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Viterbo - Analisi del voto e prospettive per il segretario Egidi

“Un Pd capace di tenere insieme moderati e sinistra”

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Andrea Egidi (Pd)

Andrea Egidi (Pd)

Soddisfazione per l’esito del voto nella Tuscia, giudizio positivo sul quadro d’alleanze costruito nei comuni e in prospettiva, un Partito democratico che sia capace di fare da collante a un raggruppamento che veda da una parte i moderati e quindi l’Udc e dall’altra Sel.

E’ in estrema sintesi la relazione del segretario provinciale del Partito democratico all’assemblea provinciale del 27 maggio. Sul fronte nazionale Egidi sottolinea l’aria di cambiamento nel Paese e sprona tutti a un forte impegno per la battaglia dei referendum.


 

 

 

Il testo della relazione del segretario provinciale Pd Andrea Egidi

C’è sembrato opportuno oltre che doveroso accorciare i tempi della nostra analisi relativa al voto amministrativo non fosse altro pechè la campagna elettorale non è ancora terminata. Il passaggio del 12 e 13 giugno è alle porte e rispetto a quell’appuntamento penso che, anche a Viterbo, si debba saper promuovere una mobilitazione larga, capillare e diffusa.

Il voto di domenica 15 e lunedì 16 maggio offre un segnale positivo per il Pd e per il centro sinistra. Il buon esito del primo turno – a partire dai risultati più significativi come Torino, Bologna e i due ballottaggi di Milano e Napoli – conferma che c’è stato un lavoro positivo rispetto alla ricomposizione di un campo di forze credibile per l’alternativa, accompagnato da segnali di apertura, a mio avviso molto interessanti, nei confronti della società.

Durante la campagna elettorale avevamo chiesto un segnale di cambiamento. Questo è venuto inequivocabilmente e ora ci auguriamo tutti che quel segnale sia confermato e rafforzato con i ballottaggi di domenica e lunedì e con il referendum. Le candidature e le liste presentate nel Paese, le alleanze realizzate, infine il voto, ci dice che è assolutamente da respingere la tesi per la quale il Pd sia preda di estremismi o addirittura ostaggio di altri. Non è vero.

I primi studi e le prime analisi prodotte a livello nazionale indicano chiaramente che il Pd esce più forte da questo passaggio elettorale. Le proiezioni nazionali del dato amministrativo sul paese registrano un aumento di due punti in percentuale sulle regionali dello scorso anno. Ancora, dopo le elezioni la maggior parte dei candidati al ballottaggio, 28 su 35, sono espressione del Pd. Penso che in questo dato ci sia anche e soprattutto l’impianto offerto al Paese in questi mesi.

L’idea della ricostruzione del tessuto civile e democratico, la ricostruzione di un Paese più giusto, il messaggio che crisi economica e crisi democratica avessero bisogno di una ricetta che andasse al di là delle singole forze dell’opposizione e che interessasse direttamente il Paese: i suoi gruppi dirigenti, dal mondo economico e produttivo, alle forze sociali, al mondo della cultura.

Credo che quell’impianto politico, quell’atteggiamento culturale offerto da Bersani e dal gruppo dirigente nazionale in questi mesi – di assoluta responsabilità verso la crisi di sistema che vive l’Italia – ci abbia consentito di parlare di più e meglio alla società, di raccogliere un consenso largo, di tornare – in definitiva – a svolgere quella funzione nazionale che è propria del Partito democratico.

Se oggi il risultato elettorale segnala l’arretramento della maggioranza di governo praticamente ovunque, le ragioni di fondo partono dal totale fallimento dell’azione di governo. Dalla ripresa economica (che ci vede ultimi in Europa) all’aumento delle tasse, dalla crescita della disoccupazione all’inefficienza della pubblica amministrazione, non c’è nulla su cui il governo abbia agito con efficacia. In più, valanghe di promesse non mantenute. Ed è in ragione di questo disastro che non si può immaginare che la sconfitta del Pdl sia figlia dei toni violenti della campagna elettorale del Premier, non fosse altro perché quei toni sono gli stessi di sempre che, in determinati passaggi, hanno aiutato lo stesso Berlusconi, mentre stavolta non hanno funzionato.

I dati forniti dall’ultimo rapporto Istat di alcuni giorni fa confermano un quadro desolante e assai drammatico, su cui il governo continua a non intervenire, vedremo nel mese di giugno cosa proporrà Tremonti in Parlamento.

Oggi il cambio di passo è definitivamente compiuto. Per questo ritengo positiva l’idea, rafforzata dopo il voto, di un Pd in grado di avere chiaro cosa fare per il governo del Paese e chiarire che ciò va detto prima di ogni altra cosa. Questo perché gli italiani sono stufi dei politicismi e vogliono sapere cosa si vuole fare. L’opinione nel Paese sta mutando, c’è una esigenza di concretezza perciò il messaggio non può essere politicista, il tema non è Casini o Vendola, ma sta nel saper costruire l’agenda delle cose da fare per poi risolvere il resto.

Questo significa mandare in soffitta la nostra discussione, priva di senso, sulle alleanze. Una volta stabilito che non si va da soli, quando sarà, il punto sta nella costruzione di quelle 10 proposte di riforma di cui parlava Bersani nella sua conferenza stampa dopo il voto e realizzare le condizioni per alleanze, sociali ancor prima che politiche, sapendo che l’offerta sul programma è per tutti. Forze sociali, forze politiche di centrosinistra, elettori e forze politiche moderate, purchè seriamente costituzionali.

Significa saper parlare al Paese e continuare a spiegare che per uscire dal berlusconismo serva una grande mobilitazione civica, democratica, larga, fatta anche tra diversi. Un ragionamento che parli ad una larga maggioranza di italiani che ritiene sia giunto il momento di voltare pagina.

Non sarà certo il Presidente del Consiglio a farci uscire da questa vicenda, e visto che i danni prodotti non fanno riferimento solo all’economia reale ma investono la tenuta reale del tessuto democratico, civile ed istituzionale, per ricostruire questo Paese saremo chiamati ad un’impresa molto più grande di noi che richiede una larga maggioranza costituente.

In fondo questa impostazione conferma che il governo non sarà battuto in parlamento, sarà sconfitto solo grazie ad una iniziativa che parta dal Paese e che sia più larga, molto più larga, del campo di forze dell’opposizione.

Del resto abbiamo avuto passaggi nei quali era possibile sconfiggere Berlusconi in Parlamento: penso al voto di dfiducia del 14 dicembre scorso. Di fronte alla compravendita e all’acquisto di deputati Berlusconi sarà battuto solo nel Paese, dal Paese. In questo quadro lo strumento del referendum assume caratteristiche straordinarie, quel voto ci consegna due opportunità.

La prima riguarda al merito del voto. Il Paese ha l’opportunità di cancellare 3 leggi sbagliate, frutto di scelte ideologiche. Sia sul ritorno al nucleare che sulla privatizzazione delle gestioni dei servizi idrici c’è un punto chiaro, che a me pare ideologico. Mentre tutti i grandi paesi industrializzati del mondo rivedono la scelta del nucleare – anche e soprattutto dopo la drammatica vicenda giapponese – in Italia si ha il coraggio di inventarsi un falso stop, una moratoria (il voto sul decreto Omnibus), per verificare, studiare, comprendere cosa fare, dicono loro.

In verità questo atteggiamento serve al cavaliere per distogliere l’attenzione sull’unico quesito che lo preoccupa veramente (quindi il legittimo impedimento) per poi immaginare di tornare sul nucleare a pericolo scampato. Questa impostazione conferma in realtà l’assoluta pochezza di un governo e di una maggioranza che continua ad essere prigioniera dei problemi del suo presidente del consiglio. Ostaggio del Premier, dell’ossessione costante che mette in campo per approvare leggi che gli evitino di essere giudicato.

Anche sul Decreto Fitto Ronchi troviamo un impianto ideologico.

I motivi per i quali per legge si debba stabilire la privatizzazione forzata della gestione dei servizi, io li giudico ideologici. Assolutamente sbagliati, dannosi. Perché certificano che sul bene comune acqua è possibile di tutto. Penso che il merito del voto sia questo: scongiurare scelte sbagliate, tutelando così anche il sistema economico e produttivo del Paese; e cioè provare ad aprire una nuova stagione legislativa in grado – su energia e acqua – di allinearci ai Paesi che su questi fronti stanno molto più avanti di noi. Specie sull’acqua a me convince molto la proposta di legge del Pd, perché offre l’idea di rivisitare e aggiornare la Legge Galli del 94.

Oltre al merito dei quesiti c’è un punto politico. E cioè l’eventuale esito positivo dei ballottaggi a Milano e Napoli legato al raggiungimento del quorum sui referendum consentiranno un ulteriore spinta a chiudere un ciclo e ricostruire le condizioni per una nuova stagione democratica, di crescita e sviluppo. Penso sia fondamentalmente questo il senso politico del passaggio che stiamo vivendo; ed è anche per questo che mi convince l’idea di non dare per chiusa la nostra campagna elettorale.

Nella Tuscia il voto ci consente di guardare al lavoro dei prossimi mesi con moderato ottimismo e serenità. Penso che, senza troppi proclami, possiamo ritenerci soddisfatti nell’aver raccolto un voto che al tempo stesso conferma un nostro insediamento politico ed elettorale e ci fa avanzare in termini di comuni governati e presenza nelle istituzioni locali.

In più di una occasione ho affermato che questo passaggio elettorale rappresentava per noi il primo banco di prova dopo la sconfitta dell’anno scorso. Io penso che, unitariamente, abbiamo superato questo esame.

E’ indiscutibile un avanzamento: Bassano Romano, Caprarola, Montefiascone e Valentano stanno lì a confermare un nostro passo in avanti significativo. In questi quattro casi il voto premia due aspetti: l’unità del Pd e del centrosinistra, la nostra intelligenza nel saper rafforzare le liste anche e soprattutto attraverso alleanze “sociali” nuove e credibili.

Su questo punto ritengo che l’operazione fatta sia identica in tutti e 4 i centri. Sia nei candidati sindaci che nelle liste non abbiamo ceduto alla tentazione dell’autosufficenza ma abbiamo ragionato su a cosa fosse stato per davvero utile per vincere. Il risultato positivo del voto sta pure nella lettura e nel confronto della fase attuale rispetto a quella di 5 anni fa.

Nel 2006 il centro sinistra vinse in dieci comuni; otto dei quali erano guidati da sindaci al primo mandato. Alle spalle c’era il primo anno del governo Marrazzo e Mazzoli, nello stesso momento l’Unione avrebbe vinto – seppur di poco – le elezioni politiche. Oggi il quadro è radicalmente cambiato.

Dei 10 Comuni, 8 erano a scadenza di mandato (potete immaginare la complessità della nostra discussione nella scelta dei candidati sindaco), siamo all’opposizione da un anno alla Regione e a Palazzo Gentili. Eppure, oltre a mantenere un forte insediamento nei comuni già governati – 8 su 10 – (con segnali straordinari come Marta, Oriolo R., Vitorchiano e Acquapendente) riusciamo ad avanzare in realtà assai significative della Tuscia. E laddove non arriva la vittoria c’ un voto che sottolinea la nostra forza politica ed elettorale: penso principalmente a Carbognano e Vallerano o alla battaglia condotta da Ornella Angeletti a Fabrica di Roma.

Sulla costruzione delle condizioni per arrivare a questi risultati abbiamo già discusso nelle due precedenti direzioni; quindi non ci ritorno se non per flash: un quadro ordinato e complessivamente unitario; alleanze larghe e ben costruite; forte apertura alla società viterbese. Questa è stata la condizione essenziale per consegnare il 15 aprile liste competitive nella maggior parte dei casi e assicurarci un buon risultato. Tuttavia esistono secondo me buoni motivi per affrontare col territorio una valutazione più profonda.

Comprendere alcuni punti: quanto abbia inciso il governo della destra in alcune aree; come saper ricostruire leggendo con attenzione il dato elettorale dove il voto è fermo da dieci anni Comprendere nei casi di Soriano e Canino la motivazione reale e profonda di un risultato negativo senza avere facili tentazioni nell’analisi utilizzando categorie incomprensibili o volontà di divisione.

In sintesi, ogni turno elettorale dovrebbe insegnare qualcosa. Questo conferma un dato: si vince se si comprendono i mutamenti che avvengono nelle nostre comunità e ci si attrezza per governarli dal punto di vista politico e sociale.

L’atro aspetto è relativo agli alleati.

Abbiamo costruito un buon esperimento con l’Udc, a partire – aggiungo – da Vetralla (era impensabile costruire scelte diverse, per questo ringrazio il circolo e continuo a non condividere chi sostiene ancora che il Pd doveva stare con Aquilani).

Anche grazie a questo nostro lavoro sulle alleanze oggi a Palazzo Gentili si è aperta una crisi che è in linea con la natura stessa della maggioranza di governo. Una maggioranza costruita per decreto, ha ragione Grattarola a tornare su questo aspetto.

L’altro elemento sta alla sinistra del Pd. Il voto ha chiarito che il rapporto con SeL in alcune aree risulta determinante. Questo deve spingere il Pd alla ricostruzione di una nuova funzione per un alleanza che va di fatto ricostruita, sapendo che non è in contraddizione l’idea che attraverso il Pd si tenga insieme la Sinistra e i moderati.

È giusto lanciare un appello alle forze del centro sinistra anche di fronte a ciò che avviene in queste ore in Provincia: noi vogliamo assumere una iniziativa unitaria e credibile partendo dalle questione che riguardano il territorio ed il suo sviluppo.

Noi dobbiamo avviare un nostro lavoro aperto a quanti vorranno contribuire alla definizione di una nuova idea per la Tuscia.

Vedo due fronti su cui lavorare. Uno immediato, il Referendum. Per questione di merito e politica. Il merito significa nucleare ed acqua, che da vuol dire Montalto di Castro e Talete. La politica invece ci spinge a pensare che dopo un bel risultato alle amministrative non possiamo fallire la seconda tornata, per questo chiedo da qui al 12 e 13 di lavorare per costruire il nostro contributo positivo.

In questi giorni si sta definendo un piano di banchetti ed iniziative pubbliche nei circoli; vi chiedo di intensificare il lavoro per non fallire l’obiettivo, è giusto sentirsi fortemente impegnati sui temi del referendum non fosse altro per il significato del referendum sulla Tuscia.

Un lavoro che si concluderà venerdì 10 giugno a Viterbo con una grande manifestazione provinciale di chiusura promossa insieme all’Udc di Viterbo e all’associazione Ed. L’altro fronte è di prospettiva, fatto di elaborazione e di più partito.

Su questo è giusto tornare sull’idea dei forum per dargli in modo defintivo il via e stabilire un rapporto più funzionale e quotidiano con il gruppo consiliare della Provincia.

Il lavoro sul Partito: zone, tesseramento, feste democratiche. L’elaborazione: arrivare a Natale e fare la conferenza programmatica.

Mettere insieme gruppo provincia, consiglio regionale, parlamentari e componenti forum. Il progetto del Pd, di fronte al fallimento della destra. Penso sia giunto il momento di prepararci.

Andrea Egidi


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28 maggio, 2011

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