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Viterbo - Il ricordo nelle parole di Roberto Saccarello

Il centenario del vescovo Gasbarri

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Riceviamo e pubblichiamo – Il 30 agosto sarà il centenario della nascita del viterbese vescovo emerito di Grosseto Primo Gasbarri.

Nato a Viterbo il 30 agosto 1911, compie gli studi filosofici e teologici presso il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni e viene ordinato sacerdote della diocesi di Viterbo e Tuscania dal Vescovo Emidio Trenta il 29 ottobre 1933. Laureatosi in Sacra scrittura nel 1935, è docente di ebraico nel Pontificio Seminario Regionale “Santa Maria della Quercia” e Canonico Teologo della Basilica Cattedrale di San Lorenzo.

Il 30 luglio 1953 viene nominato vescovo ausiliare di Velletri ed il 20 settembre 1953 è consacrato dal cardinale Clemente Micara, Vicario di Roma. Nel 1965 diviene Amministratore Apostolico di Grosseto e successivamente, nel 1970, della diocesi di Sovana – Pitigliano. Il 16 ottobre 1971 nominato Vescovo di Grosseto. Il 22 gennaio 1979 rinuncia al governo della diocesi per motivi di salute ed è nominato canonico della Basilica Patriarcale di San Giovanni in Laterano . Muore il 6 novembre 1989 e viene sepolto a Viterbo.

In questa riflessione non intendo tanto ripercorrere le tappe biografiche e pastorali di Mons. Primo Gasbarri quanto evidenziare, ad un secolo dalla sua nascita, alcuni tratti caratteristici della sua eletta figura di maestro e pastore.

Il Vescovo di Viterbo Luigi Boccadoro, in un suo commosso ricordo del confratello, ebbe giustamente a definirlo “l’uomo della sicurezze”: come pochi, infatti, egli sapeva esporre la verità della fede, spiegare la dottrina cristiana, illuminare la scienza umana ed interpretare i segni dei tempi.

Aveva molta cura della sua interiorità e dedicava lunghi momenti alla preghiera, che aveva un posto stabile nella sua giornata Si può ben affermare che la fisionomia umana di Mons. Gasbarri si iscrive in questa tipologia spirituale, centrata su Dio e, proprio, per questo, proiettata verso gli altri. L’arte della carità pastorale, infatti, sta nell’amare il Signore nei fratelli e i fratelli nel Signore.

La sua personalità era nitida, ben marcata e immediatamente leggibile. Per questo le testimonianze su di lui sono convergenti e sottolineano all’unanimità di stessi tratti: l’affabilità attenta e sincera; la sollecitudine paterna, manifestata dalla prontezza con cui prendeva a cuore le situazioni; la signorilità sobria e dignitosa.

Quello che lasciava trasparire “fuori” era l’espressione speculare di ciò che gli passava “dentro”.Il Vescovo Primo si mostrava come era e rimaneva se stesso in ciò che faceva. Non occorreva, perciò ricorrere a “scavi psicologici” per cogliere i filoni principali del suo carattere: erano allo scoperto, davanti allo sguardo di chi lo incontrava. Si può parlare, perciò, di un’indole solare: interamente visibile e tutta operante in ciascuna parola e in ogni gesto. Questo modo evangelico di procedere gli procurò via via qualche scontento, ma non volle mai rilevarlo, né per meglio chiarire né tanto meno per giustificarsi.

Egli è stato un testimone vivente dell’amore di Cristo in ognuna delle “vigne” in cui il Signore lo ha chiamato a lavorare. Forse era lungo nel predicare, ma diceva cose tanto belle, profonde ed interessanti da incantare letteralmente l’uditorio.

Sua speciale cura fu di applicare nelle Diocesi di Grosseto e di Sovana-Pitigliano le novità del Concilio, a cui aveva partecipato con grande entusiasmo ed impegno, e tra le numerose iniziative: il Consiglio Presbiterale e il Consiglio Pastorale. Cercò di attenuare i disagi e le sofferenze dell’alluvione del 1966. Ebbe anche cura del Seminario, e costruì nuovi complessi parrocchiali .Promosse l’Azione Cattolica e le altre associazioni e fondò la Rivista Diocesana.

Sarebbe rimasto volentieri ancora in Maremma, ma il suo clima ne minacciava la salute e fu costretto a chiedere alla Santa Sede di essere sollevato dal ministero pastorale. S.S. Giovanni Paolo II accolse la rinunzia e Mons. Gasbarri si trasferì a Roma, a San Giovanni in Laterano di cui divenne Canonico. Per qualche tempo si dedicò alla predicazione, ma dall’ aprile 1979, da quando cioè aveva lasciato Grosseto, non stette più bene. Come l’oro si raffina nel crogiuolo, così il Signore volle purificare e perfezionare la carità fedele del Presule attraverso l’esperienza della malattia. E alle prime ore di lunedì 6 Novembre 1989 avvenne il suo ritorno alla Casa del Padre.

Non possiamo non sottolineare, in questa sede, il profondo, quasi “viscerale” amore che il Vescovo Primo ha sempre conservato verso la sua Città natale nonostante gli impegni pastorali nelle Chiese particolari affidati alla sua cura e le responsabilità ricoperte nell’ambito delle Congregazioni romane.

Proprio in questi giorni in cui Viterbo è in festa per la Sua Patrona, ricordiamo la sua costante presenza, almeno finché le forze lo hanno sorretto, alla processione in onore del Cuore di Santa Rosa e al Pontificale nel Santuario: una presenza discreta ma sempre tanto apprezzata dal clero e dal popolo viterbese per l’onore che apportava alle celebrazioni patronali la sua figura ieratica . Vivissima fu pure la devozione verso la Madonna Liberatrice, a cui la mamma lo aveva consacrato fin dalla più tenera età. Come saldo permase il suo attaccamento al Pontificio Seminario Regionale “Santa Maria della Quercia” in cui aveva iniziato giovanissimo la sua attività di docente.

A Viterbo, come estremo atto d’amore, volle pure essere sepolto e, così, il Vescovo Primo riposa ora nella cappella del clero del cimitero di San Lazzaro, in un artistico sarcofago ornato con il suo stemma episcopale.

Roberto Saccarello


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29 agosto, 2011

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