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L'angolo della psicologia

Il sogno diventa realtà…

di Angelo Russo
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Angelo Russo

– I sogni si avverano: se non esistesse questa possibilità la natura non ci spingerebbe a sognare. (John Updike)

“Basta crederci con tutte le forze e i sogni si avverano”. Questo assunto di base ci viene tramandato da generazioni. Ma cosa c’è di vero? C’è una teoria a supporto?

Credere di riuscire, significa attivare oltre alle risorse manifeste dell’individuo, anche le forze nascoste o latenti che ognuno di noi possiede a livello inconscio. Alcune intuizioni, sfumature, l’attenzione sui sogni, sono energie che possono incanalate per la riuscita dei desideri. E’ necessario stare attenti e pronti a cogliere i segnali che la psiche ci regala. I risultati potrebbero essere sorprendenti.

Vi racconto una storia.

La premessa.
Ogni anno a Viterbo la sera del 3 Settembre per le vie oscurate del Centro storico medioevale viene trasportata sulle spalle da circa 100 uomini forzuti, chiamati “facchini”, una monumentale costruzione votiva alta una trentina di metri, completamente illuminata da faretti e lumi a fiamma viva.

La solenne manifestazione richiama fedeli e curiosi non solo dall’Italia ma è conosciuta anche all’estero e rappresenta un momento d’indiscusso carisma liturgico. L’ideazione e la costruzione della mole, denominata Macchina di S. Rosa, sono affidate, ogni cinque anni, dall’Amministrazione Comunale al vincitore che si aggiudica l’appalto concorso.

Partecipare al concorso è indice, oltre di creatività, anche di amore per la cultura, la storia e le tradizioni Viterbesi. S. Rosa, la Santa alla quale è dedicata la Macchina visse intorno alla metà del 1200 nel quartiere storico della “Crocetta” all’interno della cinta muraria viterbese. In città, già da bambini si è abituati a “respirare” questa tradizione. C’è chi vorrebbe fare il “facchino” e chi progettare la macchina. Chi, come me, ha vissuto la propria infanzia e adolescenza nel quartiere di S. Rosa ha avuto anche degli stimoli in più.

Ricordi.

….. Dalla vecchia fontana a fuso, al centro della piazzetta, l’acqua sgorgava fresca. Noi ragazzini, con i calzoni corti e le ginocchia sporche, di tanto in tanto, accaldati dall’afa e dalle fatiche dei nostri giochi, attingevamo avidi dal prezioso liquido, poi ritemprati e sgocciolanti riprendevamo a giocare. Più scalmanati di prima.

Il modo della bevuta, ricordo, era sempre la stesso: sul bordo della vasca, con le gambe leggermente divaricate, la punta delle scarpe che sfioravano l’acqua, bisognava ciondolarsi con le mani in avanti e gettarsi temerariamente a mo’ di presa sul pietrificato volto leonino che immobile e fiero ci sopportava. Il più era fatto. Anche se mancava ancora il ritorno, l’eventualità del bagno totale era ormai remota.

La testa si doveva inclinare fino a che la guancia sfiorasse la spalla, a questo punto bastava fare una flessione sulle braccia per avvicinare le labbra al sospirato getto. Sembrerà strano eppure da quella, per noi, acrobatica posizione si riusciva a focalizzare con lo sguardo la cima del fuso in modo molto più intimo di come si poteva fare comodamente da ogni punto della piccola, allora grande, piazza. La scultura, che rappresentava due ragazze medievali, solo da quella posizione, magicamente, prendeva vita. Una delle due figure, la santa patrona della città, aveva in mano una brocca.

Ma tu ci credi? Chiese Riccardo. A cosa? Fu la mia risposta?Al miracolo della brocca risanata….

Piero e Marcello intanto si avvicinarono incuriositi e quasi in soccorso alla mia palese titubanza risposero per me. Marcello era il più sicuro. Perfino sua sorella che ere suora glielo aveva confermato: la brocca rotta, sfiorata dalla piccola Rosa, si aggiustò come per incanto salvando l’amica da una severa punizione.

Per la Santa bambina era come un giochetto fare queste cose, i grandi li chiamavano miracoli, ma per noi erano delle magie. Incantesimi. Come quelli delle fiabe. Interrompevamo perfino il “giro d’Italia”, corso con i variopinti tappetti delle bibite di marca del tempo, per sederci e raccontare, ognuno di noi a suo modo, un pezzetto di quella favola antica.

S. Rosa era la nostra eroina, mutava i pani in rose e ridonò la vista a un certo Andrea per lungo tempo cieco. Rosino, di un anno più grande di noi, disse che un giorno fratello Antero, il diacono della parrocchia, aveva raccontato di un miracolo dove persino i selci della strada obbedirono alla Santa, sollevandosi, per permetterle di essere veduta da tutti mentre predicava. Gajardo…. che forza…

Erano questi i nostri affascinati commenti. Poi c’era la sera della processione. In quell’occasione il parroco, padre Antonio, voleva che ci fossero tutti, chi con le candele, il più fortunato con l’incenso che dava un certo prestigio, e altri semplicemente a cantare. Per tutti c’era da fare qualcosa. A sera tarda le gallette con la marmellata erano assicurate.
S. Rosa alla sua morte nel 1251 fu sepolta proprio nella nostra parrocchia: S. Maria in Poggio, detta la Crocetta. Fu Alessandro IV, nel 1258, a far trasportare il corpo della Santa nel Monastero delle Clarisse di S. Damiano. Oggi basilica di S. Rosa. Il trasporto affonda le sue radici nella ricorrenza della traslazione. Ogni anno a Settembre veniva portato in processione un baldacchino con l’immagine della Santa. L’evoluzione di questo baldacchino ha dato origine, nei secoli, allo spettacolare trasporto della Macchina di S.Rosa.

In agosto, da bambini, andavamo a sbirciare il montaggio della macchina, poi a casa con delle assicelle di legno e carta velina imitavamo i grandi. La mia prima costruzione, casalinga, nacque così.

Anno 1991

Spinto dalle mie passioni, l’arte e la psicologia, partecipai al concorso per l’ideazione e la progettazione della Macchina di S.Rosa.

Nella fase della progettazione avrò gettato nel cestino una cinquantina di disegni. Ero stanco, non trovavo la chiave giusta. Sentivo sempre che mancava qualcosa e stavo per abbandonare.

All’amaro sapore di quella sconfitta personale che stava maturando, venne in aiuto il mio sub conscio. Da psicologo di fede Junghiana trassi il massimo beneficio di creatività dall’attività onirica che come una mano invisibile mi tirò fuori dal guado stagnante dove ero, mio malgrado, ancorato.

Sognai una stele illuminata che era trasportata al Corso Italia da tanti uomini e aveva una caratteristica particolare: era tutta bucata.

Attraverso quei fori vedevo il cielo e le case dall’altra parte. Mi svegliai con quell’immagine stagliata nella mente, presi freneticamente un foglio e una matita e fissai quell’idea. Solo allo stato embrionale. Ma sentivo che la strada da seguire era quella: i vuoti, la trasparenza, il senso di leggerezza. Ci vollero ancora settimane, ma ormai Sinfonia d’Archi stava nascendo.

Epilogo

La sera del 3 Settembre alle ore 21 quando i facchini stavano per sollevare sulle loro spalle “la mia creatura” un momento intriso di commozione, incredulità e gioia attraversò la mia anima. Solo in quel momento realizzai che era tutto vero: il sogno si era tramutato in realtà.

Angelo Russo


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20 novembre, 2010

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