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Riceviamo e pubblichiamo – Tutti conoscono la storia di Cincinnato, così chiamato per i capelli ricci, il quale un giorno mentre zappava la vigna venne raggiunto da legati del Senato che gli offrivano l’investitura a dittatore, essendo Roma in grave pericolo.
Cincinnato affidò al caso la scelta; se la zappa lanciata sulle fronde di un albero fosse ricaduta a terra avrebbe continuato nella vigna, se fosse rimasta impigliata, avrebbe seguito i legati per assumere l’alto incarico.
Per la fortuna dell’Urbe la zappa rimase sull’albero.
La dittatura era una istituzione estrema nella Repubblica romana, che non aveva l’accezione negativa di oggi; quando bisognava prendere delle decisioni importanti, gravi, urgenti e c’era poco da discutere e molto da decidere.
Si nominava un dictator; finito il pericolo la carica cessava.
Raffrontato ciò all’investitura di Mario Monti, (novello Cincinnato, anche se con i capelli lisci,) e del suo governo a salvare l’Italia, ci sono molte analogie: la gravità della situazione, una classe politica incerta e divisa, necessità di durezza ed inflessibilità, l’annuncio di lasciare appena finito il mandato.
Quindi tutto bene, evviva Monti.
Ma c’è una eccezione da porre: ed è che la dittatura, che sospende l’ordinario funzionamento delle istituzioni, è corretta e giustificata sin che persegue gli interessi della collettività dei cittadini, e dello stato, allo stesso modo e senza valicare per essi un limite di tollerabilità, che ne rappresenti la perdita degli elementi essenziali del contratto sociale, come diremmo oggi.
All’epoca di Cincinnato si distingueva chiaramente la differenza tra dittatura e tirannia: quest’ultima perdeva ogni legittimazione perché oltre all’agire al di fuori dei canoni di governo consueti, provocava danni, dolore e vulnera al popolo, alla Repubblica o a entrambi.
Allora oggi si pone il problema se il governo Monti nel perseguire l’obiettivo commissionatogli del “salva Italia” finisca per “perdere gli Italiani” almeno in parte, risultando come tirannici alcuni suoi provvedimenti.
Gli esempi di uno zelo dannoso cominciano a sommarsi: pensioni, Imu, accise, e soprattutto gli atti di governo contro le autonomie locali, che non sono, come sostiene qualcuno nel governo, propaggini periferiche dello stato, ma componenti della Repubblica di egual rango costituzionale dello stato.
Gli interventi, ancorché inapplicabili, sui piccoli Comuni; le modificazioni d’imperio sull’ordinamento degli enti locali; il perniciosissimo patto di stabilità che sta facendo chiudere migliaia di aziende in attesa dei pagamenti dovuti; i debiti che lo stato non onora a fronte dei suoi documentati sprechi; la tesoreria unica come esproprio della liquidità dei Comuni alla faccia della crescita e quant’altro di tal fatta contenuto dei decreti “salva Italia”: tutto ciò non individua “un fumus tiranniae”?
Ecco che il compito del Partito democratico diviene essenziale nel temperare e correggere l’ansia da 30 e lode che si intravede nei tecnici al governo, perché salvare l’Italia senza salvare gli Italiani potrebbe essere un mezzo successo e una mezza disgrazia.
Francesco Chiucchiurlotto
Consigliere Nazionale Anci
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