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L'opinione di uno sporco comunista

Europa nella bufera, eppur bisogna andar…

di Valerio De Nardo
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Valerio De Nardo

– La crisi del nostro debito sovrano e della moneta unica ci possono far ben dire che “fischia il vento e infuria la bufera”. Ma secondo me è pur sempre meglio questo sibilo freddo piuttosto che stare ad ascoltare l’orchestra suonare mentre il transatlantico affonda.

Il governo Berlusconi non c’è più. Abbiamo voltato pagina. Sentite questo improvviso abbassamento del volume? Avvezzi alla politica degli annunci, si fa un po’ fatica ad abituarsi a questa nuova dimensione dei ministri silenti e dei talk show con ospiti inconsapevoli.

Oggi le misure di politica economica vengono esposte ai partner europei prima che ai rappresentanti dei cittadini elettori o alle piazze televisive. Ma è almeno dal 5 agosto che è in corso una procedura di commissariamento della nostra sovranità statale, di cui sono fiduciari i due Mario (Monti e Draghi, nomi di cose che fanno paura ai bimbi nelle fiabe con le streghe).

In queste ore la crisi si sta drammaticamente avvitando e l’emotività dei “mercati” e dei media lascia pensare che tutto il sistema di Eurolandia possa crollare. Istituzioni finanziarie e governi stanno simulando gli scenari di un possibile collasso dell’unione monetaria, concordando che il valore di stipendi e pensioni, di beni mobili e immobili andrebbe a picco, i capitali fuggirebbero in altri paesi, le banche fallirebbero. A quel punto disordini e rivolte sociali sarebbero, ovviamente, all’ordine del giorno e le democrazie in pericolo.

Ma se l’Europa andasse giù tutto il resto del sistema economico mondiale ne risentirebbe pesantemente e quindi il rischio di guerre crescerebbe. Sia chiaro: sono scenari estremi, ma che uffici studi e gabinetti ministeriali hanno già sulle loro scrivanie.

Per noi gramsciani, però, l’atteggiamento migliore da tenere rimane sempre il solito: accompagnare a un sano pessimismo della ragione una forte dose di ottimismo della volontà.

In questo senso ritengo che non solo occorra contrastare l’idea di un possibile dissolvimento dell’euro e, con esso, della stessa Unione, bensì che occorra rilanciare “verso il grande obiettivo dell’Italia libera nell’Europa libera e unita”, riprendendo l’ispirazione di Spinelli e Rossi per gli Stati Uniti d’Europa.

Lo Stato nazionale non regge più, è evidente. Occorre che l’unione politica dell’Europa cresca rapidamente, in una dimensione regionale, con il consenso dei cittadini, non con il commissariamento dei Paesi più deboli. Il parlamento di Strasburgo deve essere eletto per legiferare. Così come direttamente dai popoli deve essere eletto un presidente della Unione.

Il federalismo della Lega Nord avrebbe pure un senso quando guarda all’idea delle macro-regioni: ma non può essere quello particolaristico dell’inesistente Padania, bensì quello continentale dell’Europa, nel quale lo Stato nazionale, a quel punto, può anche dissolversi.

D’altronde lo stesso Monti, nell’incontro con Merkel e Sarkozy, ha parlato della necessità di unificare i sistemi fiscali per poter emettere gli stability bonds (i Btp europei). Ma se allo stato togli la sovranità monetaria e quella fiscale, che cosa rimane? Ci tocca forse tornare a Max Weber: “per Stato si deve intendere un’impresa istituzionale di carattere politico in cui e nella misura in cui l’apparato amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio della coercizione fisica legittima in vista dell’attuazione degli ordinamenti”. A quel punto se si unificano gli eserciti e le polizie federali è fatta!

Dopo di che ci si confronterà sulle politiche energetiche e ambientali, sui diritti civili e la laicità delle istituzioni pubbliche, sulle politiche di sviluppo e su quelle di redistribuzione della ricchezza, ma nell’unica dimensione che oggi possa reggere il peso di questo nuovo millennio nel vecchio continente, da sempre lacerato da divisioni e conflitti.

In Italia 2,7 milioni di persone sono in preda a una sindrome definita tecnicamente «scoraggiamento». Secondo l’Istat sono il triplo rispetto alla media Ue e si vanno ad aggiungere ai 2,1 milioni di disoccupati (coloro che non hanno una occupazione ma la cercano attivamente).

E poi ci sono i “neet” (dall’inglese not in education, employment, training), giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano. Secondo i dati di Bankitalia, nel nostro Paese sono arrivati a quota 2,2 milioni, pari al 23,4% della popolazione in quella fascia di età, quasi un ragazzo su quattro.

Questa rassegnazione, questo senso di abbandono più che altro devono preoccupare oggi la nostra società. Da combattere è la passività, la mancanza di partecipazione, l’idea che si debba difendere ciascuno il proprio orticello, invece di conquistare insieme agli altri un futuro per tutti. Serve una nuova consapevolezza, oltre l’indignazione e la protesta, serve una più alta ambizione collettiva.

Fischia il vento e infuria la bufera, scarpe rotte e pur bisogna andar…

Valerio De Nardo


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27 novembre, 2011

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