comune dovrebbe tutelare i presunti diritti (che diritti non sono) di un ordine cavalleresco notoriamente non povero e non indigente e sacrificare le sacrosante aspirazioni di miglioramento di una istituzione pubblica per altro partecipata dello stesso comune.

Siamo all’assurdo se pensiamo che il comune abbia davanti una scelta: la scelta non esiste, la via è chiaramente solo una. Da un lato vi è la legalità e il bene comune, dall’altro l’arrogante pretesa di una pur benemerita organizzazione benefica che si sta però comportando come una lobby vera e propria, arrogandosi diritti inesistenti, occupando abusivamente dal 2020 uno spazio pubblico.

Riguardo poi alla candidatura di Viterbo a Capitale europea della cultura vorrei chiedete al professor Mattioli alcune cose. Lei, professore, che è stato amministratore pubblico di primissimo piano, a fronte del suo mandato da assessore alla Cultura della provincia di Viterbo, lei, professore, crede che le istituzioni fondatrici del consorzio, ovvero comune e provincia, abbiano concentrato la propria benefica attenzione sulla biblioteca?

Ritiene che sia accettabile che la biblioteca si sia dovuta far carico di gravosi lavori alla struttura di Palazzo Santoro per riuscire ad avere dei servizi igienici nuovi o un ascensore per i disabili? Sarebbe accettabile, secondo il suo modo di pensare, che la biblioteca continui a rimanere in una condizione precaria, con spazi inadeguati, e senza la possibilità di ridistribuire i propri servizi e il patrimonio, o è più importante assicurare una sede alle conferenze presso il salone dei Cavalieri di Malta?

La mia domanda, e concludo, si può riassumere così: dove sta il bene collettivo? Da che parte sta? Vogliamo veramente puntare a un concreto risultato di Viterbo capitale della Cultura o vogliamo continuare a piangere, come fa il professor Mattioli, sui fallimenti del passato?

Sia ben chiaro, e lo ribadisco anche a fronte di una telefonata con il professor Mattioli, da me non è partita alcuna polemica, o come la definisce il professore “una diatriba”. Sono decenni che si parla di destinare quegli spazi alla biblioteca, e lo fece per prima pubblicamente Luisa Ciambella nel lontano 2015. Ripeto, io non sono alla base di alcuna polemica o diatriba.

Il giornalismo fa il suo dovere e non è possibile rimbeccare a un giornalista alcunché, almeno fin quando il nostro potrà definirsi uno stato democratico. Io, dal par mio, starò in silenzio, aspettando – come già facevo – che la sindaca di Viterbo, che possiede un quadro chiaro e una visione precisa dello status questionis, decida il da farsi.

Mi viene in mente però un’idea in conclusione: a questo punto, visto il legame incontrovertibile di Viterbo con i Cavalieri di Malta, e visto che risultano essere l’anello portante della cultura cittadina, e vista anche la necessità di festeggiare degnamente la ricorrenza dei cinquecento anni della loro presenza sul territorio, e vista altresì la necessità di riallacciarci a Carlo V e ai Lanzichenecchi: non sarebbe meglio che la biblioteca abbandoni del tutto la propria sede e che la Delegazione Viterbo-Rieti possa parlare alla cittadinanza direttamente dal loggiato del Palazzo Santoro? Noi siamo disposti a cedere tutto per il bene della collettività, basta che questo bene venga individuato e perseguito seriamente.

Paolo Pelliccia
Commissario straordinario Biblioteca consorziale di Viterbo 


– Francesco Mattioli: “Capitale europea della cultura?”


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29 marzo, 2023

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