– C’è stato un tempo non troppo remoto, in cui per i viterbesi dire “Siena” significava dire “manicomio”.
Il libro di Civitelli e Ticci, “Noi c’eravamo”, si basa sulle testimonianze dirette di operatori che hanno lavorato nell’Ospedale psichiatrico San Niccolò per oltre trenta anni, fino alla sua chiusura nel 1999. I ricordi professionali e umani vi si intrecciano con le vicende politiche del tempo e con le storie di uomini e donne ricoverati dentro l’O.P.
Molto toccanti le esperienze dei viterbesi trascinati spesso a forza in una città “distante” in tutti i sensi. Dal testo emergono una umanità profonda e il grande impegno civile di un folto manipolo di coraggiosi operatori che seppero anticipare la legge 180.
Un intero capitolo del libro è dedicato ai rapporti tra arte e follia con preziosi riferimenti all’artista viterbese Carlo Vincenti, la cui opera è ormai da anni oggetto di “riscoperta” per il suo intrinseco valore creativo.
Il libro sarà presentato sabato 31 marzo alle 17 presso “La fattoria di Alice” (Strada Tuscanese,20). Il benvenuto sarà dato da Vito Ferrante, responsabile Afesospit. Condurrà Antonello Ricci. A seguire il dibattito “Noi c’eravamo. Storie e personaggi del manicomio di Siena”.
Dal testo (p. 131): “Nel viterbese era un’usanza consolidata consegnare alle guardie municipali o ai carabinieri che trasportavano il ‘goio’ a Siena, venti coppie d’uova. Nessuno ha mai saputo dirmi perché proprio venti, ma quello era storicamente il compenso per il disturbo. L’uovo, fin dall’epoca etrusca, era simbolo di vita e perfezione, ma in epoca moderna aveva finito per assumere forme più ‘terrene’ di ricompensa e di medicina dei poveri.
Durante le rare visite dei familiari ai loro congiunti ricoverati glielo facevano ingoiare crudo, dentro il parlatorio, per rinvigorire il corpo spossato dalla malattia. Oppure lo utilizzavano per una chiarata in testa, per ‘sfiammare il cervello’. Anche se non era dimostrato il suo effetto terapeutico, ‘male non facava, almeno rinforzava i capell’. Cospargere il capo con cenere e un po’ di miele era un’altra pratica dal vago significato penitenziale che era eseguita frequentemente.
I ‘matti’, più prosaicamente, avrebbero preferito una bottiglia di cannaiola o di aleatico, ma quelle erano cose proibite e facevano male. Si portavano semmai al ‘caporale’ perché avesse un occhio di riguardo per il loro congiunto. Un pomeriggio di Settembre arrivai con un collega in un paesino del viterbese per una visita domiciliare…”.
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