Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • YahooMyWeb
    • MySpace
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Viterbo - A distanza di dieci anni Giancarlo Torricelli riflette sui fatti del G8

Genova 2001, la rabbia e la ragione

Condividi la notizia:

Giancarlo Torricelli

Riceviamo e pubblichiamo – E’ la sera di sabato 21 luglio 2001 alla stazione di Quarto a Genova.

Con gli occhi gonfi e il sapore acre dei lacrimogeni addosso, un centinaio di persone (tra cui diversi viterbesi) stanche e impaurite attendono vanamente il treno per far ritorno a Roma dopo una giornata torrida e carica di tensione.

Da due giorni Genova è sconvolta da scontri violentissimi in occasione del vertice internazionale del G8: migliaia di persone sono giunte da tutto il mondo per contestare l’antidemocraticità e l’ingiustizia di un sistema politico ed economico dove i cosiddetti “8 grandi” ed organismi, privi di legittimazione democratica, come il Fondo monetario e la Banca mondiale pretendono di decidere le sorti di 6 miliardi di esseri umani, asserragliati nella cosiddetta “zona rossa”.

In mezzo a una moltitudine di manifestanti pacifici, le scorribande violente di qualche centinaio di teppisti sembrano poter giustificare (per gran parte dei media italiani) le cariche indiscriminate delle forze dell’ordine che porteranno Amnesty International, nei giorni seguenti, a parlare di una gigantesca violazione dei diritti umani.

A Quarto l’attesa si trascina per ore, senza informazioni, senza indicazioni, intervallata soltanto dal rumore assordante e ossessivo degli elicotteri che volano bassi e che puntano i loro fari su gruppi di uomini e donne che sciamano nella città. Nelle stesse ore, una scuola elementare genovese, la Diaz, sarà il teatro di un massacro, con centinaia di ragazzi portati via in barella, coperti di sangue, rantolanti.

Le “verità” dei processi indicheranno nell’assalto alla scuola Diaz uno degli episodi più oscuri e inquietanti della storia di questo Paese.

Quando ripenso alle giornate del luglio 2001 a Genova, alle iniziative di contestazione del G8 e alla violentissima repressione che ne è seguita, le prime cose che mi vengono in mente sono l’incredulità, la vergogna, l’indignazione.

Sotto il marchio dello Stato democratico si consumarono violenze ed infamie inimmaginabili.

La scuola Diaz, la caserma di Bolzaneto, il carcere di Marassi, piazza Alimonda, piazzale Kennedy divennero le stazioni di una via crucis, che dall’omicidio di Carlo Giuliani condusse all’abuso di potere su corpi e menti di migliaia di persone e alla vendetta squadrista travestita da ordine pubblico. Una gigantesca sospensione della legalità costituzionale e dello stato di diritto che si esercitò contro una generazione cacciata dall’uscio della partecipazione pubblica.

Dieci anni dopo rimangono le storie e le ferite di quei giorni, le memorie palesi e quelle sotterranee, le mille domande su come sia stato possibile che uno stato dell’Occidente ricco e democratico si sia trasformato in un mostro di illegalità e di abuso.

Tutto cominciò venerdi 20 luglio quando le forze dell’ordine si scagliarono con cariche e lacrimogeni contro un corteo autorizzato; ore e ore di scontri che sfociarono nell’assassinio di Carlo Giuliani e nel tentativo maldestro di attribuire la causa della sua la morte ai manifestanti. Nei giorni successivi divenne famoso il filmato con un poliziotto che rincorreva alcuni ragazzi gridando “Siete stati voi ad ucciderlo, bastardi, con le vostre pietre!”.

Una sospensione della legalità che continuò il giorno dopo, con cariche a ripetizione e con una pioggia di lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo anche dagli elicotteri e dai gommoni in mare contro il corteo grande e pacifico che sfilava sul lungomare di Boccadasse.

Ma Genova 2001 non fu soltanto questo. Fu anche e soprattutto il tentativo di movimenti, associazioni, sindacati, partiti politici, studenti, migranti, religiosi di ogni fede, intellettuali, di condividere idee e suggestioni che, a partire dalla denuncia di un sistema politico ed economico iniquo e malato, consentissero di rivendicare la costruzione di un “altro mondo possibile”, fondato sulla democrazia economica, sulla partecipazione, sulla sostenibilità, sui diritti per tutti. Il decennio precedente aveva dimostrato che la storia non era finita nel 1989 con il crollo del socialismo reale.

Al trionfo del mercato e del liberismo erano corrisposti un aumento delle povertà, delle disuguaglianze, delle guerre ed una ripresa dei movimenti a livello globale.

A Genova e prima ancora a Seattle quei movimenti avevano incominciato a pensarsi come un’alternativa possibile ad una globalizzazione liberista che aveva già imboccato la strada del declino e della crisi.

I 10 anni trascorsi si sono incaricati di dar ragione a quei movimenti, la crisi globale ha dimostrato il fallimento di quel modello allora messo sotto accusa. Molte delle idee per le quali i ragazzi di Genova sono stati presi a manganellate hanno fatto breccia perfino nei documenti finali di organismi internazionali, come il G8.

Le politiche di privatizzazione dei beni comuni, a partire dall’acqua, sono messe in discussione in tutto il mondo (come conferma anche il recente referendum italiano), la precarizzazione del lavoro e della vita è riconosciuta come uno dei frutti avvelenati della stagione del liberismo trionfante, lo strapotere della finanza sull’economia continua ad essere la dimensione catastrofica di un capitalismo senza prospettive. Perfino negli Stati Uniti, per la prima volta, un afroamericano, Obama, è stato eletto presidente sulla base di un programma di riconversione ecologica dei processi produttivi, fortemente auspicato e rivendicato dai movimenti no global con spirito anticipatore.

Nell’immediato, Genova 2001 si risolse in una lunga vittoria della cattiva politica sulla buona, la criminalizzazione dei movimenti contribuì a desertificare il panorama sociale e a ridurre la politica ad un esercizio elettorale sempre più eterodiretto e la partecipazione pubblica al consumo quotidiano di merci e messaggi.

Genova 2001 fu il tentativo generoso di mettere in discussione un modello di società e di economia di cui oggi vediamo tutti i limiti e le devastazioni. Sotto i colpi della crisi internazionale e a un passo dalla bancarotta del Paese e dell’Europa, la buona politica e l’indignazione tornano a farsi strada anche in Italia. Anche se sono passati 10 anni, Genova e quella grande domanda di partecipazione e cambiamento parlano del nostro futuro.

Giancarlo Torricelli


Condividi la notizia:
19 luglio, 2011

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY

Test nuovo sito su aruba container https://www.tusciaweb.it/le-strane-pose-di-milo/