![]() L'ospedale Belcolle di Viterbo |
Riceviamo e pubblichiamo – Era il 23 aprile 2010 quando una deliberazione del consiglio dei ministri nominava la presidente della Regione Lazio commissario ad acta per la prosecuzione del piano di rientro del disavanzo sanitario regionale.
Una regione, la nostra, con enormi e croniche difficoltà nella gestione sanitaria.
Una regione con un rapporto tra sanità pubblica e privata convenzionata quasi identico. Raro, se non unico esempio, nel panorama delle regioni italiane. Una regione con forte concentrazione di offerta nell’area metropolitana. Una regione con un enorme deficit sanitario accresciutosi, anno per anno, indipendentemente dal colore politico di chi governava.
Eppure buon senso politico amministrativo avrebbe voluto che, anziché trascurare e rimandare sine die, si fosse posta mano ad interventi strutturali per ristabilire un po’ di ordine e di equilibrio nel bilancio regionale dove la spesa maggiore è quella sanitaria. Invece no.
Dal D.Lgs 502 del ’92 era stata oltre modo rafforzata l’autonomia delle regioni che erano state gravate di responsabilità fino ad individuare chiari obiettivi da assegnare e far raggiungere ai propri direttori generali.
Ora, in epoca di commissariamento, viene da chiedersi quanta autonomia resti alle loro decisioni. Viene anche da chiedersi se non fosse stato più opportuno individuare un budget da assegnare loro al fine di garantire le prestazioni più idonee ai propri assistiti.
Così non è stato e mai credo sarà. Quando arrivati al dunque e con notevoli ritardi si è posta attenzione al problema si è fatta di ogni erba un fascio. Almeno avessero fatto tagli lineari! Nel caso della nostra realtà sanitaria ci sarebbe pure convenuto. Sta di fatto che all’applicazione del decreto numero 80 del commissario Polverini ci siamo arrivati.
Il “riordino” è iniziato: la politica, conferenza locale per la sanità in primis, si è limitata ad unanimi ordini del giorno che non hanno prodotto risultati.
Il nostro indice di posti letto per migliaia di abitanti è ridotto in maniera preoccupante. E Roma ha vinto ancora.
E’ come se ci avessero di nuovo sottratto la campana “patarina” nel 1200, quella utilizzata per chiamare a raccolta i politici del tempo e che oggi in Campidoglio suona ad ogni elezione di sindaco. Nessuno ha sentito i suoi rintocchi.
Tutto questo sta avvenendo senza confronti, senza discussioni, senza approfondimenti, senza scelte condivise mentre eccessi di campanilismo, creati magari ad arte, provocano fratture su interessi che sono invece comuni, legittimi oltre che costituzionalmente garantiti.
Dobbiamo continuare a dare voce a chi sta rimanendo senza: ai pazienti, agli operatori, alle associazioni di malati con l’auspicio di veder garantito in ogni angolo della nostra provincia un adeguato livello di assistenza.
Sarebbe paradossale per i cittadini della Tuscia non avere garanzie sanitarie e per di più pagare Irpef ed Irap gravose.
Mario Malerba
Segretario generale Cisl Fp
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