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Viterbo - Cgil - Susanna Camusso ha chiuso la due giorni dedicata alla strage di Portella della Ginestra parlando anche di lavoro e democrazia

L’antipolitica porta allo stato autoritario

di Giuseppe Ferlicca
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Susanna Camusso con Miranda Perinelli

Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil

Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil

Susanna Camusso a Viterbo

Susanna Camusso a Viterbo - La platea

La platea

Susanna Camusso

– Susanna Camusso a Viterbo. La segretaria generale della Cgil ha chiuso la due giorni dedicata alla strage di Portella della Ginestra, a 65 anni da quel primo maggio del 1947 in cui morirono undici lavoratori vicino alla Piana degli Albanesi a Palermo. Senza che ancora oggi si conoscano i veri mandanti (fotocronaca).

Nella stessa aula dell’ex tribunale dove si celebrò il processo, la segretaria è partita da Portella della Ginestra per arrivare fino ai giorni nostri. Sul filo di una memoria e di un’identità condivisa che rischia di spezzarsi.

Chiediamo giustizia – spiega Susanna Camusso – per questa strage, ma anche per tutte le altre che hanno lasciato uno strano segno, per cui le indagini in qualche modo si siano volute nascondere dietro a un muro invalicabile che impedisce di conoscere la verità”.

Anche per questo non va dimenticata. “Dobbiamo raccontare ai giovani cosa è successo. Parlare a quelli che verranno, perché la memoria serve a indicare la strada. Serve partecipazione. Le sirene ci hanno portato lontano, l’uguaglianza ci ha permesso d’avanzare”.

Sui giovani, quelli che oggi hanno più difficoltà nel trovare una collocazione, un proprio spazio, la Camusso chiede attenzione.

“Nel tempo gli avanzamenti democratici sono stati possibili grazie ai lavoratori, al riconoscimento del lavoro. Grazie ai giovani. L’istruzione è stata una molla straordinaria per cambiare il mondo”.

Tutto rimesso in discussione. Opportunità lavorative oggi poche e una scuola sempre più in ginocchio. In un paese in affanno.

“Vedo populismo e anti politica, due elementi con cui può prendere forza un Paese autoritario. L’Italia sta attraversando una grande crisi, morale ed economica. Quindi va bene riformare, ma senza perdere le nostre radici. Non si può fare a meno dei fondamenti democratici”.

Tra gli interventi, anche quello di Mario Nicosia. Era tra i duemila lavoratori a festeggiare il primo maggio a Portella della Ginestra e ha visto undici suoi compagni non tornare più a casa.

Uccisi dai colpi partiti dai fucili del bandito Giuliano e i suoi, su commissione di chissà quale mandante.

Nicosia quei nomi li ha ricordati tutti, facendoli leggere a una bambina. Memoria e scuola che tornano. E poi un grande rammarico.

“Da quel primo maggio – dice Nicosia – si sono succeduti undici presidenti della Repubblica, ma ancora nessuno è venuto a rendere omaggio al memoriale”.

Giuseppe Ferlicca


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19 aprile, 2012

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