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L'opinione - Francesco Mattioli sui siti archeologici del territorio

“Tanta ricchezza non valorizzata”

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

– La centralità archeologica di Viterbo è indubitabile, certificata dall’emergere di siti e monumenti che datano dal neolitico fino all’alto medioevo; Ferento, Castel d’Asso, Norchia, Musarna sembrano una sorta di corona intorno all’area urbana della città, ormai identificata con l’antico centro etrusco tardo arcaico di Sorrina.

Gli scavi in corso sul Monte Cimino, da parte della Sapienza e della Sovrintendenza all’Etruria Meridionale, stanno confermando l’importanza cultuale dell’area cimina, che si poteva solo supporre leggendo le fonti letterarie classiche.

Gli scavi avviati dalla compianta professoressa Maetzke dell’Università della Tuscia, a Ferento, seppur limitati ad una breve area, hanno fornito impensabili informazioni sul periodo tardo romano e bizantino della città.

Purtuttavia, l’area viterbese appare ancora pressoché sconosciuta; gli scavi archeologici ne hanno interessato pochi tratti, e sono ormai datati: Ferento romana fu parzialmente “riscoperta” più di un secolo fa da Rossi Danielli, che ci restituì l’area delle terme e la fruibilità del Teatro, Ferento etrusca fu riportata in luce da Gustavo di Svezia negli anni ’60, e nell’occasione fu anche ripulita Castel d’Asso.

Ma poi? Leggendo un servizio su Viterbo della rivista “Archeo”, a firma dell’archeologa nostrana Paola Di Silvio, si scopre che “le prime fasi di vita di Viterbo [costituiscono] uno dei capitoli più controversi di tutto il processo storico dell’Etruria meridionale”; e gli interrogativi non riguardano soltanto l’origine della città, ma anche il sito, gli sviluppi in epoca romana e tardo antica. Nell’articolo si lamenta la mancanza di studi sul territorio: il sito della città etrusca di Sorrina, in località Riello, non è mai stato scavato, anche se pullula di resti antichi.

Ma potrei aggiungere dell’altro: il territorio che va da Porta Faul a Castel d’Asso è pieno di monumenti etruschi e romani, a Papala, alla Ruota del Ciciliano, che andrebbero scavati, ripuliti, protetti, valorizzati, se ne lamentava l’archeologo viterbese Paolo Giannini già oltre trent’anni fa. Nell’area delle Terme, a parte il ponte Camillario e in subordine il ponte San Nicolao, non sono mai stati condotti scavi sistematici, ad esempio al Bagnaccio o alle Masse di San Sisto. Tre quarti della Ferento romana si trova tuttora sottoterra,e non sappiamo quali reperti potrebbe conservare.

E pensare che nei secoli passati ne erano venuti fuori di tesori… per esempio una villa ricca di mosaici sul Colle della Trinità.

Conosco già le obiezioni. Uno: chi paga gli scavi, che non c’è una lira? Due: chi protegge le aree scavate, che non c’è una lira? Tre: chi se la sente di mettere sotto sopra terreni coltivati a uliveti e frutteti, che non c’è una lira? Quattro: ma poi, a chi interessa sapere cosa c’è lì sotto, pensassero ad asfaltare il Poggino… che ai viterbesi non frega niente di scavare al Riello (a meno che non si tratti di tirare su case).

Non ho risposte sufficientemente robuste per replicare a tali obiezioni, purtroppo. Da viterbese, mi dispiace che non vi sia la possibilità di conoscere meglio la storia del proprio territorio; da studioso dello sviluppo sostenibile, credo che mettere in luce dei siti archeologici possa creare interesse turistico, e quindi giovare all’economia locale; da ex amministratore, ritengo che sarebbe necessario investire sulla valorizzazione e la manutenzione delle aree archeologiche; da docente universitario auspicherei che l’ateneo locale si spendesse maggiormente per uno studio più approfondito del territorio, anche se capisco che le sirene possono chiamare altrove, anche al di là del mare.

Ma si tratta di considerazioni condivise da un’esigua minoranza, inoltre conosco il senso di impotenza delle associazioni archeologiche, ma anche delle Sovrintendenze e delle Università.

Su due punti mi sento comunque di essere tassativo: innanzitutto che altrove, ad esempio nella vicina Toscana, ma anche il Lombardia e in Romagna, le istituzioni pubbliche e private finanziano gli scavi a fini promozionali, quindi lucrativi, ottenendo lusinghieri riscontri in termini economici; in secondo luogo, che lasciare i siti archeologici alla mercé degli scassi agricoli, delle discariche improvvisate, dell’incuria e dell’ignoranza non è soltanto una manifestazione di colpevole superficialità, ma si configura anche, almeno moralmente, come una vera e propria omissione d’atti d’ufficio.

Francesco Mattioli


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4 agosto, 2011

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