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La Banda del racconto a Montalto di Castro

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– Appuntamento 
domenica 18 dicembre con Da buio a buio – Lavoro contadino e latifondo in maremma
ai tempi del “feudalismo” proposto dalla banda del racconto, ore 15.30
 presso l’ex mattatoio a Montalto di Castro (Viterbo).

L’ordine millenario del latifondo. Un esempio per tutti: Dio in cielo, Torlonia in terra. Più giù, i guardiani del principe. Più giù ancora, i cani dei guardiani. Poi nulla, poi ancora nulla, poi ancora nulla. Nulla. Solo alla fine vengono i cafoni. I da-sempre-senzaterra. Il lavoro da buio a buio. Dalla levata alla calata. La chiamata in piazza. Il “feudalismo” dei caporali. La tirannia delle compagnie. Andare per maremme. In carro o a piedi. Perderci la dama. Perderci le penne. Ma. A un certo punto. All’alba del Novecento, la storia irrompe sulla scena. Fa le sue prove. Vorrebbe infrangere questo cosmo adamantino.

Tanto ingiusto quanto perfetto (compiuto). Leghe, sindacati, cooperative. Si smuove il fango dal fondo del padule. Le prime occupazioni risalgono al decennio giolittiano. Poi quelle del primo dopoguerra (le promesse, le aspettative e le speranze dopo Caporetto). A seguire: delusione degli ex-combattenti e repressione delle vertenze terriere sotto il fascismo. Bonifiche e appoderamenti in direzione mezzadrile. Checché se ne dica: il latifondo non si tocca. Ma la massa dei senzaterra si riaffaccia con forza nel biennio 1944-1946. Con nuove occupazioni. Da Tarquinia a Montalto. Anche nell’interna collinare di Maremma (Ischia di Castro, per esempio). Poi la Riforma Agraria. Il cinghiale trafitto dalla freccia. Ministro Amintore Fanfani.

I bianchi casali dell’Ente come navi veleggianti nella piana. “Metteremo l’illuminazione nei poderi, potrete lavorare anche di notte!” Ma è una riforma fuori tempo massimo. Perché insieme col latifondo muore anche il mondo contadino. Un mondo fatto di veglie narrate e di sapienza nelle mani. Appena pochi anni dopo: i figli abbandonano i poderi. Con gioia! Fuggono. Corrono alle città, alle attività terziarie, a fare gli impiegati.

Inseguono il benessere. Rimuovono povertà e umiliazioni. Ma recidere radici porta frutti velenosi. I casali abbandonati diventano presto rovine di una remota Dopostoria. E viene, ineluttabile, il tempo del “progresso scorsoio”, il “presente remoto” (Zanzotto, il poeta, docet) dell’omologazione consumista.


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16 dicembre, 2011

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