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– Lo chiamavano tutti “il commenda”.
E lui a quel titolo ci teneva tantissimo, perché dentro c’era tutta la sua vita. Quella di un modestissimo manovale che, solo col sudore della sua fronte, era riuscito a farsi strada nella società e a diventare imprenditore. Un imprenditore molto particolare, però.
Che aveva saputo unire la professionalità del suo lavoro all’amore per il territorio che gli aveva dato i natali. La sua Viterbo, ma soprattutto il suo quartiere, Pianoscarano.
Così, quando ancora le forze lo sostenevano, lo si poteva vedere ovunque ci fosse qualcosa da fare per la città, sia nei momenti belli, che in quelli brutti.
Fu lui, nel 1984, quando nella Tuscia venne Papa Giovanni Paolo II, a togliere la bifora dalla finestra di palazzo dei Priori per permettere di vedere al Pontefice la Macchina di Santa Rosa in tutto il suo splendore.
C’era sempre lui quando qualche emergenza colpiva il Comune viterbese e bisognava intervenire subito: di notte, a Natale, a Capodanno, a Ferragosto. La ditta Ciorba, e soprattutto il suo titolare, erano sempre presenti.
Ne sanno qualcosa i sindaci che nella seconda metà del secolo scorso si sono succeduti sullo scranno più alto di palazzo dei Priori e che vedevano in lui un’àncora di salvezza.
Non aveva potuto studiare e lo diceva apertamente, senza vergognarsene. Ma la sua voglia di imparare nel corso degli anni era stata talmente proficua che alla fine era arrivata anche una laurea honoris causa in architettura, proprio in virtù delle sue capacità professionali.
Ricordo che negli anni ’80, quando lavoravo a Roma, un giorno lo andai a trovare nel suo ufficio di Pianoscarano e lui mi parlò di una malta speciale che era riuscito a realizzare e che era particolarmente adatta al restauro di edifici antichi.
Sicché, tornato nella Capitale, decisi di scriverci un articolo e di farlo pubblicare sulla cronaca nazionale del Messaggero. Quando tornai a trovarlo, notai nel suo studio quell’articolo, incorniciato in un quadro, che faceva bella mostra di sé dietro la sua scrivania.
Ma sì, forse era anche un po’ Narciso. Ma lui amava Viterbo e i viterbesi e chiedeva indietro un po’ di quell’amore. Perché per Viterbo non si è mai risparmiato.
Nel campo dello sport (soprattutto del pugilato, che da giovane aveva anche praticato), tra i Facchini di Santa Rosa, nel suo adorato quartiere di Pianoscarano, che non ha mai abbandonato. Fu lui, in qualche modo, a inventarsi il Palio delle botti (che si svolge tuttora a ottobre, durante la festa dell’uva) e in tanti se lo ricorderanno come gran cerimoniere delle prime edizioni.
Se n’è andato in silenzio Alberto Ciorba, e in umiltà. Quasi come un ritorno alle origini. Ma proprio in questo sta la grandezza di un uomo che ha speso gran parte della sua vita per il suo territorio e al quale questo territorio forse deve qualcosa.
Forse l’intitolazione di una via, nella sua Pianoscarano. Perché uno come Alberto Ciorba non si può, né si deve dimenticare. Mai.
Arnaldo Sassi
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