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Stragi del sabato sera - Sandro Marenzoni scrive per chiedere alle istituzioni di intervenire con programmi mirati per i giovani

“Educare alla strada per educare alla vita”

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Tiziana Tedeschi

Riceviamo e pubblichiamo – Gentile direttore,

ho letto con commozione le sue profonde riflessioni sull’ennesima “vittima del sabato sera”.

Gli occhi e il sorriso di Tiziana invocano aiuto non per sé (è troppo tardi!), ma per i giovani che, in futuro, se non si interviene, continueranno a perdere la loro vita sulle strade della nostra provincia.

Le statistiche, recentemente pubblicate su tale problema, hanno evidenziato un aumento del numero di incidenti mortali nella nostra provincia, in controtendenza rispetto a Rieti, Frosinone e la stessa Roma.

Il 90 per cento degli incidenti stradali è determinato dal fattore umano e i giovani ne sono più esposti.

Ogni fine settimana si realizzano uno o più incidenti, spesso mortali, e nessuno che si prenda la briga di dare una mano a queste giovani vite spezzate.

L’ente provinciale di Viterbo ha cercato di sollevare un timido colloquio sul problema nelle scuole, ma è molto poco per incidere sul comportamento dei giovani, specie dopo una nottata passata a divertirsi: il motore dell’automobile o della motocicletta, in tali situazioni, può determinare una esaltazione del proprio narcisismo, un istinto di potenza, una mitizzazione del mezzo meccanico con conseguenze spesso irreparabili.

E’ necessario creare le condizioni per un continuo processo di informazione, formazione e condivisione e la formazione deve iniziare nelle scuole.

Esiste un piano nazionale della sicurezza stradale, esiste l’art. 230 del codice della strada che fissa programmi e metodi di educazione stradale nelle scuole di ogni ordine.

Da una ampia indagine è emerso che l’insegnamento della sicurezza stradale non ha avuto diffusione nelle scuole pubbliche e private, o sembrerebbe al massimo, relegato a iniziative di dirigenti scolastici scrupolosi e ad attività estemporanee poco apprezzate dagli studenti.

E’ necessario costruire una nuova cultura della sicurezza stradale evidenziando che l’elemento caratterizzante è costituito dalla scelta di affiancare all’obbligo della educazione nella scuola, un sistema di risorse, strumenti e incentivi che ne migliorino la fattibilità e la diffusione, come potrebbe essere un campo scuola permanente di educazione stradale.

Al comune di Viterbo, il problema, già nella scorsa consiliatura era stato affrontato e, almeno da un punto di vista progettuale, ben chiarificato.

Infatti il 27 gennaio 2006, dal sottoscritto veniva presentato un progetto avente per oggetto “un campo scuola permanente di educazione stradale” (sollecito l’assessore di nuova nomina a prenderne visione).

La giunta e il consiglio comunale avevano dato il loro assenso ufficiale a voler intervenire nel problema, accettando di costruire una struttura stabile, all’aperto, appositamente concepita e attrezzata per i giovani e i portatori di handicap, per consentire, su una rete stradale in scala ridotta, la circolazione di pedoni, ciclisti e di conducenti di veicoli, in rispetto di tutte le regole stradali e dei comportamenti connessi.

Il progetto, unico in Italia, che nasceva dalla consapevolezza che una teoria senza pratica spesso fa solo cultura, era stato approvato all’unanimità, discusso, in seduta congiunta, dalla terza e quarta commissione e sottoposto a uno studio economico da parte del personale tecnico del Comune e poi… è caduta la giunta.

Il problema che veniva affrontato era ed è grande per numero e importante in quanto riguarda tante giovani vite.

Gli enti locali pertanto, devono provvedere ad attenuare l’entità di tale problema. E se non ne hanno le risorse, si devono avvalere di progetti finanziati dal altri enti, Regione e Comunità Europea.

Devono intervenire!

Il fenomeno sta assumendo l’entità di una epidemia e spesso è collegata all’uso di alcool, fumo e droghe leggere o pesanti che siano.

La vita umana, soprattutto poi se si tratta di giovani, deve essere considerata sacra.

L’educazione alla vita è un compito della famiglia, ma il sostegno organizzativo deve essere garantito dalla società con le sue istituzioni, che non possono tirarsi indietro.

Sandro Marenzoni


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31 gennaio, 2012

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