– Maria Grazia Cutuli moriva il 19 novembre 2001 nei pressi di Sarobi, sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul, a circa 40 chilometri dalla capitale afghana.
Venne uccisa in un attentato con l’inviato di El Mundo Julio Fuentes e due corrispondenti dell’agenzia Reuters, l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari. Era nata a Catania il 26 ottobre 1962.
L’operazione “enduring Freedom” (invasione, guerra, peace keeping o peace enforcing che dir si voglia) era iniziata 43 giorni prima il 7 ottobre. Appena 50 giorni prima le torri gemelle di New York erano state demolite dai kamikaze di Al Qaeda.
Una donna italiana, meridionale, inviata della più antica testata giornalistica tra le principali del nostro Paese lasciava la sua vita dentro il conflitto che voleva raccontare.
Fu ed è inevitabile accostare la sua parabola esistenziale a quella di Ilaria Alpi, che la morte trovò in Somalia sulla traccia dei peggiori traffici dei più loschi mercanti di armi e rifiuti tossici.
Come lei, Maria Grazia Cutuli trovò la morte in una terra lontana, che la televisione ogni tanto ci porta dentro casa con i suoi drammi, dispersa tra assassini in famiglia a favore di telecamera, crisi di governo giocate tra cerini e ceroni e gli immancabili amici dell’uomo, gli animali domestici protagonisti del telegiornale minzoliniano.
Oggi l’esotica Ruby, presunta nipote di Mubarak, reginetta griffata delle discoteche grazie alle serate arcoriane, conquista il suo permesso di soggiorno per motivi di giustizia solo per avere partecipato alle serate del bunga bunga, mentre a Brescia lavoratori immigrati devono passare giorni e notti su una gru, sospesi nel vuoto per rivendicare i propri diritti.
Così diviene ancora più emozionante leggere “Mille splendidi soli” di Khaled Hosseini, storia dolorosa di donne che l’Afghanistan di questi decenni hanno vissuto sulla propria pelle. Come rimane ineguagliabile la dignità di Aung San Suu Kyi, tanto esile nella figura quanto tenace nella forza che le ha fatto sopportare anni di carcere del regime birmano e restituire un messaggio di speranza al proprio popolo, una Mandela al femminile, come qualcuno ha giustamente detto.
Mi ricordo l’emozione di quei giorni della morte di Maria Grazia Cutuli. Ricordo che il comune di Vitorchiano le dedicò una sala nel Palazzetto della Cultura.
Ognuno di noi partecipava ad un sentimento di compassione che tutti ci accomunava. Come tutti ci hanno accomunato in questi otto anni le stragi di militari italiani caduti su quel fronte. Con le aperture dei telegiornali e i funerali di Stato. Che nel frattempo divenivano sempre più rituali, sempre più stanchi, perché nel frattempo ha cominciato a sembrarci normale che ragazze e ragazzi italiani in divisa possano morire tra Herat e Kabul.
Ma quando verrà il momento di discutere veramente del perché siamo laggiù con le nostre truppe? Quando potremo capire quanto il governo di Karzai abbia la dignità di un interlocutore credibile? Dovremo mai garantire il ritorno negoziato dei talebani al potere (ciò che credo inevitabile, ma che porterà con sé i burqa e il divieto di far volare gli aquiloni)?
“E’ tutto il giorno che mi torna in mente una poesia su Kabul. Saib-e-Tabrizi la scrisse nel XVII secolo, credo. Un tempo la conoscevo tutta a memoria, ma ora ne ricordo solo un paio di versi:
Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti,
né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri”.
Non trovo un modo migliore che usare queste parole del libro di Hosseini per onorare gli otto anni che sono passati dalla morte di questa nostra concittadina, inviata in Afghanistan.
Valerio De Nardo
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY