– San Pellegrino in fiore ai viterbesi.
Qualche tempo fa Nello Celestini, il presidente onorario del Sodalizio dei facchini, nel corso di una lunga intervista ha lanciato una sorta di appello affinché la macchina di Santa Rosa torni ai Viterbesi.
La stessa cosa si potrebbe dire di San Pellegrino in fiore. Sì, “San Pellegrino in fiore” e non “Viterbo in fiore” come qualche scienziato ha pensato.
Ma la cosa principale, come dicevano alcuni vecchi, è tornare all’antico.
Il comune dovrebbe fare per quanto riguarda San Pellegrino in fiore non uno, ma due passi indietro.
Il pericolo reale è che la città, infatti, svenda due tradizioni, una centenaria, l’altra più recente ma ormai radicata.
Non si capisce chi abbia voluto complicare delle cose che erano relativamente semplici.
A chi è venuta in mente tutta la questione del concorso di idee, la frammentazione, nel caso della Macchina, di chi deve realizzarla? Una pletora di figure che, come si è visto, non vanno d’accordo tra loro. Non basta, la macchina ormai non è più dei viterbesi. Tanto che Nello è stato costretto a lanciare un grido d’allarme: “La macchina di Santa Rosa ai viterbesi”.
Lo stesso rischio si ha con San Pellegrino in fiore. In questo caso si rischia addirittura di non riuscire a dar vita alla manifestazione, visto gli abnormi oneri economici. Perché anche in questo caso si è passati da una cosa semplice gestita da privati, a una trafila elefantiaca che costa moltissimo e produce cose indigeribile come è accaduto l’anno scorso.
E va detto che l’attuale assessore alla Cultura, Enrico Maria Contado, si trova a gestire una situazione assurda, eredità di una concezione sovietica delle iniziative culturali, voluta dai sui predecessori. Dove il pubblico mette le mani dappertutto, facendo danni che si spera non siano irreversibili.
Nel caso di San Pellegrino in fiore si è passati da una gestione privata, che al comune costava alcune decine di migliaia di euro di contributi, a una gestione pubblica, che l’anno scorso è costata alle casse pubbliche 166 mila euro. Per un risultato che ai viterbesi non è piaciuto. Una follia, di cui non si comprendono le ragioni.
Anche sull’aspetto “artistico” va spiegata una cosa fondamentale.
La pratica dei concorsi di idee è ovviamente inadatta per le tradizioni popolari. Non è che la Macchina di Santa Rosa la può disegnare Armani. Magari su un piano strettamente stilistico potrebbe essere anche di valore. Ma non sarebbe la Macchina di Santa Rosa.
Solo certo provincialismo, che si maschera di alta cultura di valore internazionale, non capisce che è proprio il carattere locale di queste manifestazioni che attira l’attenzione dei non viterbesi.
Se uno deve venire a Viterbo per vedere una mostra di fiori che può vedere anche a Milano, Roma o Parigi, tanto vale andare in una delle capitali del mondo.
Il valore aggiunto delle manifestazioni popolari è proprio la loro essere autoctone. Il sapore a volte aspro che le caratterizza. Certo “provincialismo”, se si vuole. Di macchine brutte negli anni se ne son viste molte. Ma ogni tanto il genio locale ha tirato fuori delle vere e proprie meraviglie. Qualche esempio. Oltre al centrale Volo d’angeli di Giuseppe Zucchi, che ha segnato una dicotomia nella tradizione con un prima e dopo, si pensi a Sinfonia D’archi di Angelo Russo, oppure ad Ali di luce di Raffaele Ascenzi, col senno di poi ancora più geniale e bella.
Ma poi ci sono un paio di macchine che non sono state scelte. Un bozzetto era di Giuseppe Zucchi. Un modello di una semplicità e bellezza mirabile. In pratica era una sorta di doppia spirale che in cima aveva la santa. Una spirale che si restringeva e poi si allargava di nuovo per tornare a restringersi. Non fu fatta vincere. Troppo bella e poderosa l’idea. E poi bello era anche l’ultimo progetto di Raffaele Ascenzi, che ha dovuto cedere il passo a una macchina che non rappresenta gran parte della città e di nessun fascino. Una macchina che non è una macchina di Santa Rosa.
La stessa cosa si può dire di San Pellegrino in fiore che finché non ci ha messo mano il pubblico era il frutto della creatività e della conoscenza del territorio dei viterbesi. Era più attraente e costava alle casse pubbliche molto meno. E oltretutto non esponeva il comune alle giuste critiche che lo hanno colpito l’anno scorso.
Sindaco torni all’antico. San Pellegrino in fiore torni nella mani dei privati che sapevano cosa fare e facevano spendere molto meno. Almeno al comune.
Ernie Souchak
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