– Se n’è andato via in silenzio, in punta di piedi, dopo aver raccontato, in dialetto viterbese, in modo elegante e raffinato, gran parte della storia della città di Viterbo e anche momenti di vita contemporanea.
Ezio Urbani, studioso di storia locale, persona stimata da tutti, marito e padre esemplare, uomo integerrimo, scrittore e autore di molte pubblicazioni viterbesi, è deceduto il 12 novembre scorso. Era nato a Viterbo il 25 aprile del 1922, per circa quarant’anni è stato dipendente dell’ufficio tecnico Erariale con la passione, nel tempo libero, per la storia e il dialetto.
Più che poeta dialettale amava definirsi un cantastorie e lo ha sempre fatto con una grande immediatezza espressiva racchiudendo “un’immagine, con sintetica efficacia, in una sola parola”. Scriveva e parlava, con molto stile e padronanza, sia il dialetto viterbese che quello sorianese.
Tra le sue principali opere sono “’l conclave de Viterbo” del 1982, “Frisigello: storie in dialetto viterbese” del 1984, “Viterbo, storie, parole e pietre” del 1988, “Favole di Esopo, Fedro, La Fontaine. Liberamente tradotte in vernacolo viterbese” del 1999 e “Il vernacolo viterbese” del 1999 per il quale l’autore ha ottenuto anche una menzione particolare dall’Accademia della Crusca che è uno dei principali punti di riferimento per le ricerche sulla lingua italiana.
Ezio Urbani ha fatto parte dell’associazione viterbese Tuscia dialettale, contribuendo alla realizzazione, in diversi anni, delle pubblicazioni sulla Dialettalità del Presepe e dell’antologia di poesie in dialetto viterbese “’l capagno” del 1983. Ha collaborato, inoltre, anche con la rivista “Tuscia”, edita dall’ente provinciale per il turismo di Viterbo, con diversi suoi articoli e con la rubrica in dialetto viterbese “Il Frisigello”.
Alcune sue poesie, “I’ Quattro Cantuni” e “Papacqua”, sono anche contenute in “Soriano nel Cimino tra storia e folclore” del 2002.
Ezio Urbani se n’è andato via, quasi prendendo spunto dalla sua poesia in dialetto sorianese “I quattro cantuni”, “su i’ppiù bello” perché “giunt’ill’ora”, rispondendo a “i’cchiamo” di sua madre: “…o fì spiccete, gnamo!”. Fa piacere ricordarlo con un’altra sua poesia “La fine dell’anno”, attuale in questi giorni di fine 2011, pubblicata nel 1995 su “Dialettalità del presepe”:
La fine dell’anno di Ezio Urbani
Gionto alla fine del mi’ breve viaggio
pe’ mme sta pe’ scocca’
l’urtima mezzanotte.
Morte violenta, quella mia sarà:
‘l fòche, li spare, l’ botte
de la robaccia vecchia
frullata via da fòra a le finestre,
segnaranno ‘l passaggio
de le cunsegne man quel fijarello
che principia ‘l su’ viaggio
co’ ‘n carco de speranze
e se chiama Anno Novo. ‘N quant’a mme
sento già mall’orecchio
‘l saluto che l’artr’anno fu arivorto
ma chi mi precede’:
“‘Mmazzelo ch’adè vecchio!”
Finita la bardoria,
‘nsiguito da paralese e da insurte,
m’unirò co’ li’ mi’ predecessore
nel cimitero riservato all’anne,
quel cimitero che se chiama Storia.
Maprò millì noi c’emo sul groppone
lapide ‘n po’ diverse
da quelle che usa pone
drento mal camposanto de la gente
che, a sintille, so’ state tutte bbone.
‘Nvece nojartre, tutti dilinguente!
Que’ fu ‘n anno de fame, pussa via!;
que’ fu n’anno de guerra, si’ ammazzato!;
que’ fu n’anno de piommo, maledetto
pura llì, sottoterra.
Adène que’ la nostra triste sorte,
nostra memoria adè solo ‘l dolore.
Ma si tutte le gente
fossero bbone come doppo morte,
pura l’anne saressimo mijore.
Silvio Cappelli
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY