Riceviamo e pubblichiamo – Sono ormai diversi anni che la musica dell’Antonio Flinta trio&quartet varca le frontiere nazionali per raggiungere i più disparati paesi del mondo.
Il trampolino da cui si lancia è proprio la la nostra Viterbo dove risiedono due dei quattro musicisti (Antonio Flinta e Claudio Gioannini) e in cui insegnano da molti anni presso la ben nota Staff music School.
In questi giorni è stata la volta del centro America (Nicaragua, Salvador), l’anno scorso è stata la Finlandia, due anni fa Cina e Turchia. Il motivo di un tale successo non è difficile da intuire basta avere la fortuna di ascoltarli nei concerti o negli album prodotti.
C’è un cuore che percorre tutta la musica di Flinta, un cuore orientale però: intrecciato in modo indissolubile alla mente. Il feeling che arriva all’ascoltatore attraverso una felice combinazione di ritmo, sonorità, linee melodiche è viscerale e astratto insieme.
La rarefatta inquietudine di poche note reiterate come un mantra, che richiamano la lezione più attuale del jazz contemporaneo, si alterna alla forza espressiva, quasi carnale, della tradizione classica jazzistica, con accenti evocativi di mondi altri, in apparenza così vicini ma ancora irrimediabilmente esotici.
In tutto il lavoro di Flinta si sente uno spirito di ricerca interdisciplinare: riferimenti alla pittura, la fotografia, l’antropologia, la narrativa. Come il titolo dell’ultima produzione discografica: ”Tamed” ovvero “addomesticami”, dice la volpe al piccolo principe. “ I care” diceva don Milani. Prendersi cura, guardare l’altro come risorsa e non come ostacolo.
La poesia che vibra nelle note del quartetto risuona di una fede intensa nell’umanità. Come a dire la cultura come antidoto alla banalità del male, come principio di adesione alla comunità terrestre di cui parla Morin. E tutto questo senza parole, solo musica, linguaggio ancestrale: risorsa interiore, grande intensità interpretativa dei quattro musicisti, e relazione, grande capacità di invenzione d’insieme dei componenti del gruppo.
Ogni concerto è sempre diverso perché in ognuno si esplica un dialogo sempre nuovo che affonda le radici su un progetto ormai ventennale. Di questo progetto è protagonista storico, oltre a Flinta e Gioannini, Roberto Bucci, che con la profonda e sotterranea pulsazione del suo basso tesse le fila del dialogo sempre aperto tra piano e batteria. Il recente ingresso del sax con Piercarlo Salvia ha arricchito l’esperienza del trio in modo naturale portando alla luce, come in un procedimento maieutico, una voce a tratti malinconica a tratti lunare. Sempre autentica, come il lavoro di questi artisti. Grazie.
Giovanna Gobattoni
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