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Riceviamo e pubblichiamo – Gentile redazione,
è vero che “Viterbo in Fiore” in queste ultimi tempi ha subito molti travagli. Ma non credo che la soluzione sia semplicemente quella di affidarla ai viterbesi. Mi risulta che i vincitori dei concorsi fossero viterbesi.
Se la manifestazione deve avere un valore turistico, deve essere comunque di qualità: non può essere né un “balconi fioriti” né un’infiorata popolare lasciata all’estro del vicino di casa. Niente in contrario, si potrebbe anche fare, basta che nessuno si illuda che il turista venga a vedere come i viterbesi infiorano l’uscio di casa.
Se mi permettete, il paragone con la Macchina di Santa Rosa regge poco, perché questa è una manifestazione del folclore e del genius viterbese, mentre San Pellegrino in fiore nasce come abbellimento di un quartiere a scopi soprattutto turistici.
Io credo che un “Viterbo in Fiore” meriti un progetto unitario, una regia paesaggistica che sappia interpretare lo spirito degli angoli più belli del centro storico. Per questo, certo, un progettista viterbese sarà ancor più capace di esprimere lo spirito cittadino.
Da pochi anni si laureano nell’università italiana architetti paesaggisti a cui si insegnano soprattutto due cose: ad interpretare il paesaggio secondo lo spirito dei luoghi e a dare una logica estetica alle decorazioni floreali di spazi pubblici e privati. Lascerei a questi giovani l’opportunità di fare il loro mestiere, di dar prova della loro professionalità emergente.
Magari sottoponendo i loro progetti al giudizio della popolazione viterbese, affinché siano “tutti d’un sentimento”.
Priscilla Mattioli
Laurea magistrale in Architettura del paesaggio
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